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RILEGGENDO PERCHÈ PUNIRE (Estratto da Paradoxa 3/2009)


Francesco D'Agostino

La lettura della nuova edizione di Perché punire è gradevole e coinvolgente. Pur essendo passati diversi anni dalla sua prima apparizione, il libro non ha perso nulla del suo smalto: più che in ogni altra sua opera, infatti, è in questa che Vittorio Mathieu dà fondo alle sue notevolissime doti di comunicatore: il lettore quasi non si avvede di venir trascinato dall’autore in un contesto di raffinata teoresi, nella quale l’elogio dello stoicismo, la critica all’utilitarismo, la rivisitazione della filosofia trascendentale di Kant costituiscono i punti di riferimento per un discorso arioso, che rende attuali tesi molto antiche, mostrando nelle stesso tempo come tesi attuali siano già state confutate, e definitivamente, in epoche ben lontane dalla nostra. Mathieu lavora a partire dal senso comune, che si compiace nel vedere come il merito venga premiato e la colpa venga punita; assume la coscienza della libertà, che ogni individuo porta dentro di sé, sia non solo la categoria fondamentale, ma anche e soprattutto il presupposto di ogni ordine sociale; individua nella sofferenza attivata nel reo dalla sanzione penale una straordinaria forza endogena, che non stravolge l’identità della persona, ma può operare in essa trasformazioni profonde per farle espiare le sue colpe; elabora il più straordinario elogio del diritto che ci si possa aspettare da chi, come lui, giurista non è (ma filosofo); rende ragione del diritto penale come della più straordinaria “tecnica”, mai inventata dagli esseri umani, per garantire la coesistenza, attraverso non l’eliminazione dei soggetti che la mettono a rischio, ma attraverso la loro reintegrazione, mediata dalla pena criminale, nel sistema da essi oltraggiato. Potrei continuare a lungo, dato che ogni pagina di questo libro custodisce piccoli e grandi tesori di riflessione ed offre straordinarie occasioni di piacere intellettuale al lettore. Insomma, un piccolo capolavoro di filosofia del diritto. Un capolavoro che alla sua prima apparizione ottenne una qualche attenzione, ma che, nella sostanza, è rimasto ampiamente ignorato.
Ignorato: perché? Come è possibile che la filosofia del diritto in generale e la scienza penalistica in particolare non si siano lasciate provocare da questo libro? What went wrong? potremmo chiederci, prendendo a prestito il titolo di un saggio famoso, che prende sul serio il paradosso di come produzioni culturali eccelse possano restare ignorate o addirittura andare perdute. A queste domande possiamo dare due risposte diverse, ma non alternative tra loro. Quella più semplice fa riferimento allo scollamento sempre più evidente che si dà in Italia (e non solo in Italia) tra il sapere giuridico e qualsiasi altra forma di sapere: con ogni probabilità il libro di Mathieu non è stato letto dai giuristi o è stato letto in un’ottica pregiudiziale, come un testo di stanca riproposizione delle vecchie teorie retributive della pena, quelle teorie che ogni manuale di diritto penale presenta agli studenti nel capitolo iniziale, dandole per antiquate e definitivamente confutate. Un’altra spiegazione, che, come si è detto, si aggiunge alla precedente e non la sostituisce, è più complessa. Agli occhi di molti, il libro di Mathieu è apparso come una riproposizione di una forma premoderna di pensiero, perché fa perno su di una categoria metafisica, quella della libertà. La scienza del diritto penale moderna, da Beccaria in poi, vuole invece rinunciare ad ogni schematizzazione metafisica e teologica e radicarsi nella razionalità, la quale – questo è uno dei dogmi portanti della modernità – non può che essere antimetafisica. Di qui l’espulsione di Perché punire dal dibattito degli ultimi decenni.
