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LA PROPOSTA DI LEGGE SULLE FONDAZIONI


Paradoxa intervista Michele Vietti

Perché è urgente una riforma del diritto di fondazioni e associazioni? E perché, se è urgente, non si è ancora riusciti a realizzarla?

La riforma del diritto di associazioni e fondazioni può essere considerata, ancora prima che urgente, necessaria, come unanimemente affermato dagli studiosi e dagli operatori del settore, ormai da decenni. L’attenzione del legislatore verso gli aspetti tributari, che hanno sicuramente agevolato il non profit, ha, al contempo, creato confusione sotto l’aspetto strettamente civilistico, considerando, infatti, che la legislazione degli ultimi anni è stata incentrata sull’attività degli enti, senza considerazione alcuna per la forma giuridica da essi rivestita. Al contrario, come è avvenuto nel caso dell’impresa sociale, ha consentito ad enti non profit ed enti lucrativi di svolgere la stessa attività. Siamo dunque di fronte ad una legislazione disorganica, con norme del codice civile amputate da interventi abrogativi. Per contro, la cospicua legislazione speciale appare ispirata a principi più moderni, per cui le fondazioni, quali le fondazioni di origine bancaria, non risentono dello sfavore proprio del codice civile verso i corpi intermedi. Se la riforma era dunque da tempo necessaria, ora è urgente, sia per la costituzionalizzazione del principio di sussidiarietà, ma, soprattutto, per la compiuta riforma societaria. La stessa Commissione incaricata di questa riforma, da me presieduta, aveva sottolineato l’urgenza della riforma degli enti del Libro Primo. Specie in un’epoca nella quale anche associazioni e fondazioni, e non solo enti lucrativi, svolgono attività d’impresa, non è più pensabile il permanere di un codice civile il cui Libro Quinto, in tema di società, è ispirato ai moderni principi di trasparenza, autonomia e responsabilità e un Libro Primo tuttora ispirato a principi propri di un’epoca storica completamente superata. La mancata realizzazione può dipendere dall’avere considerato prioritariamente altri argomenti, considerati, a torto o a ragione, di maggiore urgenza.

La proposta di legge da Lei presentata, calendarizzata da qualche tempo, non è ancora approdata alla discussione in aula: ci sono ragioni sostanziali o si tratta di impedimenti contingenti?

La proposta di legge è stata da me presentata nel maggio dello scorso anno. E’ ora approdata alla Commissione Giustizia, ne sono il relatore. Mi auguro che la discussione in Commissione possa seguire tempi celeri e conseguentemente essere trasmessa all’Aula. Mi rendo conto che, in tema di giustizia, vi sia la tendenza a privilegiare gli aspetti penali, dimenticando, forse, che le problematiche civilistiche sono quelle che interessano il maggior numero di cittadini.

Quali sono le discontinuità rispetto alla bozza Pinza? Si tratta di differenze tecniche o alla base ci sono principi ispiratori eterogenei?

I principi ispiratori sono comuni. Non potrebbe, del resto, essere diverso, dovendo una riforma seria tenere conto dei principi costituzionali, non solo già risalenti al 1948 e favorevoli alle fondazioni, ma soprattutto del principio di sussidiarietà, nonché delle reali esigenze delle fondazioni. Vi sono, peraltro, tra le due bozze, alcune divergenze. Mi limito a citare quelle che mi paiono più rilevanti. La prima riguarda la distinzione per tipi di fondazioni e associazioni, a seconda del perseguimento di finalità meramente private, ovvero del perseguimento di finalità di interesse collettivo o riferibile alla generalità: sia la bozza Pinza che quella da me presentata contengono questa distinzione; tuttavia, la bozza che ho presentato è fortemente incentrata sul tema, si addentra nelle differenze di disciplina e, soprattutto, definisce ciò che si intende per ente con finalità collettive. E’ infatti mio pieno convincimento che questo punto, che è una vera novità rispetto al codice vigente che prevede disciplina uniforme, debba essere quanto più possibile chiara e puntuale nella definizione delle categorie, pena l’iniziare a ingenerare fin da subito dubbi interpretativi. Un’altra differenza riguarda l’Autorità di controllo che soltanto la mia bozza contempla per le fondazioni dotate di patrimoni consistenti, ossia un attivo dello stato patrimoniale superiore a dieci milioni di euro. Le due bozze concordano sulla necessità di organi di controllo interno e del controllo di natura contabile. La previsione, prevista nella mia bozza, dell’Autorità di controllo può essere o meno condivisa; ritengo che soggetti fortemente patrimonializzati, che svolgono, nella sostanza, un importante ruolo nella vita economica del Paese debbano in qualche modo avere una supervisione. Altro è il formulare il controllo in modo da rispettare l’autonomia degli enti, in primo luogo circoscrivendolo alla legittimità, escludendo nettamente lo sconfinamento nel merito.

In che senso la distinzione tra associazioni e fondazioni, e quella tra fini collettivi e fini privati rappresentano due capisaldi della Sua proposta di riforma?

L’evoluzione delle associazioni e fondazioni in Italia non ha significato soltanto un aumento numerico, ma è stata contraddistinta dal sorgere di enti con caratteristiche molto diverse. Si è passati dalla fondazione, concepita nel codice civile con finalità sostanzialmente testamentarie, per passare ad una maggioranza di enti costituiti “inter vivos”, spesso da persone giuridiche. Fondazioni e associazioni svolgono oggi spesso attività economica. Lo Stato ha esso stesso creato fondazioni secondo il cosiddetto fenomeno della privatizzazione, che ha avuto il suo culmine nelle fondazioni di origine bancaria. Per questo ritengo si debba partire da una disciplina differenziata per tipi: una disciplina omogenea non è più confacente alla realtà odierna.

Riferendosi ad alcuni recenti eventi torinesi, ha accennato all’importanza di un’attenzione “speciale” alle fondazioni/associazioni che si occupano di “cultura”. In che senso?

Le fondazioni culturali sono una realtà numerosa e importante nel nostro Paese. Come tutte le altre fondazioni, del resto, non vanno dimenticate. Ho ben presente le difficoltà che molte fondazioni culturali affrontano, per l’esiguità di risorse, che contrasta con il valore culturale che rappresentano. I fondi pubblici da destinare loro sono sempre più esigui; è necessario possano adeguatamente fare attività di fund raising. Questa non è certamente aiutata da una legislazione che non prevede alcun obbligo di rendicontazione, e può rappresentare un freno per i potenziali donatori. Manca, per fondazioni e associazioni, la trasparenza, prevista dall’ordinamento sia per le società che per la pubblica amministrazione. Questo non aiuta e, in casi sporadici, può avere effetti eclatanti.
 

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