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DAI BENI CULTURALI AL CAPITALE IMMATERIALE (Estratto da Paradoxa 1/2009)


Laura Paoletti

Esiste oggi in Italia una vera politica culturale? E se esiste chi se ne fa carico? In un momento come l’attuale, a fronte dell’agenda imposta dalla dilagante crisi economica con i suoi drammatici effetti, mettere a tema il destino delle fondazioni culturali e il loro possibile rapporto con le fondazioni bancarie – come Paradoxa fa – rischia di apparire surreale come il suggerimento di Maria Antonietta di saziare con le brioches il popolo affamato. E, tuttavia, la riflessione che Nova Spes ha inteso avviare con i partner coinvolti, non è un lusso a cui dedicare il tempo libero, il tempo che resta una volta che i problemi seri siano risolti.
Partiamo da un dato, tanto universalmente denunciato, quanto ignorato nella sostanza: l’Italia soffre di una profonda crisi culturale che investe livelli e funzioni diversi nella società; una crisi di valori accomunanti, di contesti formativi, di capacità di innovazione e di progettualità politica. Una crisi, a conti fatti, tutt’altro che indolore: anche in termini economici.
Ma non ci si aspetti di trovare qui un cahier de doléances. Nelle pagine che seguiranno la nota dominante, quella che amalgama le prospettive, anche molto eterogenee, che vengono qui alla parola è l’insistenza su quel che c’è, piuttosto che su quel che manca; su un’opportunità da cogliere, piuttosto che sui rischi da evitare. L’opportunità costituita da quel “capitale cultura” che, come ogni altra forma di capitale, va accumulato, messo in circolo e fatto fruttare.
Una lettura comoda di quest’indicazione di percorso è quella che si rifugia nella magnificazione dei beni paesaggistici e artistici di cui l’Italia dispone in quantità e che dovrebbe imparare a valorizzare.
Non è la strada tentata qui: siamo convinti che il problema, semmai, sia proprio quello di forzare lo schema logico che costringe a ragionare di cultura – ancora e sempre – in termini di beni culturali, “cose” tra le cose, che il predicato “culturale” basterebbe a differenziare dalle altre. Così non è, e questa impostazione del problema resta radicalmente inadeguata perché la cultura non è primariamente un bene: è un ambiente in cui si respira; è tradizione viva, sguardo inedito e critico sull’esistente, creazione di reti, contaminazione di linguaggi, visione a lungo termine, e molto altro ancora. Tutte “cose” che, impropriamente e per contrasto, potremmo definire “immateriali”. La cultura in questo senso non è un fattore scontatamente presente nel tessuto sociale, ma richiede contesti e condizioni favorevoli per proliferare. Per esempio ha bisogno di tempo, di quella giusta distanza dall’incalzare del quotidiano che solo il tempo offre: il tempo come passato di una tradizione valoriale non improvvisata, che riesce ad accomunare in una medesima storia generazioni in cerca di un linguaggio condiviso; il tempo come futuro, come apertura di scenari e soluzioni che siano altro dall’ammodernamento posticcio di percorsi già battuti.
Ogni capitale realizza il valore (in prima istanza solo virtuale) soltanto se investito. Il capitale immateriale non fa eccezione e dà i suoi frutti soltanto se si mostra capace di innervare, alimentare ed essere a sua volta alimentato, dalle istanze concrete e dalle sollecitazioni che provengono dal tessuto sociale e politico nel quale si radica e dal quale scaturisce.
Questa idea (e questa pratica) di cultura – in senso lato politica perché ha a cuore la pólis e ciò che è bene per essa – è la ragion d’essere stessa della fondazione Nova Spes, che non ha mai inteso la propria attività di ricerca come esercizio fine a se stesso. Nova Spes, anzi, ha insistito – caparbiamente, vorrei dire, a dispetto delle resistenze e delle inevitabili difficoltà – a collocarsi nella scomoda terra di mezzo che non consente il linguaggio autoreferenziale di una riflessione disincarnata che procede secondo le sue proprie finalità e logiche interne, come se il mondo non daretur; e nemmeno il linguaggio asfittico di una prassi politica ridotta a tecnica del consenso e gestione dell’immediato.
Collocazione scomoda quella in bilico tra accademia e società, perché costringe ad obiettivi ambiziosi: in primo luogo quello di intercettare problemi e dinamiche magari latenti nel contesto sociale, prima che esplodano e, soprattutto, prima che siano a disposizione griglie interpretative atte a comprenderle ed eventualmente gestirle. Fin dai primi anni Ottanta, valga ancora, tra gli altri, l’esempio di Nova Spes, la fondazione riuniva esperti dai vari continenti a ragionare di globalizzazione: a vent’anni di distanza l’università avrebbe istituito corsi di laurea con questo titolo. Sempre in epoca che ormai sembra remota, quando ancora non erano à la page le riflessioni di oggi sulla “decrescita”, Nova Spes si poneva il problema dello sviluppo sostenibile.
Ma un’ermeneutica (per dir così) del proprio tempo, se, appunto, non si ferma alla filosofia ma piuttosto si radicalizza in una mission – culturale nei mezzi, sociale nei fini –, obbliga a sperimentare soluzioni operative per i problemi individuati. E, dunque, a raccogliere forze e consensi per promuoverle, a tentare di renderle efficaci, elaborando, magari, concrete proposte normative.
Una riflessione teorica isolata sulla cultura come risorsa avrebbe poco senso, perché resterebbe astratta. Per contro, un ragionamento condiviso che muove dall’autointerpretazione dei soggetti deputati alla “produzione” di una cultura che miri alle ricadute sociali e politiche della ricerca è un passo importante nella duplice direzione che ci interessa: comprendere fino in fondo la natura e la portata del capitale a disposizione e incrementare le possibilità di farlo fruttare, studiando linee d’azione comuni. Di tutto ciò questo fascicolo di Paradoxa è un esperimento in vivo.
L’allargamento dello sguardo a soggetti affini per finalità e modus operandi rischierebbe, tuttavia, per altro verso, l’astrattezza, se non tenesse conto del quadro completo all’interno del quale come fondazioni e istituti culturali ci muoviamo. Per questo abbiamo tentato un passo in più chiamando ad interloquire attori di tipo diverso, che si muovono sulla stessa scena, ma non scontatamente recitando un copione condiviso con i primi. Il dialogo tra fondazioni culturali e fondazioni di origine bancaria – o, per dirla con il meno equivoco lessico anglosassone: tra fondazioni operating e fondazioni grant-making – è tuttora troppo poco praticato rispetto a quanto sarebbe necessario tra soggetti che rappresentano il recto e il verso di una medesima azione culturale. Un dialogo che finora è rimasto in ombra rispetto a quello (anch’esso, ovviamente, fondamentale) tra fondazioni culturali e istituzioni, ma che è indispensabile per tentare qualche elemento sensato di risposta alla domanda ineludibile che apre queste note circa i protagonisti della politica culturale del Paese.

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