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LA CRISI DEI MERCATI FINANZIARI


Luigi Cappugi

Sulla recente crisi dei mercati finanziari si è letto e detto di tutto.
Due concetti, tuttavia, sembra siano stati poco, o affatto, toccati dai commentatori e dai media.
Il primo riguarda il fatto che si tratta di una crisi annunciata e che non è stato fatto nulla di concreto per prevenirla o attenuarne gli effetti.
Infatti, la situazione di rischiosità implicita dei bilanci di molte banche mondiali era nota da molto tempo (almeno dal 2003), per l’enorme proliferazione delle operazioni finanziarie “derivate”, che hanno come caratteristica quella di moltiplicare i rischi, trasferendoli da attore ad attore in base ad una sorta di catena senza fine. La stessa crisi dei mutui è stata enormemente amplificata, attraverso operazioni che, frazionando i mutui ad alto rischio in più parti e creando prodotti finanziari derivati che includevano tali frazioni, hanno moltiplicato la rischiosità complessiva degli strumenti finanziari del sistema.

Ebbene, nonostante che il “rischio derivati” fosse noto da diversi anni, le istituzioni non hanno agito in maniera da porre argini alla crisi annunciata: da un lato la politica non ha regolamentato in in modo adeguato la detenzione di assets derivati così da contenerne la crescita; dall’altro le istituzioni di controllo (banche centrali, società di revisione e di rating) non sembrano avere compreso compiutamente le situazioni di rischiosità latenti o avvertito adeguatamente il mercato e i risparmiatori.
In tale contesto, nessuno, neppure le principali istituzioni internazionali di previsione, hanno prospettato tale rischiosità e i suoi effetti sull’economia reale fino a che gli eventi non si sono manifestati. Basti ricordare che, fino a settembre 2008, tutte le più autorevoli previsioni formulate da istituti specializzati internazionali parlavano di rallentamento, ma nessuno ha ipotizzato prospettive recessive neppure lontanamente assimilabili a quelle previste solamente un mese dopo, a seguito del manifestarsi della crisi di ottobre.
Oggi le previsioni indicano una fase recessiva delle economie occidentali (crescita negativa) e di rallentamento di quelle emergenti (crescita ridotta) che potrà durare almeno fino alla metà del prossimo anno 2009.
Come si sa le previsioni sono fatte per essere smentite dai fatti.
Forse anche quelle attuali di pesante recessione per i prossimi mesi saranno smentite dai fatti e speriamo in meglio.
Naturalmente, le speranze da sole servono a poco se non si accompagnano all’azione.
In tale prospettiva, per agevolare l’uscita dalla crisi occorre rapidamente ridisegnare le “regole del gioco”, definire non solo nuovi parametri di solvibilità patrimoniali delle banche ma anche nuove regole di controllo istituzionale.
Si impone una nuova Bretton Woods allargata anche alle grandi economie emergenti come Russia, Cina, India e Brasile.
In questo senso le azioni che i governi e le banche centrali mondiali devono realizzare devono avvenire in maniera coordinata ed efficace.
Un primo importante evento in questa direzione è rappresentato dalla recente riunione a Washington  tra i capi di Stato e di Governo (e i relativi ministri finanziari) non solo dei Paesi industrializzati, ma anche di quelli emergenti e in via di sviluppo che sono oggi attori importantissimi sullo scenario economico mondiale e che ancora di più lo saranno nei prossimi decenni.
Si tratta di un primo incontro, a cui ne seguiranno altri già annunciati, che ha come obiettivo quello di ridefinire le “regole del gioco” dell’economia mondiale, condividendo gli accordi anche con quei Paesi che saranno le potenze del futuro (Cina e India in primo luogo).
La nuova “Bretton Woods” dovrebbe prevedere il ritorno ad un effettivo governo dell’economia da parte della Politica, ad una nuovo corso che definisca nuove regole e strumenti di disciplina dei mercati interni ed internazionali per evitare che la libera iniziativa possa portare, come è accaduto, alla realizzazione di operazioni finanziarie ad alto rischio, alla concentrazione della ricchezza nelle mani di gruppi sempre più ristretti, al prevalere degli appetiti individuali sugli interessi e sul benessere collettivi.
