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ACCIDIA. EUROPEISMO E ATLANTISMO ALLA PROVA DELLA CRISI  (Estratto da Paradoxa 2/2009)


Paradoxa intervista Antonio Martino e Stefano Silvestri

Il termine accidia deriva dal greco a-kedía e significa, letteralmente, non-curanza. È il settimo tra i vizi capitali, ma probabilmente il più grave in un mondo messo a soqquadro dalla crisi ed in cui i rapporti (e le gerarchie) tra potenze mutano velocemente. È il vizio che periodicamente torna a minacciare l’efficacia dell’azione di Nato e Ue – vale a dire dei due principali organismi in cui si espleta la funzione internazionale dell’Italia – mettendone addirittura a repentaglio l’esistenza (se non proprio formale almeno sostanziale). Ne discutiamo con Antonio Martino, già ministro degli Esteri e della Difesa, e Stefano Silvestri, presidente dell’Istituto Affari Internazionali.


Già prima dell’esplodere della fase più virulenta della crisi, Fareed Zakaria provava a delineare quelli che potrebbero essere i caratteri del “mondo post-americano” (The post-american World, 2008). La crisi in corso avrà l’effetto di accelerare la transizione verso un nuovo ordine mondiale oppure, colpendo anche i cosiddetti “Paesi emergenti” o “ri-emergenti” (ad esempio la Russia il cui Pil è crollato del 9,5% nel primo trimestre 2009 e secondo le previsioni dovrebbe continuare a scendere con lo stesso ritmo nel prossimo) – potrebbe rallentare questo processo di redistribuzione del potere su scala globale, confermando, come ha titolato Aspenia, l’”America n. 1"?

SILVESTRI - Gli Stati Uniti sono e resteranno la maggiore potenza globale, ma non sono quell’iperpotenza che secondo alcuni analisti potrebbe dare vita ad una sorta di mondo unipolare. È più convincente la tesi di chi sostiene che in realtà il sistema internazionale sta vivendo una sorta di periodo “non polare”, privo cioè di un preciso ordine gerarchico e di forti regole comuni di comportamento. In realtà la crisi sta forzando gli Stati Uniti a riscoprire l’importanza di ordinati o solidali rapporti internazionali. C’è ancora molta incertezza su come organizzare questa solidarietà, ma è evidente l’importanza crescente di ambiti multilaterali come il G-20 (che sta prendendo il posto del G-8) e di istituzioni come il Fondo Monetario e la Banca Mondiale. Manca ancora la spinta decisiva che dovrebbe portarci ad una riforma dell’intero sistema delle grandi istituzioni, a cominciare dalle Nazioni Unite, anche perché il sistema internazionale è talmente poco ordinato e gerarchizzato che gli stessi Stati Uniti, che avrebbero tutto l’interesse a guidare un tale processo, non sanno ancora bene con chi farlo (con l’Europa, con la Cina, con la Russia, con tutti?) e a quale prezzo (diminuzione della centralità del dollaro? Accordi regionali di spartizione di sfere di influenza?).
Certo la crisi colpisce un po’ tutti, in particolare la Russia e alcuni Paesi emergenti, ma ciò non rafforza gli Stati Uniti: rende solo più lenta la ripresa e più complicata la ricerca dei necessari compromessi.

MARTINO - È difficile ipotizzare cosa accadrà quando questa crisi sarà finita, perché ancora non sono chiare le conseguenze per le economie europee e per le economie dei Paesi emergenti. Al contrario, sono alquanto più chiare quelle che riguardano l’economia americana. A causa delle dispendiosissime politiche di intervento pubblico adottate da Obama, che provocheranno in futuro un aumento delle tasse, e all’ingente aumento della massa monetaria operato dal governatore della Federal Reserve Bernanke, che causerà un aumento dell’inflazione, temo che gli Stati Uniti siano condannati a tornare alla seconda metà degli anni Settanta. All’epoca cioè del presidente Jimmy Carter, quando sia il tasso di inflazione che quello di disoccupazione erano a due cifre. Fu il periodo della stagflazione, ovvero di un mix di ristagno, inflazione e alta disoccupazione che poi ebbe termine grazie alle politiche di Ronald Reagan. Non credo, tuttavia, che anche nell’ipotesi in cui l’America ripiombasse in quelle condizioni, ciò pregiudicherebbe il suo ruolo di leader, che è dovuto non solo alla robustezza della sua economia, ma direi soprattutto alla sua potenza militare.


