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LA MISURA DELL'IMMATERIALE. APPUNTI PER UN PROGETTO DI RICERCA  (Estratto da Paradoxa 3/2009)


Laura Paoletti

In un gustoso e crudele racconto di Nancy Kress, Patent Infringement («Asimov’s Science Fiction», 2002), un’importante azienda farmaceutica riesce a sintetizzare un vaccino contro una temibile forma di influenza che da tempo miete vittime in tutto il mondo. Il vaccino si rivela molto efficace e gli introiti dell’azienda si fanno vertiginosi. Tutto procede per il meglio, finché un certo signore non si rende conto che la sostanza alla base del medicinale è stata ottenuta riproducendo – o meglio, copiando – una modificazione genetica prodottasi casualmente nel suo sangue. Egli ne ha le prove e scrive ai legali dell’azienda per accampare diritti su parte dei guadagni, visto che questi derivano dallo sfruttamento di una sostanza che è sua, che è stata «inventata» dal suo corpo e di cui dunque egli ritiene di possedere il copyright. Nel ricevere la richiesta di indennizzo il legale incaricato di seguire la controversia è colto da una profonda preoccupazione: riconosce la fondatezza del reclamo e teme che un’eventuale causa avrebbe un esito disastroso, per sé e per l’azienda che rappresenta. Poi, ha un colpo di genio: gioca d’anticipo e cita il malcapitato signore, accusandolo del fatto che, poiché questi ha nel sangue il vaccino messo in commercio dall’azienda e poiché – per sua stessa ammissione – non lo ha acquistato dall’azienda medesima, egli detiene illegittimamente una sostanza che si presume abbia ottenuto con mezzi illegali. Si celebra il processo, che ha un’enorme risonanza: il poveretto viene condannato a sei mesi di reclusione per violazione di brevetto.
Per quanto in modo paradossale e surreale, questa storia solleva alcuni interrogativi che sono tutt’altro che fatui. Al di là delle intenzioni dell’autrice e dell’istintiva simpatia nei confronti di chi è vittima dell’arroganza del più forte, non pare così scontato capire dove passi il discrimine tra la ragione e il torto. A chi appartiene la paternità della scoperta? Dove “risiede” il vero e proprio generatore del valore? Nel sangue, che costituisce la materia stessa della vita umana? O nella capacità – che, non essendo localizzabile in una porzione di materia, possiamo definire immateriale – di isolare, riprodurre e utilizzare ciò che nel sangue si è spontaneamente prodotto?
Oggi di “immateriali” – o di intangibles – si parla molto. E se ne parla come dei veri e propri fattori propulsivi dei sistemi economici che siamo ormai soliti definire “post-industriali”. Vale la pena citare un articolo apparso sull’«Economist», vecchio di qualche anno (A market for ideas, 22 ottobre 2005), ma paradigmatico nel restituire la percezione dell’impatto dell’immateriale sull’economia: «Idee ed innovazioni sono divenuti oggi la risorsa più importante, che rimpiazza terra, energia e materie prime. Almeno i tre quarti del valore delle aziende quotate in borsa in America viene oggi da intangible assets, che nei primi anni ’80 non superavano il 40%. «Il prodotto economico degli Stati Uniti» diceva Alan Greenspan, allora presidente della Federal Reserve, è divenuto «prevalentemente concettuale». Nonostante dichiarazioni come queste siano ormai sempre più frequenti e condivise, è necessario prendere atto del fatto che il territorio della “economia degli immateriali” è ancora sostanzialmente vergine. Se si tenta, infatti, di definire con una qualche precisione che cosa esattamente sia compreso nell’espressione corrente di intangible, o in che senso l’immaterialità rappresenti il carattere specifico dei nuovi processi di produzione e di consumo, le risposte sono davvero troppe per risultare chiarificatrici. Le domande, di conseguenza, si accumulano: davvero gli intangibles rappresentano una novità dei sistemi economici attuali? Non è forse vero che l’economia, per lo meno dall’introduzione del denaro in poi, ha, di per sé, a che fare con quel processo di smaterializzazione che è implicito nella sostituzione di un bene col suo valore in moneta? E non è forse proprio questa smaterializzazione orginaria che consente di capitalizzare e vendere perfino l’immateriale per eccellenza, ossia il tempo? E se così fosse, non bisognerebbe concluderne che l’espressione stessa “economia degli immateriali” è in ultima analisi ridondante come lo sarebbe “botanica delle piante” o “zoologia degli animali”?