Si osservi che i penalisti che si fanno portatori di queste istanze antimetafisiche (ma potremmo tout court chiamarle antifilosofiche) non sono affatto degli sprovveduti o degli ingenui esaltatori della modernità. Generalmente, sono stati loro i primi a percepire la crisi del diritto che caratterizza il nostro tempo e sono ancora loro a continuare a richiamare l’attenzione su di una crisi che sembra non voler finire mai. Luciano Eusebi (già autore nel 1990 di un pregevole saggio, non a caso intitolato La pena in crisi), quando ha curato, nel 2005, la traduzione di una raccolta di scritti di uno dei massimi penalisti tedeschi, Klaus Lüderssen, ha correttamente individuato come titolo migliore per il volume quello di Il declino del diritto penale: nessun altro titolo avrebbe con maggiore precisione potuto indicare al lettore la prospettiva personale dell’autore, ma assieme a questa quella assolutamente condivisa dai suoi colleghi. Si noti la corrispondenza tra questo titolo e il sottotitolo di Perché punire, che suona: Il collasso della giustizia penale. Potrebbe sembrare che i due libri abbiano il medesimo oggetto: nulla di più erroneo. In realtà, pur parlando sia l’uno che l’altro del diritto penale, Lüderssen e Mathieu parlano di cose molto diverse. Mathieu parla dell’ uomo, in quella che è una delle possibilità che esistenzialmente gli si offrono, quella di cedere alla tentazione dell’hybris, cioè del delitto; Lüderssen parla invece di un sistema sociale, come quello del diritto penale, che è stato nella modernità costruito intenzionalmente come antropologicamente anonimo, per rappresentare le istanze di un’età non solo secolarizzata (o in via di una compiuta secolarizzazione), ma soprattutto compiaciuta di questa sua volontà di liberarsi da dogmi e pregiudizi medievali. Che il sistema penale sia oggi in rovina è sotto gli occhi di tutti: tutti i paradigmi ideologici sui quali la modernità ha fatto immensi investimenti psicologico-culturali, come quelli della riparazione, della risocializzazione, dell’emenda, della prevenzione, della difesa sociale sono falliti. Mentre però per Mathieu questo fenomeno ha una ragione, dipendendo dal fatto che quando si distrugge l’antropologia non è possibile evitare la rovina di qualsiasi società nel suo insieme e prenderne consapevolezza è l’unico modo per riattivare energie di ordine sociale che appaiono totalmente disperse, per Lüderssen (e per tutti i penalisti “moderni”) questo fenomeno non può che servire se non come la dimostrazione definitiva che la progressiva erosione dell’idea punitiva è ineluttabile e che anziché mettere mano alla costruzione di nuovi paradigmi (anch’essi destinati ineluttabilmente al fallimento, come quello della teoria della prevenzione generale positiva) è ora di smetterla con il riproporre stanche dinamiche di nuove criminalizzazioni, destinate, come tutte le altre, all’inefficacia. Nell’ottica di Mathieu, è evidente che è indispensabile tornare a mettere al centro della scena l’unico paradigma su cui il diritto in generale e il diritto penale in particolare possono sostentarsi (e che la modernità continua pervicacemente a rifiutare!): quello della responsabilità. Nell’ottica dei fautori di un diritto penale secolarizzato questa proposta, se si fa coincidere responsabilità con libertà, è irricevibile, in quanto intrisa da un’intollerabile pregiudizio metafisico. Perché però non sperimentare altre strade? Perché non ipotizzare che si possa rinunciare alla criminalizzazione e togliere allo Stato la sua pretesa punitiva, senza per questo abolire il dogma della responsabilità individuale?
Si può imputare un soggetto che non sia libero? Secondo Mathieu questa è un’impossibilità. Ma è proprio su questo punto che il dibattito degli ultimi anni si è fatto vivacissimo. Chi ama seguire le vie più contorte delle scienze umane contemporanee, sa che è in atto ormai da tempo una battaglia particolarmente intensa per affidare alle neuroscienze il compito di rifondare quei paradigmi, che il pensiero positivistico si illudeva di avere definitivamente consolidato e che invece, come si è detto, sono andati uno dopo l’altro sgretolandosi. Se si riesce a ridurre la mente al cervello, lo psichico al neurologico, si può senza difficoltà ricondurre libero arbitrio, responsabilità, intenzione, tutta la galassia dei concetti su cui veniva fondato il diritto penale “tradizionale”, al determinismo cibernetico. I più acuti sostenitori delle neuroscienze insistono nel mostrare come questo modo di pensare al determinismo non ha nulla a che vedere con le idee che comunemente ci facciamo sul fatalismo; l’idea che la nostra mente faccia parte di un sistema, per capire il quale non c’è alcun bisogno di chiamare in causa la psiche, perché è un sistema materialisticamente incentrato su se stesso, non deve indurci a pensare che siamo condannati a cadere preda di una tristissima inerzia morale, perché l’agire per il bene (proprio ed altrui) fa parte integrante della sequela causale e deterministica alla quale apparteniamo e la realizzazione del bene corrisponde puntualmente al programma mentale codificato nel nostro codice genetico e portato darwinianamente al suo stato attuale attraverso il succedersi selettivo di generazioni e generazioni. Una volta compreso tutto questo, al diritto non può che essere sottratta la funzione di vagliare il buono o il cattivo uso della libertà, attraverso l’applicazione di sanzioni positive a chi della libertà faccia buon uso e di sanzioni negative a chi invece della libertà faccia un uso perverso. Compito del diritto in generale, e del diritto penale in particolare, sarebbe quindi quello di inserirsi nella sequenza causale e deterministica delle azioni umane per promuovere quelle socialmente funzionali alla coesistenza e prevenire o reprimere quelle che portano la coesistenza inevitabilmente alla paralisi. Non aver accettato di portare all’estremo con coerenza questo programma, oppure – il che è fondamentalmente lo stesso – non aver avuto il coraggio di rimuove fino in fondo l’irrazionale, questa sarebbe la vera causa del declino del diritto penale.