Sull’«International Spectator» di gennaio-marzo 2009, Asle Toje ha sostenuto che le dinamiche di un mondo multipolare potrebbero portare alla fine dell’«Occidente transatlantico». Sempre su questa linea, Niall Ferguson ha coniato il termine “Chimerica” per sottolineare gli stretti legami tra Stati Uniti e Cina, mentre «Limes» ha usato l’espressione “Eurussia” per sottolineare le connessioni tra i più importanti Paesi della Ue e la Russia. Inoltre, le vicende afghane dipingono un’Alleanza Atlantica divisa e vittima della sua “accidia”: gli Stati Uniti premono sugli europei per un maggiore impegno militare, ma questi rifiutano. Stiamo veramente procedendo verso un’incrinatura di quella che Vittorio Emanuele Parsi, nel 2006, definiva l’”Alleanza inevitabile”?

SILVESTRI - L’Alleanza Atlantica ha cominciato ad entrare in crisi con la caduta del muro di Berlino, quando ha perso la sua principale ragion d’essere, e cioè l’Unione Sovietica. Nessuno deve dimenticare infatti che, malgrado tutto quello che si è detto e scritto sull’importanza della “comunità transatlantica”, l’Alleanza è in primo luogo ed essenzialmente un patto per la difesa reciproca. Anche in passato l’Alleanza era stata divisa da dure polemiche sulle scelte economiche ed energetiche compiute dagli alleati (l’apertura economica verso Mosca dei governi italiani, i grandi accordi sull’importazione di gas dei governi tedeschi, eccetera), ma essa era sempre riuscita a ricostituire l’unità di intenti grazie alla sua solidarietà difensiva. Il momento di maggior successo dell’Alleanza si situa attorno al 1980, quando i principali Paesi europei hanno dispiegato gli euromissili sul loro territorio, obbligando l’URSS ad un accordo di disarmo reciproco che di fatto scriveva la parola fine su ogni ambizione di predominio continentale da parte di Mosca. E quello è stato l’inizio della fine per l’impero sovietico.
Oggi gli europei hanno tutto l’interesse a mantenere in vita l’Alleanza Atlantica, perché questo li mantiene in una posizione di alleati privilegiati degli Stati Uniti, ma devono anche fare i conti con i mutamenti del sistema internazionale. La NATO agisce ormai solo “fuori area”, al di fuori cioè dell’area di sua competenza, stabilita nel 1949 dal Trattato di Washington (e cioè il territorio dei Paesi alleati e l’area dell’Atlantico settentrionale). Ma al di fuori di quell’area non funziona più il “collante” della solidarietà automatica garantita dall’articolo V del Trattato, e tutto diventa più difficile ed opinabile. Gli stessi Stati Uniti non si comportano oggi nei confronti della NATO come dovrebbero comportarsi se stessimo affrontando il conflitto per cui essa era stata concepita. In Afghanistan, ad esempio, essi agiscono indipendentemente dalla NATO e il Consiglio Atlantico non è l’autorità di riferimento. Non è quindi strano se anche gli altri alleati si comportano allo stesso modo. Era stato diverso il caso del conflitto del Kossovo, ma sono stati proprio gli USA a non voler replicare tale modello perché (a loro avviso) troppo poco efficiente. Chi è causa del suo mal, pianga se stesso.
Non credo quindi che questa Alleanza possa ancora essere definita “inevitabile”: utile, opportuna, significativa mi sembrano aggettivi più attinenti alla sua attuale situazione. Il che non significa che essa stia per scomparire. L’Alleanza ha ancora molte cose da fare in Europa, a cominciare dalla costruzione di un nuovo ed equilibrato rapporto con la Russia. Purtroppo l’ideologia neo-conservatrice che ha dominato a Washington durante gli otto anni della presidenza di George W. Bush ha gravemente ritardato ed ostacolato questo processo, mettendoci tutti in una situazione squilibrata e rischiosa e complicando inutilmente il panorama internazionale. Eravamo arrivati al punto che molti Paesi europei si domandavano se era ancora opportuno salvaguardare l’Alleanza oppure no. Fortunatamente le cose sono cambiate ed ora l’Alleanza ha una nuova possibilità. A condizione che europei ed americani decidano di affrontare seriamente la questione che per l’Alleanza è quella prioritaria, e cioè la definizione di un nuovo rapporto con la Russia.
Quando si parla di “EuRussia” ci si limita a dire in modo polemico un’ovvietà, e cioè che anche la Russia è in Europa. I Paesi europei non potranno mai essere indifferenti nei confronti della Russia o ignorarla, e non solo perché da lì proviene circa un terzo del gas che essi consumano, ma perché quel paese occupa circa la metà del continente europeo. la Russia teme di essere “dominata” da occidente e allo stesso tempo vorrebbe in qualche modo “dominare” l’occidente: questo difficile rapporto potrà tanto meglio essere regolato quanto più l’UE sarà unita e forte, anche grazie all’Alleanza Atlantica. Tuttavia è anche interesse specifico della UE evitare che si ricostruiscano barriere che dividano nuovamente in due il continente europeo.
Non è detto che l’Alleanza Atlantica riesca a risolvere questo dilemma. Ad esempio, il nuovo ambasciatore che il Presidente Obama ha designato per rappresentare gli USA alla NATO, Ivo Daalder, ha a suo tempo sostenuto che l’Alleanza dovrebbe diventare un sistema globale, estendendosi a Paesi come l’Australia, la Nuova Zelanda, il Giappone o la Corea del Sud. La NATO diverrebbe così un sinonimo della nuova grande politica americana su scala globale (e il grande interlocutore diretto delle Nazioni Unite). Un tale disegno non manca di grandezza e di fascino, ma mette in qualche difficoltà i vecchi alleati europei, e non tanto perché siano accidiosi (c’è anche questo naturalmente), ma perché finisce per negare loro ogni differenziazione ed ogni singolarità rispetto alle scelte di Washington e gli europei non vogliono questo. Un’alleanza importante, magari anche centrale, è una cosa, un’alleanza onnicomprensiva (e forse soffocante) è un’altra.
Anche per questo è necessario che si rinforzi la componente europea del rapporto transatlantico: per trovare una risposta positiva alla secolare questione di come inserire la Russia in Europa senza dominarla e senza esserne dominati.