Quel che è certo è che le categorie tradizionali rischiano di lasciarsi sfuggire ciò che, con un’espressione felice, è stata definita «la fabbrica dell’immateriale» (Rullani, 2004). Sempre di più si avverte la mancanza di strumenti concettuali che mettano in grado di intercettare, di rendere conto e soprattutto di gestire quei meccanismi della generazione del valore che in effetti appaiono sensibilmente diversi da quelli di un passato non molto lontano. Si avverte, in altri termini, l’assenza di un approccio sistematico e complessivo che consenta di orientarsi e mettere ordine nella selva di quei fenomeni disparati che sono generalmente portati ad esempio di ciò che si intende con “immateriali”: brand, brevetti, capitale intellettuale, capitale sociale, identità, reputazione, affidabilità, responsabilità, qualità. Di fronte ad una tale eterogeneità non stupisce che sia difficile persino reperire un filo conduttore: le tradizionali partizioni del sapere in questo campo non sono d’aiuto e sono anzi necessari sguardi trasversali e ibridazioni inedite di competenze.
Gli ostacoli non sono pochi. Si affaccia subito l’obiezione – potente, ma forse fin troppo facile – di chi si rifiuta a priori di riconoscere la pertinenza economica degli immateriali, sulla base del fatto che essi appartengono ad un ambito essenzialmente qualitativo che gli strumenti rigorosamente quantitativi dell’economia debbono per principio trascurare. In termini più diretti: o di certi fenomeni si può parlare «cifre alla mano», oppure non c’entrano con l’economia, ma riguardano al più gli ambiti incerti della psicologia, della sociologia o (peggio ancora) della filosofia. Seppur in una forma tutt’altro che raffinata, l’obiezione allude ad un problema reale e non può essere semplicemente accantonata. Quello che è in gioco rimanda allo statuto epistemologico dell’economia e degli oggetti di cui essa legittimamente può occuparsi.
Ecco dunque che si profila in tutta la sua urgenza una domanda specifica: si può misurare la qualità? Se è vero che nell’economia ha diritto di cittadinanza soltanto ciò che in un modo o nell’altro può essere misurato, ciò equivale a chiedersi: si può davvero parlare di “immateriali” nel linguaggio dell’economia?
Ad un primo sguardo, la possibilità della misura sembra intrinsecamente connessa alla materia. In un certo senso si potrebbe addirittura dichiarare una corrispondenza perfetta tra misura e materia, per cui soltanto ciò che è materiale può essere misurato e tutto ciò che può essere misurato è per ciò stesso materiale. Tale piena convertibilità dell’una nell’altra si giustifica sulla base dell’operazione stessa del misurare, che presuppone la possibilità di dividere qualcosa, secondo una unità stabilita, in parti uguali, che possono poi essere contate e la cui quantità rappresenta, appunto, la misura di un dato oggetto. Sembra evidente, quindi, che la misurazione – che in questa accezione immediata equivale a quantificazione – riguardi primariamente, e forse esclusivamente, ciò che in concreto è possibile suddividere, scomporre, frazionare. Misurare significa “rompere” un certo tutto, per esempio un bene, per ricavarne delle parti. Che si taglino torte, si recintino terreni o si frazionino le società in quote azionarie, per quanto differenti siano gli oggetti in questione, per quanto diverso il loro grado di “solidità”, è comunque con la materia che si ha a che fare, cioè con beni che possono essere misurati e ripartiti secondo leggi che valgono nello stesso modo per ciascuno di essi. Ciò che conta è che non vi sia alcun elemento qualitativo che agisca come fattore di disturbo introducendo un margine di “soggettività”, e dunque di arbitrio, in un processo di ripartizione che deve essere imparziale se vuol essere oggettivo. È chiaro che, in questa prospettiva, non ha alcun senso tentare una misurazione di qualcosa di così impalpabile come il grado di affidabilità di un’azienda o la “customer satisfaction” (la soddisfazione del cliente) o il livello della “felicità” di una popolazione. Sarebbe come pretendere di misurare delle parole.