È in grado la filosofia del diritto penale di Vittorio Mathieu di fronteggiare queste provocazioni? Apparentemente, in Perché punire, queste tesi non vengono discusse. In realtà, nella prima edizione del libro (Milano, Rusconi, 1980), c’era una piccola appendice che anticipava questo dibattito, in una forma notevolmente atipica: Mathieu pubblicava la lettera di un suo acuto e dissenziente lettore, apertamente schierato dalla parte del determinismo cibernetico, dando a questa lettera una sintetica, ma esauriente risposta. Perché questa appendice non è stata ripubblicata? Probabilmente perché Mathieu ha ritenuto che il dibattito, ancorché vivacissimo, sulle neuroscienze è fondamentalmente vacuo e si compone più di auspici e di annunci che non di fondati argomenti. Ciò però che bisogna sottolineare, è che, pur nel brevissimo spazio di una piccola appendice, Mathieu riesce a individuare il cuore di una discussione epistemologica che si va facendo sempre più pressante e di cui non ci libereremo tanto rapidamente: ragion per cui mi è sembrato opportuno (col consenso, ovviamente, dell’autore) riproporre in calce il breve testo (cfr. pp. 25-27).
Cerchiamo di mettere sommariamente a fuoco i termini della questione. O spieghiamo la responsabilità in termini psichici o la spieghiamo in termini fisici. Ma poiché, per la scienza, bisogna spiegare tutta la realtà (anche quella della psiche) esclusivamente in termini fisici, se si vuole eliminare fino in fondo l’irrazionale, cioè la meta-fisica, non abbiamo altra via che seguire il modo “moderno” di concepire il determinismo, quello che individua nel nostro cervello le radici di ogni nostro atteggiamento comportamentale. Nel nostro cervello troviamo le radici biologiche della nostra socievolezza, dell’altruismo, della benevolenza, delle capacità e delle doti individuali, insomma di quell’universo, ritenuto a torto immateriale, in cui tradizionalmente si riteneva che avessero il loro luogo le emozioni, i sentimenti, il carattere e soprattutto quelli che chiamiamo valori. Non c’è da farsi prendere dal panico, quando le neuroscienze li localizzano in alcuni determinati circuiti cerebrali e ne studiano l’intensità attraverso metodi quantitativi, propri delle scienze fisiche. Con queste loro investigazioni, le neuroscienze non distruggono i valori, ma semplicemente li studiano e li descrivono come dati, che rendono ragione dell’estrema complessità del nostro cervello e che sono prodotti non da ipotetiche forze spirituali, scientificamente inafferrabili, ma da ben precise dinamiche evolutive, scientificamente analizzabili.
Se quindi il diritto penale e la sua pretesa punitiva vogliono continuare a fare perno su di un’idea metafisica di responsabilità, il loro esito non potrà che continuare ad essere fallimentare. Un’unica possibilità sarebbe riservata oggi al diritto penale, quella di trasformarsi dall’interno e di assumere l’inedita (fino ad oggi) veste di diritto di intervento. Con questa espressione si comincia a indicare un sistema giuridico che sappia imputare ai soggetti responsabili le loro eventuali azioni antisociali, ma che non per questo li criminalizzi, ma semplicemente li tratti, per garantire doverosamente l’ordine sociale.
Nella piccola appendice cui ho fatto cenno, la risposta di Mathieu a ipotesi del genere è sintetica e limpida. Mathieu non nega che le neuroscienze possano dimostrare che il senso sociale presente nella immensa maggioranza degli uomini e che garantisce la presenza in tutti noi di sentimenti di convivenza tutto sommato accettabili, abbia una radice deterministico-genetica. Ciò che egli ritiene che invece andrebbe rigorosamente escluso è che una persona che fosse geneticamente priva di “senso sociale” o in cui il senso sociale fosse particolarmente flebile, e che quindi non dovrebbe mai essere pensata come “reo”, e mai dovrebbe diventare oggetto di recriminazioni e soprattutto di “accuse”, andrebbe trattata, anziché essere distrutta. «Se fossimo computers ben costruiti – scrive Mathieu – conterremmo nel nostro programma l’istruzione di disfarci, ogni volta che possiamo, dei nostri confratelli pericolosi, anziché correre rischi e affrontare spese per una loro regolazione inetta, condotta su conoscenze incerte, con riti farseschi e con esito quasi sempre negativo».