MARTINO - La tentazione in America di spostare il centro di gravità dei propri interessi dall’Atlantico al Pacifico ha una lunga storia. L’isolazionismo americano, in una delle sue varianti, era soprattutto basato sull’idea che l’Europa aveva smesso di essere il centro del mondo, come era stata fino alla Grande Guerra, e che dopo le due Guerre Mondiali era ormai diventata, come disse un sarcastico commentatore americano, “the most valuable piece of real estate in the world” (la proprietà immobiliare più cara del mondo).
Da parte dell’Europa c’è la tentazione di andare nella direzione di un privilegio dei rapporti con la Russia rispetto all’America. Questo perché tradendo lo spirito dei trattati di Roma, l’Europa non ha fatto nulla per cercare di garantirsi l’autosufficienza energetica. I trattati di Roma non erano solo quelli istitutivi del Mercato Comune Europeo, ma anche dell’Euratom. I padri fondatori dell’Europa infatti ritenevano che l’autosufficienza energetica fosse precondizione necessaria per una politica estera europea autonoma. Invece – e qui è evidente un atteggiamento di accidia da parte dell’Europa – non avendo fatto nulla in quella direzione, ed avendo rinunciato al nucleare, essa oggi dipende per l’approvvigionamento energetico da vari Paesi, per la verità non tutti particolarmente democratici, e quindi anche dalla Russia. La tentazione di un più stretto rapporto con la Russia c’è, non è un caso che l’ex-cancelliere tedesco Schroeder lavori per Gazprom.
Voglio sottolineare però che non è stata la politica di Bush a incrinare i rapporti transatlantici. L’intervento americano volto a far cadere il regime di Saddam Hussein in Iraq venne criticato da molti Paesi europei, principalmente dalla Germania e dalla Francia, perché considerato unilaterale. Anche in Italia la sinistra batté molto sul tasto dell’unilateralismo. Non condivido questa tesi, perché l’Europa – e questo è un suo secondo elemento di accidia – dipende in misura cruciale per la sua sicurezza dall’alleanza con gli Stati Uniti. I Paesi europei membri della Nato spendono poco più del 2% del PIL per la loro difesa. I Paesi europei non membri della Nato spendono il 2,8%. Gli Stati Uniti spendono quasi il 4%. Non solo, ma li spendono molto più razionalmente degli europei, perché l’Unione Europea in totale ha una spesa per la difesa che è pari alla metà di quella degli Stati Uniti d’America, ma ottiene soltanto, in termini di capacità, il 10% di quanto ottengono loro. Questo perché le decisioni relative alle spese per la difesa negli Usa sono prese da un solo centro decisionale, mentre nell’Unione Europa sono prese dai vari governi nazionali e quindi ci sono moltissime duplicazioni e molti sprechi. Non dobbiamo neanche tacere il fatto che in Europa in moltissimi casi queste spese servono soprattutto a finanziare l’industria nazionale della difesa.
Stando così le cose, gli europei non possono contemporaneamente essere incapaci di difendere se stessi – perché non ne hanno le capacità militari – quindi dipendere dagli Stati Uniti e, al tempo stesso, accusare il proprio alleato essenziale di unilateralismo. Questa è ipocrisia europea allo stato puro.


