Novaspes

ALLARGARE LO SGUARDO: UN OBIETTIVO E UN METODO (Estratto da Paradoxa 1/2010)


Laura Paoletti

“Paradoxa”, con questo fascicolo, non si propone di aggiungere al dibattito in corso sulla riforma dell’università l’ennesima opinione, pro o contro questo o quell’aspetto specifico delle proposte in discussione.

L’obiettivo di fondo è un altro: dare spazio e respiro al confronto delle opinioni, tentando di smascherare – e magari rimuovere – quei vincoli, quelle abitudini irriflesse che costringono lo sguardo su prospettive anguste: la difesa corporativa dello status quo, il tecnicismo fine a se stesso, l’individuazione dell’avversario di turno (il ministro, l’opposizione, i baroni, l’inefficienza pubblica, le università private).
Ampliare la visuale è la finalità intrinseca al programma di ricerca della Fondazione Nova Spes, che nel trimestrale Paradoxa ha una delle sue voci. Ciascuno dei fascicoli pensato per il 2010 è contrassegnato da questa ispirazione e il disegno complessivo ne esprime la traiettoria, che ravvisa nel problema della riprogettazione dell’università un momento certamente caratterizzante e fondamentale in sé, ma, al contempo, allusivo di un orizzonte qualitativamente diverso.
Lo sfondo sul quale Nova Spes ritiene vada collocata la questione “università” è, infatti, quello che lega la riflessione sulla materia alla questione più ampia del cosiddetto “capitale culturale”, inteso quale terreno di coltura delle energie e delle risorse intellettuali di un Paese. Su questo è bene essere chiari: il capitale culturale non è soltanto – secondo una semplificazione fatale e purtroppo diffusa – il capitale umano, ossia quell’insieme di conoscenze, competenze e abilità di un individuo, che è strettamente legato alla quantità di istruzione ricevuta. Il capitale culturale è molto di più: è l’insieme degli orientamenti strumentali all’elaborazione di una determinata visione del mondo; è la matrice che serve a plasmare le conoscenze, è il liquido amniotico nel quale esse prendono forma. Se non si tiene conto di questo, se si riduce l’università a luogo di produzione del capitale umano (cosa che pure, ovviamente, essa è), si recide il legame vitale con il terreno che la nutre e si dà luogo a quella restrizione dello sguardo dalla quale dipendono tutte le altre. Il lavoro di “ripensare l’università” non consiste soltanto in uno studio teorico e tecnico, ma anche in una promozione e messa in circolo del “capitale culturale” che ha, nell’università, uno dei luoghi privilegiati, anche se non esclusivo.
Allargare lo sguardo, dunque, è l’obiettivo di fondo di queste pagine, che si traduce di per sé in un metodo di lavoro, ossia in alcune opzioni teoriche di base, profondamente interconnesse, che vale la pena esplicitare brevemente e che, affidate alla competenza dei due curatori, hanno preso corpo nel modo in cui il fascicolo è stato progettato e realizzato.
In primo luogo, si è scelto di puntare ad una diversificazione dei punti di vista interpellati, in modo tale che il quadro d’insieme risultasse sufficientemente variegato da impedire qualsiasi semplificazione indebita delle questioni in gioco. I curatori hanno saputo raccogliere uno spettro significativamente ampio di voci, che va dagli studiosi di sistema ai Presidenti di organismi di rappresentanza dell’università, dai rettori agli studenti. E l’esito più interessante dell’operazione è che questa pluralità (che avrebbe potuto rimanere una mera sommatoria di fatto di punti di vista) si presenta alla fine al lettore come una riflessione unitaria sulla natura intrinsecamente pluridimensionale dell’università attuale, la quale, a differenza di quanto accadeva in passato, deve oggi, volente o nolente, rispondere a stakeholders diversi (Regini, Meomartini). Il che, ovviamente, non cancella la natura assolutamente peculiare dei “beni” che l’università produce e che deve essere a tutti i costi salvaguardata: «Si tratta di beni molto particolari perché le loro caratteristiche non possono essere determinate dalla burocrazia né dal mercato, ma solo dai loro “produttori”» (Regini). Questo innesca un vero e proprio “dilemma” tra l’esigenza di autonomia di ricerca e di insegnamento e le richieste provenienti dall’esterno, il riconoscimento del quale è un presupposto indispensabile di ogni dibattito serio sulla questione scottante della governance.