Il percorso in questa direzione non è facile né rapido. Tuttavia alcuni segnali di coordinamento internazionale lasciano ben sperare. Per esempio, per la prima volta nella storia recente, le banche centrali dei principali Paesi mondiali, hanno, in maniera concertata, ridotto contemporaneamente i tassi di interesse per iniziare a sostenere la graduale uscita dalla crisi.
Anche altre scelte operative che, in questo periodo, sono state effettuate da diversi governi (si pensi al piano di salvataggio delle banche in USA, agli interventi del governo inglese nelle banche, solo per citare i principali) sembrano indicare la volontà di un nuovo corso nella gestione dell’economia globalizzata da parte delle istituzioni.
Altre ipotesi o proposte di intervento sono sul tappeto: la costituzione di un Fondo europeo che sostenga la ripresa attraverso interventi nella realizzazione di opere infrastrutturali e l’acquisizione di imprese in difficoltà da risanare e poi collocare sul mercato azionario; la garanzia di ultima istanza delle banche centrali a favore delle banche, ma con obbligo di adeguata capitalizzazione delle stesse (e se questa manca lo Stato può sopperire capitalizzando, acquisendo il controllo per poi successivamente cedere).
Al di là del merito specifico delle singole proposte e ipotesi, quello che conta è la volontà dell’azione condivisa e congiunta delle istituzioni a ritornare alla regolamentazione dei mercati ed al loro controllo. Solo attraverso la definizione di regole precise e l’attribuzione a organismi specifici di poteri di controllo e sanzione è possibile limitare i rischi futuri, ridare fiducia agli operatori, avviare il percorso di rilancio.
In sostanza, non bisogna perdere questa “opportunità”, offerta dalla prima vera grave crisi economica globale, affinché la Politica economica ritorni a svolgere la sua funzione di regolamentazione e redistribuzione delle risorse per assicurare maggiore stabilità ed equità distributiva, in un contesto in cui le decisioni non possono rimanere limitate ai singoli Stati ma vanno sempre più concordate e condivise.
La seconda considerazione che emerge dalla crisi attuale riguarda il ruolo svolto dal mass media nell’informazione della situazione e delle prospettive.
In un contesto di globalizzazione dell’informazione, è aumentato il potere condizionante dei mezzi di comunicazione. L’informazione globale, se non correttamente gestita, può amplificare oltremodo qualsiasi situazione influenzando fortemente i comportamenti e gli “animal spirits” degli operatori economici.
Immediatamente all’inizio della crisi, migliaia di persone in Italia, sulla scorta dei “bollettini di guerra” che leggevano sui giornali o ascoltavano in TV, sono state prese dal panico: moltissimi hanno venduto i titoli in portafoglio realizzando forti perdite, molti altri si sono addirittura  recati in banca a prelevare i propri risparmi per mantenere denaro contante in casa.
Se avessero aspettato 20 giorni, le perdite di quotazione dei titoli sarebbero state in gran parte riassorbite dai rialzi delle ultime settimane e la loro ricchezza finanziaria non si sarebbe ridotta.
Questi atteggiamenti di panico, ovviamente, non fanno altro che accrescere ulteriormente la crisi, dal momento che le aspettative creano l’evento (o almeno lo aumentano).   
In questo caso è indispensabile che i mezzi di comunicazione agiscano in maniera da evitare il diffondersi delle paure e abbiano atteggiamenti non ispirati al sensazionalismo della notizia quanto a responsabili principi di comportamento, nell’interesse collettivo.
Appare anche qui necessario un intervento delle istituzioni per disciplinare l’informazione in casi straordinari, come quello recente, senza naturalmente ledere il diritto alla corretta diffusione delle notizie.

3 dicembre 2008
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