La costruzione europea nasce sotto la protezione degli Stati Uniti, il che significa che tradizionalmente europeismo ed atlantismo sono andati a braccetto. Anche l’ultimo allargamento UE ha coinciso con l’allargamento della Nato, comprovando questo legame. Ma se gli Stati Uniti dovessero volgere lo sguardo principalmente verso altre aree del mondo, quali sarebbero le conseguenze sulla costruzione europea? In poche parole, può esistere un “europeismo senza atlantismo”? E che forma avrebbe?

SILVESTRI - Più che atlantico l’europeismo è “occidentale”, nel senso migliore e più pieno del termine. La costruzione dell’UE è avvenuta all’ombra della NATO, ma non si esaurisce certamente in ciò. Winston Churchill, ad esempio, si definiva europeista, ma riteneva che ci si potesse contentare di una forma blanda di integrazione come quella del Consiglio d’Europa, e il Piano Marshall, che accompagnò la ricostruzione europea, sempre in ambito atlantico, venne adeguatamente iscritto nell’ambito dell’OCSE. La creazione della Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio, il primo nucleo dell’UE, fu un’iniziativa originale franco-tedesca, cui intelligentemente aderì anche l’Italia. Certamente, non riuscì la costituzione della Comunità Europea di Difesa, che era stata concepita come pienamente integrata nella NATO, ma che allo stesso tempo avrebbe dato vita ad una comunità politica europea di stampo federale notevolmente più avanzata della successiva creazione del Mercato Comune Europeo. Anche per questa ragione la nuova Europa ha finito per avere due anime, interconnesse, ma allo stesso notevolmente diverse tra loro: quella della difesa, una realtà transatlantica, e quella dell’economia, una realtà autonoma. La Francia, che con De Gaulle decise di uscire dal comando militare integrato dell’Alleanza, fu, assieme con la Germania, l’anima e il motore principale dell’integrazione economica europea. Se l’Alleanza Atlantica dovesse sparire, l’integrazione europea diverrebbe certamente più difficile e costosa (se non altro perché dovrebbe rapidamente assumere su di sé importanti oneri militari) ma potrebbe benissimo proseguire. Anzi, diverrebbe ancora più necessaria.

