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IL MESTIERE DEL FILOSOFO


Marco Zaganella

È mutato, e se se lo è, come è mutato oggi il mestiere del filosofo? All’interrogativo è stato dedicato il convegno “Il mestiere del filosofo oggi - verso la settimana della Filosofia”, organizzato il 17 novembre dalla Fondazione Nova Spes in collaborazione con l'Ufficio Pastorale del Vicariato di Roma presso l'Associazione Civita. All’iniziativa, moderata da Stefano Bancalari, hanno partecipato mons. Lorenzo Leuzzi, Vittorio Mathieu, Mario Pangallo, Giovanni Salmeri e Pierluigi Valenza.

L’accostamento tra due termini come “filosofo” e “mestiere” in realtà non è nuovo. Lo ha ricordato Vittorio Mathieu, richiamando alla memoria l’accusa che Platone muoveva ai sofisti di praticare della pseudofilosofia facendosi pagare, in contrapposizione a Socrate che filosofava disinteressatamente. Tuttavia, nei secoli successivi l’attività del filosofo ebbe poco a che fare con un vero e proprio mestiere. I filosofi insegnavano, procurandosi spesso da vivere dando alloggio agli allievi. Poi, a partire dal Settecento cominciarono a svolgere anche l’attività di consiglieri del Re, ambito in cui spiccò (anche per i suoi insuccessi) Goffredo Leibniz. Proprio questa seconda attività subì una importante trasformazione con l’avvento dell’«era delle ideologie». Mario Pangallo ha infatti ricordato come nel Novecento il filosofo abbia spesso assunto i panni dell’ideologo e del rivoluzionario da salotto, distogliendosi da quelli che dovrebbero essere i suoi compiti.
Eccoci dunque al cuore del problema. Sempre secondo Pangallo, il filosofo oggi non dovrebbe interrogarsi tanto sul suo mestiere, quanto sui suoi “compiti”. Superando un modello di insegnamento storicista, che si riduce ad una carrellata di figure filosofiche, egli dovrebbe abituare gli allievi ad affrontare i problemi nella loro complessità, sviluppandone il senso critico. Ma soprattutto, dovrebbe contribuire a fornire risposte alle richieste di senso che vengono dall’umanità. In questa direzione, un campo di sviluppo futuro per il filosofo potrebbe essere l’etica, e la biotica in particolare, come aveva già evidenziato Stefano Semplici sul fascicolo 2/2010 di Paradoxa. Tuttavia, l’indicazione di questi compiti non è utile a configurare un ruolo del filosofo che nella società contemporanea vada oltre l’insegnamento e quindi a sciogliere il nodo del suo “mestiere”. Paradoxa aveva suggerito una serie di “travestimenti” professionali del filosofo, spesso impegnato nel philosophical counseling, nel coaching organizzativo o nella formazione aziendale. Si tratta di sollecitazioni a cui ha direttamente risposto Pierluigi Valenza, manifestando però delle perplessità. I sistemi organizzativi rispondono infatti a logiche operative basate sulla standardizzazione e l’omologazione che rifiutano lo specifico del filosofo. Piuttosto che rischiare di snaturarsi inseguendo l’armonizzazione con i processi produttivi, il filosofo dovrebbe – secondo Valenza – tutelare le sue caratteristiche peculiari. Innanzitutto la sensibilità per la parola e la capacità di costruzione logica delle argomentazioni, minacciate entrambe da modelli di comunicazione che privilegiano la sintesi e la velocità di trasmissione. In secondo luogo, la capacità di farsi carico e tentare di affrontare i problemi della società, legata ad una tendenza universalizzante - sottolineata anche da Salmeri - che contrasta con la specializzazione dei saperi dettata dalla divisione del lavoro fordista.
Dal convegno sono dunque emersi due elementi in particolare. Il primo è lo stato di subordinazione di cui soffre anche la disciplina filosofica nei confronti dell’economia. Il crollo del comunismo ha infatti liberato il filosofo dalle catene dell’ideologia, ma l’affermazione di un sistema imperniato sulla figura dell’homo oeconomicus lo costringe a certificare continuamente la sua “produttività” – per questo oggi ci si interroga sul suo “mestiere” – monitorando con attenzione il numero di iscritti ai corsi di filosofia, il tempo di inserimento dei suoi laureati nel mondo del lavoro etc.
Il secondo elemento contrasta con quanto esplicitamente affermato dai relatori, che hanno sottolineato la preziosa “inutilità” della filosofia. In realtà la filosofia ha una sua riconosciuta utilità. Nel 2008, intervenendo ad un Convegno organizzato dall’Università di Padova, l’ad di Fiat, Sergio Marchionne, ha dichiarato che «alcune lauree sono fondamentali per la costruzione dei leader. Io ho fatto filosofia sapendo benissimo che avrei fatto altro». Sulla stessa lunghezza d’onda si collocano due contributi del citato fascicolo di Paradoxa. Nel primo di questi, Marco Minghetti, ha affermato che «il significato della filosofia è oltre la filosofia» e il sapere filosofico sarebbe utile alla formazione di un nuovo modello manageriale. Nel secondo, Semplici ha spiegato la ragione di questa inclinazione del mondo imprenditoriale favorevole all’insegnamento filosofico, che risiede nell’«appropriazione critica del contesto» e in una «tendenza universalizzante» (ovvero la capacità di comprendere i problemi nella loro globalità, collegandone i vari aspetti). Entrambi fattori evidentemente capaci di compensare le lacune di una società che traduce anche nei processi formativi i meccanismi economici della divisione del lavoro.
Tuttavia, la conclusione che rischia di trarsi è dunque paradossale: la filosofia serve, il filosofo no. Ma se gli studenti si avvicinano alla filosofia con l’obiettivo di diventare amministratori delegati, chi insegnerà la filosofia domani? 
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