Una seconda scelta di fondo è stata quella di tentare di offrire una base solida in termini di informazione e documentazione a chi voglia orientarsi nel difficile groviglio di questioni in gioco, senza doversi affidare esclusivamente al clamore di quanto restituito dai circuiti mediatici ad ampia diffusione. Una cosa è accalorarsi pro o contro l’idea di università presupposta dal ddl Gelmini, ma in astratto, altra cosa è avvalersi di una sobria valutazione d’impatto del medesimo, come quella proposta da Figà-Talamanca, che mette a nudo opportunità e criticità di alcuni suoi nodi strutturali.
Una cosa è discutere in blocco di “università private”, avvalendosi di una categoria tanto comoda, quanto grossolana, altra cosa è tentare di ridisegnare i contorni frastagliati di quella “galassia di diversità” di cui scrive Dalla Torre. L’intento di mettersi al servizio del lettore, operando una paziente e informata decostruzione di concetti chiave spesso branditi come clave, è dunque un filo rosso metodologico che lega il modo in cui sono state messe a tema le varie questioni trattate: l’autonomia, che il contributo di Decleva sostanzia di profondità storica; la governance, della quale Capano denuncia il carattere di termine passepartout e perciò vuoto («Tutto è governance, dunque niente è governance»), tentando poi di costruire una definizione operativamente efficace; il diritto allo studio, che Agasisti illustra e discute sulla base di una rigorosa analisi di dati. Ne risulta complessivamente un’immagine dell’università lontana tanto dagli irrigidimenti di chi, paventandone lo smantellamento, vorrebbe restasse semplicemente così com’è, quanto dal fervore censorio e punitivo di chi si ostina ad ignorare ciò che essa ha fatto o sta facendo per autoriformarsi (Lenzi).
Una terza ed ultima indicazione di metodo, proposta agli autori e da loro pienamente accolta, è stata quella di sottrarsi alla tentazione di facili dichiarazioni programmatiche, che non si ponessero al contempo il problema della loro possibile traduzione concreta. Questo ha significato provare a collocarsi nel margine stretto e scomodo tra quel che si deve e quel che si può, tra l’urgenza di riforme indispensabili per mettere l’università italiana in condizione di rispondere in modo efficace alle richieste attuali, e i vincoli che la realtà impone: un angolo visuale che è certo scomodo, ma che forse è il solo che consente l’elaborazione di una prospettiva sufficientemente ampia e dunque opportunamente critica e costruttiva. Tutt’altro che costruttivo, per esempio, sarebbe fingere di ignorare lo scenario globale nel quale gli interventi di riforma passati e quelli in cantiere sono maturati: uno scenario che, evidentemente, non è solo italiano. Esasperare le differenze di posizione può giovare, forse, ad una certa idea di propaganda politica, ma non alla reale comprensione di quanto si può e di quanto si deve fare per l’università: «negli ultimi 30 anni, i sistemi universitari dell’Europa continentale si sono trovati esposti a problemi simili e a sfide largamente comuni, a cui governi di qualunque colore hanno fornito risposte analoghe, anche se con modalità e con gradi di efficacia differenti» (Regini). L’atteggiamento sanamente realistico di questa osservazione è paradigmatico e accomuna tutti i contributi raccolti qui, nonché i numerosi spunti critici e propositivi che ne emergono. La discussione è aperta.
« back

Sezione Paradoxa