MARTINO - Europeismo e atlantismo sono sempre stati congiunti nei propositi dei padri fondatori dell’Europa. Ricordo mio padre [Gaetano Martino, n.d.r.] che promosse la conferenza di Messina del 1955 e fece partire il processo che portò nel 1957 ai trattati di Roma, di cui fu firmatario. Ma mio padre era anche un atlantista convinto ed a riprova di ciò, anche se non è un fatto noto, gli era stato offerto il posto di segretario generale della Nato. Lui rifiutò e al suo posto, nel 1964, fu nominato Manlio Brosio. Quindi europeismo e atlantismo sin dalle origini sono legati. Ma sono ancora più legati oggi, a causa, come dicevo precedentemente, del deficit militare dell’Europa, della sua incapacità di provvedere alla propria difesa.


Come accennava prima Martino, l’Europa presenta numerosi casi di “accidia” che interessano da vicino l’Italia. Inoltre, ormai innumerevoli sembrano le constatazioni dell’impalpabilità della UE sullo scenario internazionale. Eppure da un recente seminario co-organizzato dall’IAI presso l’Università di Cambridge nell’ambito del progetto EU-Consent, è emerso che l’allargamento avrebbe avuto effetti positivi sulla politica estera e di sicurezza europea, favorendo un ampliamento geografico e tematico delle relazioni esterne dell’Unione. Insomma, sotto questo profilo l’UE è ancora preda della sua “accidia”, o ne sta lentamente uscendo?

SILVESTRI - La politica estera europea è ancora competenza dei singoli governi europei. Il Trattato di Lisbona, se entrerà in funzione, accrescerà la sfera del coordinamento, gli strumenti comuni a disposizione e la possibilità di iniziative a maggioranza, dando quindi vita ad un primo più solido embrione di politica estera comune. Fino ad allora però la politica estera europea sarà destinata ad essere più reattiva che propositiva, e soprattutto lenta e piena di difficili compromessi. Eppure esiste, ed è sorprendente vedere quanto riesca a pesare nel mondo, malgrado la sua frammentarietà e la sostanziale debolezza, quasi impalpabilità, degli strumenti a sua disposizione. L’allargamento certamente ha avuto un ruolo in questo senso, ma anche il gigantesco peso economico, commerciale ed ora anche monetario della UE hanno in qualche modo costituito un fattore oggettivo di influenza che, quelle poche volte in cui è stato usato, ha dimostrato di avere enormi potenzialità. La mia meraviglia non è che l’UE sia tanto debole, ma che appaia tanto forte. Il mio timore è che ci si possa adagiare in questa situazione. Ovvero che l’Europa finisca per sprecare i tanti talenti che ha a sua disposizione, con suo grave danno.

MARTINO - Anche io non vedo nell’allargamento un fatto negativo, anzi ritengo sia positivo, anche se ovviamente crea dei problemi: le decisioni vengono ritardate ed a volte si ha l’impressione che il processo di integrazione risulti impedito. Credo in un’Europa estroversa, aperta verso l’esterno. Non credo in un’Europa introversa, nell’”Europa fortezza”, perché sarebbe circondata da Paesi che essendo esclusi potrebbero finire con il diventare ostili.


Una recente pubblicazione del CEPS (Center for European and Policies Studies) intitolata Synergies vs. Spheres of Influence in the Pan-European Space, ipotizza che la recente crisi economica possa rappresentare l’occasione per mettere in moto una serie di azioni di cooperazione tra l’UE ed i tre spazi verso cui punta nella sua proiezione verso Est: la Russia, gli altri Paesi partner lungo il confine orientale e l’Asia centrale. Le sembra un progetto plausibile? E puntando su un partenariato euro-russo, come sarebbe visto dagli Stati Uniti?

SILVESTRI - Questo sarebbe un progetto plausibile se l’Europa fosse una normale potenza, e ragionasse quindi in termini di potenza. Così non è ed in un certo senso è anche bene che non sia, poiché la ricerca della costruzione di sfere di influenza non farebbe che accrescere la frammentazione politica ed economica mondiale, accrescendo quindi anche i rischi di scontro e di guerra. L’attuale crisi economica non ha bisogno di soluzioni regionali, ma globali. Se uscissimo da questa crisi costruendo una serie di aree protezionistiche indeboliremmo le nostre economie e accresceremmo la conflittualità internazionale. Ma non sembra, fortunatamente, che questa sia la strada che si vuole percorrere. La stessa crescente importanza data al G-20 (e il sempre maggiore allargarsi di fatto del G-8 attraverso la formula del cosiddetto outreach) indica la necessità e la volontà di ricercare accordi globali.

