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UN NUOVO MODELLO PER IL BENE COMUNE: LE SFIDE CHE CI ATTENDONO (Estratto da Paradoxa 3/2010)


Leonardo Becchetti

Le riflessioni su quello che sarà il nuovo sistema di welfare nei prossimi anni arrivano al crocevia di alcune sfide fondamentali nello scenario internazionale (riforma dell’erogazione di beni e servizi pubblici dopo la crisi finanziaria globale) e nazionale (la riforma prossima ventura del federalismo fiscale).

Sullo scenario internazionale la crisi finanziaria ha disvelato l’insostenibilità di un’economia finanziarizzata e drogata dal debito, portando improvvisamente alla luce l’entità reale dell’indebitamento dei vari Paesi come somma di passività dello Stato, delle imprese e delle famiglie. Il cambiamento di rotta più drastico si sta imponendo proprio nei Paesi anglosassoni i cui rapporti debito/Pil viaggiano verso i livelli del nostro Paese e i cui rapporti deficit/Pil annui sono in questo momento a doppia cifra. È significativo che sia negli Stati Uniti che nel Regno Unito siano al potere due politici di nuova generazione che conoscono profondamente i meccanismi di sussidiarietà per aver vissuto professionalmente ed esperienzialmente le realtà di società civile del loro Paese. Entrambi hanno fatto appello, in un momento così difficile, ai giacimenti di energia e di motivazioni intrinseche della società civile. L’appello alla big society del leader inglese Cameron nel momento in cui è costretto a tagliare drasticamente la spesa pubblica per riportare il deficit su dinamiche sostenibili ci conferma che la sussidiarietà non è più un concetto astruso, noto solo agli studiosi di dottrina sociale della Chiesa, ma una necessità ineludibile.
Poiché il carburante della società civile e delle sue forme organizzate (fondazioni, cooperative di lavoro, di consumo, sociali, onlus, associazioni, organizzazioni di volontariato) è il capitale sociale, l’attenzione di studiosi dei sistemi socioeconomici si sposta sulla legge di moto di tale variabile, ovvero sull’analisi di quei fattori che generano e distruggono capitale sociale.
In sostanza, quello che oggi è essenziale capire è in che modo, in un mondo di asimmetrie informative e di incompletezze contrattuali, può essere alimentata ed irrobustita quella risorsa fondamentale del dare ed essere meritevoli di fiducia nelle relazioni interpersonali economiche e sociali, la fiducia nelle istituzioni e la volontà di contribuire al finanziamento dei beni pubblici (e con esso la propensione alla contribuzione fiscale), che sinteticamente chiamiamo capitale sociale.
Con questa domanda in mente arriviamo alla situazione del nostro Paese. Dove scopriamo una grande ricchezza e pluralità di espressioni organizzative della società civile, erede della grande tradizione popolare cristiana e socialista. Allo stesso tempo però non possiamo non vedere la profonda frattura esistente tra Nord e Mezzogiorno del Paese anche su questa particolare dimensione. Un semplice sguardo alla geografia della diffusione delle varie forme di imprese civili conferma il forte gap tra le due aree del Paese. Gli studiosi si interrogano su quanto la criminalità organizzata sia causa e quanto effetto di questa carenza di capitale sociale, ma, al di là della questione storica, il punto cruciale di oggi è come sbloccare questa situazione.
Ed arriviamo pertanto al federalismo fiscale con le sue insidie e le sue promesse. L’iter virtuoso in cui tutti speriamo è quello di un passaggio graduale all’autonomia impositiva di comuni e regioni accompagnato da un fondo di perequazione orientato a principi di solidarietà fiscale interregionale. Elemento cruciale per la quadratura del cerchio appare quello dell’imposizione di un costo standard delle prestazioni sanitarie e sociali come cartina di tornasole che consenta ai riformatori di eliminare sprechi ed inefficienze portando i livelli di efficienza delle regioni in deficit su quelli delle regioni in surplus. L’idea semplice sottostante è che una stessa prestazione non può costare in una regione inefficiente il doppio di quanto costa in una regione efficiente.
Per chi conosce le dinamiche dell’allargamento ad Est dell’Unione Europea e, in genere, le regole dell’allargamento a nuovi Paesi membri, questo percorso assomiglia a quello dell’acquis communautaire. I Paesi che chiedono di entrare in una fase transitoria prima dell’ingresso seguono un percorso di armonizzazione di regole e comportamenti economici che finisce per anticipare gli effetti virtuosi dell’allargamento al periodo che precede il conseguimento ufficiale della qualifica di Stato membro a tutti gli effetti. La logica che accomuna tale percorso a quello del federalismo fiscale è quella che un vincolo esterno, assunto in vista di un obiettivo importante (unione europea e federalismo), può sbloccare lo stallo di inefficienze e di debolezze istituzionali non in grado di autoemendarsi.
Il percorso del federalismo, anche se sembrerebbe allontanare i partecipanti piuttosto che unirli, se costruito virtuosamente è in grado di mettere in moto meccanismi più cogenti di quelli dell’acquis communautaire giocando sul fatto della maggiore omogeneità delle economie reali e dei poteri di acquisto al loro interno. Costi standard e fondo di solidarietà sono i due strumenti che, opportunamente dosati, potrebbero consentire di orientare il percorso federalista verso gli obiettivi di inclusione, efficienza e sussidiarietà.
È sotto questi auspici con i quali abbiamo delineato il migliore degli scenari possibili che vogliamo affrontare con i contributi presenti in questo numero la sfida terribile di un sistema di welfare dei Paesi ad alto reddito che, sotto la pressione competitiva delle nuove emergenti nell’economia globale, deve necessariamente ridefinirsi e riformarsi.
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Sezione Paradoxa