Tuttavia, questa prospettiva è davvero l’unica che abbiamo a disposizione? E la pretesa di misurare le parole è davvero così assurda?
Prendiamo le mosse da una constatazione lessicale. I Greci esprimevano il rapporto tra una grandezza data e una certa unità di misura con il termine logos; per gli antichi, cioè, – e siamo nella patria della geometria – questo rapporto non era considerato un numero, se non nel caso in cui fosse esprimibile con un numero razionale. Non solo: logos significa anche linguaggio. Si tratta soltanto di un caso? Siamo di fronte ad una polisemia incontrollata del sostantivo logos, e del corrispettivo latino ratio, che coprono uno spettro semantico tanto ampio da non significare praticamente quasi nulla? Oppure ciò è indizio del fatto che la misura è un rapporto che, fuor di dubbio, in alcuni casi e a certe condizioni può essere espresso solo in termini numerici, ma che prima di tutto è questione di logos e di ratio, di linguaggio e di ragione?
Non è certo questa la sede per elaborare in modo appena adeguato il problema; mi limito qui a suggerire un’ipotesi di lavoro: e se, in un senso più generale rispetto a quello che si ricava a partire dalle nozioni di tutto e di parti, considerassimo la misura in primo luogo un’operazione di traduzione? Per quanto singolare questa definizione possa apparire, può valere la pena tentare di verificarne la plausibilità, perché, se si rivelasse giustificata, essa consentirebbe di affrancarsi dal nesso che lega inscindibilmente la misura alla materia e che rappresenta, come si diceva, una pesante ipoteca sull’intera impresa di un’economia degli immateriali. In che senso, dunque, possiamo dire che la misura è una traduzione?
Se si tenta di prescindere in modo sistematico dall’identificazione tra quantificazione e misurazione, si può descrivere quest’ultima operazione nel modo che segue: un oggetto viene messo in relazione ad un altro, l’unità di misura, e viene espresso nei termini dell’altro: misurare un certo segmento, per esempio la diagonale di un quadrato, significa “dirlo” in termini di centimetri o di pollici o di qualsiasi altro segmento arbitrariamente scelto, per esempio il lato dello stesso quadrato.
La grandezza misurata viene così trasposta in un codice – in un ordine di senso – diverso da quello di partenza, in modo tale da far emergere connessioni, prospettive, operazioni possibili sulla grandezza data, che prima erano nascosti o comunque non evidenti. Basti pensare alle possibilità che si aprono per la matematica nel momento in cui si scopre, per esempio, che tre coppie di numeri a certe condizioni “traducono” un triangolo: la trasposizione di un oggetto geometrico su un piano cartesiano consente di esprimerlo con equazioni che si lasciano alle spalle ogni residuo di intuizione.
Ciò che mi interessa sottolineare è che il concetto cardine su cui la misura si basa non è il numero in quanto tale, ma la trasposizione in virtù di cui qualcosa – eventualmente un numero – viene definito come logos, o ratio, o rapporto tra due oggetti. La misura, insomma, non consiste in una proprietà intrinseca all’oggetto, perché tra il numero e l’oggetto misurato non c’è un rapporto univoco e predeterminato. Non c’è un numero prefissato di parti in cui ciascun oggetto possa e magari debba essere scomposto, quasi che la natura stessa di tale oggetto fosse riducibile al numero di parti di cui esso realmente si compone. Questa è una concezione ingenuamente atomistica della realtà, che, non a caso, ha sempre rappresentato uno dei cardini concettuali del cosiddetto “materialismo” nelle sue varie versioni, da Democrito in poi. E una volta che ci si affranchi da questa concezione vengono subito meno alcuni capisaldi di quella che, per opposizione a ciò che tentiamo qui di pensare, potremmo definire un’”economia dei materiali”. Ne cito uno per tutti: non è affatto detto, se non, appunto, nell’ambito della “materia”, che la suddivisione di un bene comporti necessariamente una sua progressiva “consumazione” fino al completo annientamento. Certi beni possono essere oggetto di fruizione invece che di consumo e si possono con-dividere, invece che suddividere. In tal caso può accadere che essi si moltiplichino piuttosto che diminuire: è esperienza comune che, rispetto all’ascolto individuale di un brano musicale la fruizione collettiva durante un concerto in cui il brano viene eseguito può incrementare in modo considerevole il godimento estetico. Così come la condivisione della conoscenza innesca un circolo virtuoso capace di auto-alimentarsi. Siamo in un terreno, è evidente, che non ha più nulla in comune con la spartizione e il consumo di un bene, in senso stretto, “alimentare”, ma non per questo se ne può concludere che il valore – il solo valore che conta in economia – sia quello direttamente proporzionale alla scarsità di un bene.
