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SEVEN. I SEGNI DELLA CRISI (Estratto da Paradoxa 2/2009)


Laura Paoletti

Un anno di distanza dall’estate del 2008 – che ha segnato un punto di non ritorno per la scena economica e geopolitica – è ancora un tempo troppo breve per qualunque tentativo di bilancio della crisi. Nessun’area del pianeta è andata, o potrà andare, immune dall’evidenza dei nuovi squilibri, emersi in tutta la loro portata nell’arco di pochi mesi: fusione della calotta artica, prezzi energetici, finanza tossica, crisi alimentare, nuovi scontri sugli assi delle risorse, fragilità del sistema bancario, inettitudine a decidere delle istituzioni europee. E si potrebbe continuare.
Possiamo tuttavia chiederci se, accanto alle imprescindibili letture economico-finanziarie, politico-sociali, nonché etiche, non ci sia posto per chiavi altre, che suggeriscano percorsi meno battuti, ma forse utili anch’essi ad elaborare un’interpretazione – e un vissuto – della crisi.

Ogni discontinuità obbliga ad un giudizio e ad una scelta (krisis, appunto), i quali non possono realizzarsi se non attraverso il ricorso ad un qualche apparato simbolico. È quest’ultimo che, innanzitutto, consente di orientarsi circa i criteri sottesi al “prima”, esplicitati i quali, si può poi tentare di rintracciarne di nuovi per evitare quanto più possibile di essere giocati da logiche asfittiche e inefficaci che prendano, nostro malgrado, il sopravvento. Oziosa analisi accademica? Oppure, peggio, pio desiderio, illusione che simboli e interpretazioni consentano in qualche modo di aggirare la dura realtà di un “fatto” come la crisi? Sicuramente non la pensano così due nomi di primo piano della scienza economica, come G. A. Akerlof (premio Nobel per l’economia nel 2001) e R. J. Shiller. Nel recentissimo Spiriti animali (Rizzoli, 2009), i due studiosi classificano tra gli elementi di turbolenza che provocano le crisi, facendo saltare il paradigma della razionalità economica neoclassica, proprio le “narrazioni”, le storie che ci si racconta sulla natura dell’economia, le storie paradigmatiche dei successi di chi ce l’ha fatta, le storie sulle grandi crisi passate che danno forma al modo in cui comprendiamo quelle attuali e che contribuiscono a determinare se e come sapremo uscirne. E dunque: quale storia o quali storie ci stiamo raccontando su questa crisi?

E’ molto forte, per esempio, la tentazione di utilizzare una chiave psicologico-apocalittica per trovare un filo di coerenza nello scenario inquietante che le varie facce della crisi disegnano; di leggere in ciascuna emergenza la logica sanzione di una stortura. La filigrana che traluce dai comportamenti dei diversi attori presenta tratti condivisi e allarmanti, tutti riassunti nell’incapacità di cambiare finché non è lo stesso modello di comportamento – e la visione delle cose che lentamente induce nell’attore – ad esplodere, spesso per mancato riscontro con la realtà.
E l’errore si fa abitudine, e l’abitudine stile e valore: sono i tratti del peccato che si fa irrevocabilmente vizio.

Quando pensiamo oggi a vizi e peccati, forse non è a Evagrio Pontico che il pensiero corre per primo. Né a quella tradizione che ha via via circoscritto nel numero determinato di “sette” la fenomenologia della fragilità umana, procedendo per riduzione e semplificazione rispetto all’assai più intricata mappa tracciata dai lunghi elenchi di peccati stilati da Paolo (Rm 1, 28-30) o da Agostino (Conf. III, 6.13), o dallo stesso evangelista (Mt 15, 10-20).

Forse oggi all’immaginario collettivo è più familiare la rappresentazione fisicissima dei peccati che offre Seven, il film di David Fincher del 1995, in cui viene messa in scena, nella chiave del giallo, la forma della punizione juxta propria principia. Uno psicopatico si incarica di punire, uno per uno, i cedimenti valoriali della società moderna ed escogita, per ciascuno di essi, un contrappasso atroce: l’elemento più riuscito e inquietante della narrazione non è tanto nelle immagini vivide e crude, quanto piuttosto nell’inesorabilità del procedere di una logica ferrea, che sconfigge nei fatti l’intelligenza matura e non banale di chi si mette sulle sue tracce. Comprendere non basta: la macchina ormai messa in moto dall’assassino è ineluttabile, e porta a compimento – nonostante tutto, nonostante l’assassino stesso – il disegno prefissato. Nel meccanismo, nell’assenza di spazi di manovra, la logica interna del peccato coincide con la sua stessa punizione.

Trattare i diversi aspetti della crisi provando a leggerne i segni alla luce dei vizi che meglio corrispondono alle sue forme varie può davvero dirci qualcosa di importante sul modo in cui la stiamo attraversando. Può dirci qualcosa sui timori che paralizzano, ma anche sulla speranza che nutriamo nonostante tutto, nonostante nessun assassino lucido e folle si sia ancora annunciato all’orizzonte con i suoi enigmi da risolvere: la speranza (illusoria?) che si possa rintracciare un fondamento soggettivo dei meccanismi che stanno travolgendo la vita di miliardi di persone; che non siano gli interessi, ma il perseguimento vizioso di essi ad avere (provvisoriamente?) rotto quella competizione collaborativa che è madre delle molte virtù del mercato; che si riesca a intendere e a far comprendere come sarebbe inutile cercare le soluzioni in altri vizi.

Abbiamo chiesto ad alcune voci autorevoli di lasciarsi liberamente ispirare dalla suggestione di un peccato, senza alcuna pretesa di esaustività. Gli autori interpellati hanno accettato, ciascuno a suo modo, la provocazione e la sfida di accompagnare i lettori di Paradoxa in questa discesa all’inferno del nostro tempo, che vuole essere, nonostante tutto, un lucido tentativo di speranza.
 

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