MARTINO - La possibilità di un partenariato euro-russo non dovrebbe preoccupare l’America se, come io ritengo, prendesse la forma di un accordo basato su criteri di convenienza economica e non quindi dettato da motivazioni geopolitiche e militari. Le premesse ci sono, perché è vero che nel 2002 a Pratica di Mare è stato firmato l’accordo che ha portato alla Nato-Russia Council, cioè all’accordo di partenariato tra Nato e Federazione russa, ma è anche vero che la Russia non può prendere il posto che ha attualmente l’America come garante della sicurezza dell’Europa sotto il profilo militare. Quindi il partenariato sarà economico, con i suoi vantaggi, e non dovrebbe preoccupare eccessivamente gli Usa.
 

Se, spinta dagli interessi tedeschi, Bruxelles guarda ad Est, fatica invece a sviluppare la sua dimensione mediterranea, particolarmente importante per l’Italia tanto da un punto di vista geopolitico quanto economico. È probabile che le cause vadano ricercate nel tentativo del nucleo “framanico” (Francia + Germania) di conservare una posizione centrale (e quindi di leadership) nella costruzione europea. Per controbilanciare questa linea, quanto sarebbe importante per l’Italia continuare a confidare nel sostegno degli Stati Uniti, che ad esempio premono per l’ingresso della Turchia? E comunque, al di là della partecipazione di Ankara alla UE, gli Stati Uniti sono interessati ad un rafforzamento della dimensione mediterranea dell’Unione Europea? E perché?

SILVESTRI - L’espansione verso Est della UE rispondeva ad un’esigenza strategica primaria: gestire al meglio i giganteschi mutamenti provocati dalla dissoluzione del blocco sovietico e consolidare la stabilità delle nuove democrazie. Senza tale allargamento avremmo probabilmente visto il moltiplicarsi di crisi e guerre come quelle balcaniche e avremmo preparato il terreno per un nuovo grande scontro Est/Ovest. Chi pensa che avremmo potuto vincerlo dimentica un po’ troppo rapidamente che la Russia resta una delle due superpotenze nucleari globali.
Nello stesso tempo è evidente l’importanza strategica e di sicurezza dell’area mediterranea, che assieme con la Russia è la regione di maggior transito energetico verso l’Europa, e che costituisce la frontiera più instabile del nostro continente e quella da cui possono oggi originare i maggiori rischi. Gli ampliamenti dell’UE e della NATO hanno ricostituito una sorta di unità politico-economica e militare complessiva della sponda Nord del Mediterraneo che deve confrontarsi con la frammentazione, l’instabilità e le guerre della sponda Sud. Ignorare una tale realtà renderebbe l’Europa stessa più insicura ed instabile.
D’altro canto, anche se l’Italia è certamente interessata all’area mediterranea, essa è anche strettamente connessa con l’Europa orientale, dai Balcani alla Polonia, inclusa la Russia. Probabilmente, dopo la Germania, l’Italia è il Paese europeo occidentale più presente economicamente in quest’area. Più che di un interesse franco-tedesco io parlerei dunque di un interesse italo-tedesco.
Il che non toglie che noi preferiremmo vedere uno sviluppo equilibrato di ambedue le politiche, verso Est e verso Sud. Ma in questo caso non siamo soli. Al contrario vi è un evidente interesse comune con Paesi come la Spagna, ma soprattutto la Francia (che non a caso ha lanciato la nuova iniziativa dell’Unione per il Mediterraneo). Abbiamo quindi qui la base per un comune interesse franco-italiano.
Avere un comune interesse non esclude la competizione. La Germania vuole essere la prima ad Est così come la Francia ritiene di essere la prima a Sud (e la Spagna ambisce al ruolo di suo partner privilegiato). L’Italia, pur mantenendo le sue forti posizioni sia ad Est sia a Sud, non è particolarmente bene attrezzata per condurre una strategia politica di alto livello e preferisce in genere cercare di confondersi nella più ampia tela delle politiche comuni europee. Di tanto in tanto però è costretta ad uscire allo scoperto, come nel caso della Turchia, dove una disgraziata convergenza di interessi interni, politici ed elettorali, francesi e tedeschi, ha creato le premesse per una seria crisi mediterranea (e più che mediterranea, con le potenzialità per allargarsi al Caucaso, al Caspio, all’Asia Centrale e persino ai rapporti transatlantici). Qui si delinea una possibile convergenza italo-britannica o anche italo-americana.
A questo punto però comincia a chiarirsi il dilemma della politica estera italiana: con chi convergono dunque i nostri interessi? Un po’ con tutti, direi, e quindi anche un po’ con nessuno. In altri termini noi possiamo accomodarci ad ogni strategia vincente, ma siamo anche sicuri di dover pagare per ogni strategia perdente. Per questo è così importante per l’Italia che l’Europa sviluppi una vera politica estera, verso Est e verso Sud insieme, come richiede la sua stessa collocazione geo-strategica: per evitare di dover pagare troppo caro il prezzo di un successo sbilanciato.

