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STEFANO ZAMAGNI SUI TAGLI AGLI ISTITUTI CULTURALI: I CRITERI NON SI IMPROVVISANO


Paradoxa intervista Stefano Zamagni

Prof. Zamagni, il taglio dei finanziamenti ai 232 istituti culturali elencati nell’allegato (poi stralciato) del Decreto-Legge del 26 maggio scorso è uno degli aspetti più dibattuti e controversi della manovra economica: qual è la sua posizione in proposito?

Non entro nel merito tecnico del provvedimento e della sua congruità rispetto all’insieme degli interventi volti a far fronte alla crisi economica: a me interessa sottolineare un aspetto più strutturale, che non riguarda questo decreto, né questo governo in particolare: il problema è l’assenza, in Italia, di una vera «politica della cultura». Sulla quale pesano due concezioni restrittive. La prima è l’idea che, mentre il sociale definisce l’ambito dei bisogni materiali (alimentazione, abitazione, salute, etc.), la cultura riguarda l’area di bisogni privi di una definizione positiva (non sociali, non materiali). La seconda è che si può sostanzialmente ridurre la cultura ad un insieme di «beni culturali», un insieme di «cose» (per lo più reperti del passato) che devono essere tutelate a fondo perduto. Se è così, è ovvio che in tempo di crisi, un onere del genere non è sostenibile e si taglia. E, attenzione, questo non è un atteggiamento del solo Stato: anche altri soggetti erogatori, per esempio le Fondazioni bancarie, ragionano esattamente negli stessi termini, finanziando, con ciò che residua dagli interventi per il sociale, fondamentalmente mostre o interventi di restauro per un verso e ricerca scientifica per l’altro.
  
E invece?
  
E invece si dovrebbe invertire l’orizzonte temporale, e cominciare a pensare alla cultura non più come conservazione del passato, ma con lo sguardo rivolto al futuro. La cultura non è un «bene», ma circolazione di idee, produzione di innovazione, che ha bisogno di uno specifico terreno – di ‘coltura’ appunto – per svilupparsi. In mancanza di uno spazio ad hoc il nuovo è soffocato dal mainstream. Mi viene in mente l’Institute for New Economic Thinking, sponsorizzato da George Soros, che ha la finalità specifica di produrre ricerche “eterodosse” in ambito economico. Se si ragiona in quest’ottica, diventa sensato pensare al finanziamento culturale come ad un vero e proprio investimento, che ha un ritorno anche se non immediato e crea ricchezza alla lunga.
  
A proposito di ritorno di investimento, un altro aspetto particolarmente contestato è stato il carattere indiscriminato della revoca ai finanziamenti. E ora il problema (rimesso al Ministro Bondi) sarà proprio quello di redistribuire i fondi che in ogni caso sono stati dimezzati…
  
Sul fatto che il momento di difficoltà – come è già stato osservato – possa essere un’occasione per marcare differenze di qualità sono assolutamente d’accordo. Non credo che tutti e 232 gli istituti finanziati fossero egualmente meritevoli del contributo statale, ed è ora che sia fatta chiarezza.
Però attenzione, non sarà così facile: se è vero quanto ho detto, sarebbe ingenuo vedere nel taglio indiscriminato, privo cioè di una valutazione nel dettaglio dell’operato del singolo istituto, soltanto un problema di fretta o di insipienza. Il punto è che, in mancanza di categorie adeguate, non è facile individuare parametri per procedere ad una valutazione efficace e condivisa. Il che non significa affatto che sia impossibile, anzi.
  
Lei è convinto che si possano individuare dei criteri per misurare la qualità della produzione culturale?
  
Certamente. Il progetto di ricerca promosso dalla Fondazione Nova Spes di Roma, per esempio, si basa su un’idea a mio giudizio estremamente innovativa. A partire da una ricognizione degli istituti culturali operanti sul territorio italiano, si è giunti all’idea che la cultura produce un vero e proprio «valore aggiunto» per il tessuto sociale che la esprime. In analogia con il già noto indice VAS (valore aggiunto sociale) si cerca di individuare degli indicatori non rozzamente quantitativi che siano in grado di discriminare, per esempio, tra un’attività culturale in senso proprio e un’azione del tutto autoreferenziale. Faccio soltanto un esempio: è ovviamente importante il conteggio del numero di pubblicazioni prodotte in un certo arco temporale; ma è altrettanto importante il numero di giovani ricercatori che, grazie all’esperienza acquisita in un certo istituto, riescono ad inserirsi nel difficilissimo mondo del lavoro intellettuale. Una volta definito, uno strumento come questo (che provvisoriamente si può chiamare indice del «valore aggiunto culturale») sarà utilissimo non soltanto per chi deve valutare ed erogare risorse, ma anche per sollecitare gli stessi istituti a riflettere su come sia possibile riorientare le attività nella direzione della produzione di pensiero pensante.
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Sezione Paradoxa