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COME MISURARE IL LAVORO DEGLI UNIVERSITARI


Vittorio Mathieu

Uno dei privilegi dei professori universitari, un tempo, era il diritto a non fare assolutamente niente. Ad un giovane laureato Armando Carlini, a Pisa, consigliava di darsi alla teoretica, non alla Storia della filosofia: “Per far storia occorre indagare, per far teoretica basta far come me: passeggio per Pisa e penso”. Un titolare di Filosofia del diritto si rifugiava dietro Kant: “Anche Kant dice che la filosofia non si può insegnare: dunque è inutile che io faccia lezione”. A Trieste un professore di latino arrivò in città due anni dopo essere stato nominato; nel frattempo esami e lezioni erano tenuti da assistenti.

Comprensibile, perciò, che la coppia Gelmini-Brunetta voglia mettere al lavoro i cattedratici; ma è un dubbio che, per controllarli ci si possa fondare sulle pubblicazioni. Chi assicura che quelle pubblicazioni abbiano valore? Come giudicarle a numero e a peso? Certi lavori di matematici sono accessibili solo ai cultori della medesima specialità (non a tutti i matematici); i soli che, anche senza capirli perfettamente, siano in grado di darne un giudizio. Ma come individuarli a loro volta? A volte è capitato che una scoperta matematica di straordinaria importanza sia rimasta ignota per secoli.
L’inventore della geometria proiettiva (un ingegnere militare), ai suoi tempi (sec. XVII) ebbe così scarsa fama che ancor oggi non si sa se il suo nome di battesimo fosse fosse Gaspard o Gérard (Desargues). Il suo “progetto-brogliaccio” (così lo chiamò) usava un linguaggio poetico e allusivo, e solo qualche fortunato (Descartes, Pascal, Leibniz) ne capì qualcosa. Il brogliaccio fu poi ritrovato nell’Ottocento su un banchetto vicino alla Senna, dopo che la geometria proiettiva era stata reinventata da un altro ingegnere militare e sistemata da von Staudt. Con un sistema di valutazione ragionevole Desargues non avrebbe mai ottenuto una cattedra universitaria.
Ottima l’idea medievale di far giudicare i professori dai loro utenti, gli studenti. Ma quando si trattò di giudicare un celeberrimo giurista, il Cujas, gli studenti gli anteposero l’autore, oggi sconosciuto, di un volume dal titolo Cupidon juréconsulte.
Una gestione privatistica delle Università, di tipo anglosassone, favorirebbe la selezione. Ma tradizionalmente essa prescinde quasi totalmente dalle pubblicazioni e dalle stesse lezioni. Eccellenti filosofi inglesi dell’Otto-Novecento furono chiamati a insegnare in base a brevi articoli, e solo in seguito produssero grossi volumi per conto delle Gifford Lectures o di altre istituzioni analoghe. Già titolari di cattedra, nessuno si occupava di quando se e dove facessero lezione.
Quando Ernest Cassirer, in seguito alle persecuzioni razziali, approdò in Inghilterra, domandò quale fosse l’orario del suo insegnamento. Si meravigliarono molto e gli risposero: “Quello che preferisce, se proprio vuole insegnare”. Del resto, c’è un celebre college di Oxford, All Sauls, in cui non si tengono lezioni per la ragione decisiva che non ha studenti, ma solo professori e fellows. Prima della guerra si riunivano ogni  tanto a cena (a Londra); e Chamberlain vi ebbe rilevante influenza (politicamente, non cattivi risultati).
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