La replica di Mathieu (per chi neghi la libertà del volere è più razionale trattare oppure distruggere?) può aiutarci a portare avanti alcune ulteriori considerazioni. L’indicazione di un trattamento anziché di una punizione appare inquietante, non solo per l’apertura, che porta inevitabilmente con sé, verso soluzioni di estrema drasticità del problema della criminalità, ma anche perché altera la dimensione del garantismo penale: infatti, nel paradigma del trattamento restano del tutto indeterminate le modalità concrete che questo trattamento potrebbe assumere. Facciamo un esempio, partendo da una nuova ipotesi di incriminazione dai caratteri assolutamente inediti e che sta lentamente diffondendosi in Europa, quella che nel contesto tedesco viene ormai comunemente chiamata la menzogna su Auschwitz, cioè dalla criminalizzazione del negazionismo in merito alla Shoah (§ 130 III StGB, cioè del Codice Penale tedesco).
Quali le ragioni di questa norma incriminatrice? Il negazionista dell’olocausto viene punito non per aver espresso un mero giudizio di carattere storiografico, ma perché da questo giudizio emerge un atteggiamento di odio razziale, che non resta confinato nell’interiorità del reo, ma che attiva inevitabilmente atteggiamenti aggressivi e oltraggiosi, che – a parte le loro possibili e probabili degenerazioni in atti di violenza – appaiono assolutamente incompatibili con la convivenza sociale. Se non bastassero altri argomenti, è la stessa esperienza storica che ci dimostra come il razzismo sia intrinsecamente criminoso; esso deve essere sanzionato, perché è il prodotto, per usare un’espressione cara a Mathieu, di un’indebita pretesa di superiorità di un essere umano su coloro che egli considera membri di razze inferiori. In una formula solo lievemente più sofisticata, il razzismo è espressione di un cattivo uso della libertà, socialmente intollerabile. Se però la libertà è una fantasticheria metafisica, quale sarà la spiegazione dell’odio razziale? E se non siamo legittimati a punirlo, come dovremmo trattarlo?
Molti, probabilmente, riterranno che il vero problema non sia quello della messa in chiaro dell’eziogenesi del razzismo, quanto piuttosto di come sia possibile rimuoverlo come ideologia dal nostro corpo sociale. Le cose però non stanno così. Si possono usare le neuroscienze per capire qualcosa di più del razzismo, anzi è proprio su questo punto che sembra che i neuroscienziati siano arrivati a chiarire bene le cose. Ma l’intervento delle neuroscienze, invece di semplificare le cose, le complica terribilmente. Abbiamo letto di recente l’esultante comunicato di un’equipe di scienziati, che avrebbe individuato nell’amigdala il “luogo” del pregiudizio razziale. Si possono usare queste nuove cognizioni per un trattamento postmetafisico dei negazionisti? Invece di mandarli in galera, possiamo ricorrere a un trattamento medico dell’amigdala (chirurgico, ma eventualmente anche meno invasivo, come quello farmacologico) per reinserire i razzisti nel sistema sociale? Non dubitiamo che un governo bene orientato possa avere la tentazione di usare tecniche del genere per rimuovere definitivamente il razzismo dal cervello (più che dalla mente!) delle persone, per ottenere così la scomparsa di uno dei più tragici fattori di conflitto sociale. Cosa succederebbe però se al governo salissero proprio i razzisti? Per costoro, manipolare un’amigdala “razzista” sarebbe un non senso; l’amigdala veramente “sana” sarebbe quella che attiva l’odio razziale e solo questo tipo di amigdala dovrebbe attirare l’attenzione dei neuroscienziati, se vi volessero potenziare nella maggior parte dei cittadini l’antisemitismo! In breve: quale che sia la localizzazione cerebrale del razzismo e dell’antirazzismo, come giudicare in generale questo paradigma mentale? Con criteri statistico-quantitativi (del tipo: è giusto e va promosso l’impulso presente nei più)? O non sarà più probabile che chi detiene il potere adotterà i propri paradigmi ideologici come la corretta unità di misura dell’ ordine sociale? Quello che Buñuel (autore non a caso citato con ammirazione da Mathieu) ha chiamato Il fantasma della libertà ricompare costantemente, ogni qual volta ci si illuda di averlo fatto scomparire. È da qui che bisogna ricominciare a discutere.

*Vittorio Mathieu, Perché punire. Il collasso della giustizia penale, Macerata, Liberilibri, seconda edizione 2007

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