MARTINO - Essendo siciliano, considero assolutamente essenziale lo sviluppo della dimensione mediterranea. A riprova di ciò, il 9 e 10 febbraio del 2006, quando ero ministro della Difesa, convocai a Taormina il vertice dei Paesi Nato, in cui intervennero i ventisei ministri della Difesa dei Paesi della Nato, il segretario generale della Nato, il ministro della Difesa della Federazione russa, il ministro della Difesa israeliano e 6 ministri della Difesa di Paesi arabi. Per la prima volta nella storia il ministro della difesa israeliano sedette allo stesso tavolo con il ministro della Difesa dei Paesi arabi. Per la prima volta nella storia si svolse un’esercitazione navale congiunta delle forze Nato e di quelle della Federazione russa, e per la prima volta nella storia, il segretario generale della Nato salì su una nave militare russa.
Il partenariato euro-mediterraneo è fondamentale ed a mio modo di vedere è anche precondizione per la pace nel Mediterraneo. Si potrebbe cominciare dalla liberalizzazione dei rapporti economici fra l’Europa e i Paesi della sponda sud del Mediterraneo. Sarebbe un modo per garantire una convergenza di interessi perché, come noto, il commercio unisce, mentre la politica divide. Il commercio è uno straordinario fattore di coesione. Probabilmente il libero scambio internazionale non garantisce sempre la pace, ma è vero che dove non passano le merci passano gli eserciti. Il protezionismo è stato spesso causa di guerre, commerciali prima e guerreggiate poi. Il partenariato euro-mediterraneo è quindi importantissimo e non va considerato solo sotto l’aspetto economico. Anche dal punto di vista politico ci sono molte cose da fare. Come avevo proposto da ministro della Difesa, occorrerebbe includere Israele nella Nato. Ciò avrebbe la positiva conseguenza di rassicurare Israele, dal momento che l’art. 5 del Trattato prevede che un Paese che viene attaccato ha la solidarietà e l’appoggio concreto di tutti gli altri Paesi Nato. Rassicurare Israele è importante sia per spegnere un po’ le avversioni, le velleità di distruzione del mondo arabo nei suoi confronti, sia per moderare alcuni atteggiamenti che Israele stessa è costretta ad assumere per via del fatto che ha fondate ragioni di preoccuparsi per la sua sicurezza.
E poi c’è la questione della Turchia, per cui mi riallaccio a quando parlavo della necessità di un’Europa estroversa. Se noi vogliamo davvero una Turchia che finisce in braccio al fondamentalismo islamico, tutto quello che dobbiamo fare è continuare ad offendere l’orgoglio nazionale dei turchi rifiutando l’adesione del loro Paese all’Unione Europea. Concordo con il fatto che se accadesse questo sarebbe un evento di una portata drammatica, perché la Turchia è un Paese di 80 milioni di abitanti che ha alle dipendenze del ministro della Difesa – come mi disse una volta il mio omologo turco Gönül – 1 milione di persone. Si tratta di forze armate con dimensioni paragonabili a quelle della Federazione russa, ma che sono anche modernissime, molto ben equipaggiate e con uno status per i militari che è sempre stato di privilegio. Lasciare la Turchia fuori dall’Europa è un grave errore, perché significa trasformare quello che è un prezioso alleato all’interno della Nato in un potenziale avversario legato al fondamentalismo islamico e temibile sotto il profilo militare e demografico.


