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PROFESSIONE O MESTIERE? (Estratto da Paradoxa 2/2010)


Vittorio Mathieu

I

Professione o mestiere l’attività del filosofo? La prima interpretazione prevale nell’Ottocento, quando i giovani filosofi smettono di vivere come precettori in case private. La filosofia è divenuta “accademica”. E già Platone aveva spregiato i Sofisti che insegnavano la sophía (capacità tecnica) in cambio di denaro. Nell’Ottocento, però, Schopenhauer qualifica come “ciarlatani” appunto i filosofi delle Università. Del resto Platone aveva fondato la sua scuola (presso i giardini dell’eroe Academo) dopo la delusione e i pericoli incontrati nel tentativo di dare tutta un’altra interpretazione della sua professione: divenire il consulente del tiranno (o strong man) di Siracusa, Dionigi. Oggi un’attività analoga di consulenza è svolta da “fondazioni” che, nel caso più fortunato, si sviluppano grazie ai fondi messi a disposizione da qualche politico. La filosofia universitaria si è bensì espansa numericamente, ma si è impoverita pecuniariamente e non ha più il prestigio che aveva nel primo Ottocento, quando un seguace di Hegel parlava di lui come del «Cristo del pensiero».
La soluzione scolastica del secondo Platone culmina nel Liceo di Aristotele (dal tempio di Apollo liceo) e poi nella scolastica medievale, di stampo aristotelico, che prospera con i soldi della Chiesa e degli ordini mendicanti. La facoltà delle “arti”, però, è debole rispetto alle facoltà di Teologia e di Giurisprudenza e, nel secondo Ottocento, ritornerà ad essere debole rispetto alla facoltà di scienze fisiche e naturali. Anche nelle accademie senza funzione di insegnamento (Lincei, Académie des Sciences, Royal Society, Torino) la classe di “scienze morali” è secondogenita rispetto a quella di scienze fisiche.
Il docente universitario è un personaggio che splende di luce propria: al punto che in Germania e in Italia, fino agli anni ’30, non poteva esserci più di un titolare per sede per una specifica disciplina. (La filosofia si sdoppiò in morale e teoretica per far posto a Pisa a un moralista, Augusto Guzzo, dove già esisteva un generalista, Gentile). Nel secondo dopoguerra la tendenza a sdoppiarsi produrrà un numero aperto di discipline, per gemmazione.
II

La filosofia delle scuole non dovrebbe dimenticare che scholé, in greco, equivale al latino otium: attività non servile e non mirante ad un guadagno. In questo clima spesso i filosofi diventavano celebri perché erano talmente apprezzati da un personaggio eminente (o da sua moglie) da poter filosofare senza pensare al guadagno. Anche i libri rendevano se dedicati a uno sponsor più o meno interessato. Plotino, un asceta, divenne capo di una scuola più ricca della Scuola di Atene (che finirà solo con Giustiniano) perché Giuliano l’Apostata lo giudicò degno di far da contrappeso ai pensatori che ormai fiorivano in campo cristiano. In questi casi, però, il mestiere del filosofo rischia di diventare il mestiere del profeta: come accade a Plotino con gli gnostici e a Karl Marx con i socialcomunisti. La filosofia autentica ne viene facilmente snaturata e il successo in tal caso, non premia una filosofia bensì un’ideologia. Seppe salvarsi nel successo Henri Bergson, snobbato dalla Sorbona e accolto da una Scuola superiore parallela. I diritti d’autore, il premio Nobel e l’Accademia di Francia lo resero ricco senza che egli tradisse le sue origini: al punto di testimoniare con la vita quando, già, anziano, si prese una polmonite per non evitare una delle code a cui gli occupanti nazisti obbligavano gli ebrei.
Oggi Bergson è quasi dimenticato, ma dovrebbe essere studiato per la sua capacità di fondere nella filosofia una componente scientifica positiva (da giovane è stato spenceriano) con una componente religiosa. L’ultima opera di Bergson, Le due fonti della morale e della religione, nella costruzione è meno elegante delle precedenti, ma prelude a un passaggio di prospettiva che farà scuola nel secondo Novecento: la filosofia prima (che in Aristotele equivale a “teologia”) non è più la metafisica bensì l’etica. Chi decretò questo passaggio era anche lui un filosofo ebreo: Emmanuel Lévinas, di origine lituana, divenuto francese. Di lì la tendenza si espanse in tutto il mondo. Il pericolo, a mio parere, è che il filosofo presuma con ciò di indicare al pubblico che cosa sia “socialmente corretto” (fino al “politicamente corretto”, divenuto oggi oggetto di irrisione).
III

Dalle idee platoniche per ogni futura filosofia il filosofo ha rischiato ieri, e rischia oggi, di passare alle ideologie, ma ciò si può evitare: a basso livello rifuggendo dalla politica e ad alto livello ricorrendo a un tipo di filosofia che oggi appare esemplare: la filosofia di Goffredo Guglielmo Leibniz. Snobbando l’insegnamento universitario del padre, Gottfried Wilhelm divenne il consulente per eccellenza, non solo in questioni filosofiche, ma scientifiche, tecniche, politiche, burocratiche e religiose. All’uopo fondò alcune accademie tradizionali, ma soprattutto si valse di rapporti personali che allacciava nelle più diverse occasioni, in particolare termali. Del duca di Hannover, Giorgio Gugliemo Federico, destinato a diventare Giorgio I di Inghilterra, fu un dipendente personale molto poco solerte (al punto che un giorno il duca voleva stabilire un premio per chi gli sapesse dire dove il suo dipendente si trovava). Come tale intraprendeva viaggi, che lo portavano a contatto di imperatori e di pontefici, da cui riceveva un appannaggio. Le sue imprese a volte riuscivano, più spesso fallivano, e la conclusione stessa della sua vita appare un fallimento: dimenticato quasi da tutti e sepolto in una chiesa di Hannover con la semplice scritta «Ossa Leibnitii». Eppure Leibniz rappresenta quello che potrebbe essere l’ideale del filosofo, soprattutto per la sua apertura, da un lato alla scienza, e dall’altro alla religione. Del calcolo differenziale Leibniz divide con Newton l’invenzione e le dispute, ma tutta sua è la sistemazione grafica di uno strumento principe per dominare il divenire attraverso il calcolo, a cui in seguito si cercherà di dare un’interpretazione assiomatica più rigorosa. La sua osservazione, che una piccola dose di filosofia tende a scalzare la religione, ma una grande la rafforza, può servire a fondare l’ecumenismo, senza cadere in quel “relativismo” dell’onniequivalenza che il cardinale Ratzinger e Marcello Pera hanno deprecato. Senza sdegnare la progettazione di strumenti per scopi utilitari, come liberare dalle acque le miniere di carbone, Leibiniz non giudicò una perdita di tempo discutere con un gesuita la possibilità di pensare la Transustanziazione.

Oggi emulare tanta versatilità appare impossibile: le specializzazioni si moltiplicano e si accavallano senza tregua, eppure tra le attività che troverete proposte in questo fascicolo qualcuna potrà darvi un’impressione di varietà e di incisività paragonabili a quelle di Leibniz. Il nostro scopo non è reclutare filosofi, ma confortare coloro che della filosofia sentono il bisogno ma non sanno come professarla.

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