Abbandonare abitudini consolidate e cambiare paradigma non è mai facile: si dice che a Ippaso di Metaponto la divulgazione del segreto terribile concernente l’esistenza di numeri irrazionali, l’esistenza, cioè, di rapporti di misura non de-finiti e non definibili, come quello che intercorre tra il lato e la diagonale di un quadrato, costò la vita. Fortunatamente, nonostante la diffidenza di taluni economisti, diciamo così, ortodossi nei confronti di ragionamenti di questo genere, chi avanza ipotesi simili non corre rischi così gravi. Posso quindi permettermi di avanzare l’ipotesi che misurare “qualcosa” non sia necessariamente un procedimento che intercorre tra grandezze omogenee, come se la traduzione possibile fosse una sola, ma che vi siano oggetti (magari beni o qualità) la cui descrizione richiede più traduzioni in simultanea e l’incrocio tra ambiti d’esperienza a prima vista incommensurabili. Il misurare, allora, implicherà l’impiego di parametri eterogenei e la capacità di gestire la molteplicità di dati numerici che quei parametri generano, e la cui interpretazione è tutt’altro che univoca. Certo, in questo modo riaffiora quel margine di discrezionalità dal quale la pura e semplice quantificazione in senso stretto vorrebbe poter prescindere; senza che, tuttavia, la reintroduzione dell’elemento soggettivo comporti una resa all’arbitrario, né la rinuncia a qualsiasi descrizione in termini numerici. Si tratterà, piuttosto, di tener conto dell’approssimazione, dell’errore, della probabilità, del rischio, in un modo più esplicito di quanto non accada nel caso di una concezione della misura fiduciosa nelle leggi della cosiddetta “materialità”. Tutto ciò non rappresenta evidentemente una soluzione, ma soltanto la posizione delle questioni che vogliamo affrontare oggi. Questioni che si spalancano non appena si tenti di sostanziare l’ipotesi che misurare l’”immateriale” non sia di per sé assurdo.
Alla luce di questi problemi, la celeberrima affermazione di Protagora, homo mensura rerum, si carica di un significato diverso da una concezione sofistica della realtà, nel senso deteriore di uno sfrenato relativismo. L’«uomo è misura di tutte le cose» perché, come diceva Aristotele, l’«anima è in certo modo tutti gli esseri», perché l’anima umana è una sorta di traduttore (o misuratore) universale che entra in relazione con tutto ciò che è, rapportandolo a se stessa e conferendogli in questo rapporto (logos, ratio) un significato. In questo senso, il motto protagoreo può essere letto come il monito a non dimenticare che all’origine di qualsiasi oggettivazione e di qualsiasi misurabilità vi è l’umano come elemento irriducibile, del quale non si può non tener conto. Husserl, nella sua opera testamentaria dal significativo titolo La crisi delle scienze europee, sostiene che la scienza moderna nasce nel momento in cui si impara a tradurre le qualità, ossia i contenuti di una percezione soggettiva come, per esempio, i colori, in una quantità corrispondente, ossia, per restare all’esempio, nel numero che esprime la frequenza dell’onda luminosa di ciascun colore. Ma in questo processo, che apre delle straordinarie potenzialità per l’essere umano, si nasconde un rischio fatale: se si dimentica l’origine soggettiva della misurazione che dà luogo ad una descrizione scientifica della realtà, se l’oggettivazione si estende fin ad includere la sua stessa origine, si finisce col fare della realtà un deserto nel quale l’uomo non può più vivere. L’economia non è immune evidentemente da questo rischio e da questo destino. In fondo, tentare di affinare gli strumenti per misurare la qualità, interrogarsi su una possibile economia degli immateriali è un modo per tentare di rispondere alla crisi: un modo per far sì che anche l’economia sia – o torni ad essere – uno spazio dell’umano.
 

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