Quindi, on. Martino, l’Europa in questo momento sta compiendo un doppio errore nei confronti della Turchia. Oltre a ostacolarne il processo di adesione, richiede, per l’adempimento degli standard democratici necessari alla membership europea, di ridurre forse eccessivamente il ruolo dei militari nel Paese?

MARTINO - Certamente. Si dimentica che l’esercito turco ha avuto una consegna da Kemal Ataturk, alla quale è sempre stato fedele. Vale a dire garantire che la Turchia rimanga uno Stato democratico e laico, e che ogni qualvolta si manifesti la tendenza del governo turco ad assumere decisioni antidemocratiche e ad avvicinarsi all’islamismo, i militari debbono intervenire con un colpo di Stato e poi imporre la democrazia. La Turchia è l’unico Paese che conosca in cui la democrazia esiste grazie al potere dell’esercito.
La posizione del ministro degli Esteri Frattini, che nel primo fascicolo di «Medidea» invita a coinvolgere anche i Paesi del Golfo Persico nel progetto UPM (Unione per il Mediterraneo), va in una direzione che potrebbe interessare gli Stati Uniti e quindi preservare il legame europeismo-atlantismo?

SILVESTRI - Nessuno sa dove cominci e dove finisca la regione mediterranea, o quella medio-orientale, un po’ come nessuno sa dove cominci l’Europa. Dobbiamo fare i conti con il fatto che l’Europa è una penisola dell’Asia e che il Mediterraneo è quel che il suo nome indica: un mare compreso tra molte terre, un mare interno a molte diverse regioni, e non un oceano a sé stante. Certo ci si può riferire solo ai Paesi rivieraschi del Mediterraneo, ma ciò significherebbe escludere dall’area Paesi come il Portogallo, la Mauritania, la Giordania, la Bulgaria e la Romania; d’altro canto, l’inclusione dell’Africa settentrionale comporta anche l’inclusione di quell’altro “mediterraneo desertico” (come lo definiva Braudel) che è il Sahara. Ed il deserto del Sahara (oltre a toccare l’Africa centrale, la regione dei Grandi Laghi e il Corno d’Africa) estende le sue propaggini sino al centro del Medio Oriente, attraverso una sostanziale continuità geologica, culturale, religiosa ed etnica. Dove finisce il Medio Oriente (che un tempo chiamavamo il Vicino Oriente)? Le definizioni originarie ereditate dagli imperi coloniali europei sono esplose man mano che quei Paesi hanno cominciato ad agire in proprio, ritrovando canali di comunicazione e di interesse tradizionali che, sin dall’antichità, legavano il Medio Oriente all’Asia centrale e meridionale.


Estendere l’UPM al Golfo non solo è opportuno per ragioni oggettive (se salta il Golfo, salta anche il resto dell’area), ma anche per un interesse specifico italiano: per evitare cioè che la presenza politica europea nel Golfo sia assicurata essenzialmente e quasi esclusivamente da Londra e Parigi. Certamente ciò piace anche agli Stati Uniti, almeno in linea di principio: a condizione cioè che la presenza europea non si riveli un po’ troppo competitiva.

MARTINO - Indubbiamente l’iniziativa di coinvolgere anche i Paesi del Golfo Persico nell’UPM va in una direzione a mio avviso favorevole al legame euro-atlantico. I Paesi del Golfo Persico sono infatti nostri importanti fornitori di energia e quindi potrebbero contribuire a rendere l’Europa meno dipendente dalle fonti energetiche di Paesi meno affidabili di quelli del Golfo Persico, che sono in generale abbastanza stabili.
 

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