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L'IMMAGINARIO DI SINISTRA (Estratto da Paradoxa 3/2008)


Gianfranco Pasquino

Scrivo mentre si è aperta una polemica davvero “sinistra”: se, per l’appunto, sia di sinistra frequentare i salotti. Manca, però, un’alternativa precisa, chiaramente di sinistra, che non può consistere nel frequentare esclusivamente le cucine dei ristoranti alle Feste dell’Unità (chiedo immediatamente scusa: “del Partito Democratico”) e neanche nello starsene a casa. La sinistra è partecipazione, dunque, semmai, andrà nei circoli (che mi dicono non essere particolarmente affollati) del Partito Democratico. Dentro questo dibattito, che non è particolarmente interessante, ma è rivelatore, stanno non pochi elementi che definiscono l’essere di sinistra. Meglio, che consentano agli uomini (in questo caso i riferimenti erano a Fausto Bertinotti, l’uomo dei salotti, in special modo televisivi; all’operaista Paolo Ferrero e all’umorista Michele Serra che, incidentalmente, ho conosciuto in un salotto bolognese) e alle donne di autodefinirsi, con maggiore o minore compiacimento personale, “di sinistra”. Naturalmente, un conto è andare nei salotti-salotti, che, lo sappiamo, possono essere di destra o di sinistra. Un conto molto diverso è andare nei salotti televisivi che, almeno, in via di principio e per par condicio, dovrebbero essere pluralisti. I salotti di sinistra consentono, ovviamente, sedute di autocoscienza nelle quali la sinistra sa eccellere fino a sfociare nel sinistrismo. Meglio, per la sinistra, frequentare qualche salotto di destra dove magari si impara qualcosa sugli umori di elettori altrimenti irraggiungibili e dove sarebbe persino possibile fare del difficile proselitismo. Quanto ai salotti televisivi, conta certamente esserci; conta ancora di più come ci si sta. Costitutivamente, i salotti televisivi consentono le espressioni più elevate di esibizionismo e di narcisismo, non necessariamente qualità (esclusive) di sinistra. Comunque, nella politica contemporanea una modica dose di presenza nei salotti televisivi non è soltanto inevitabile; è, in buona sostanza, vitale. Non sembrano averlo capito alcuni grandi intellettuali di riferimento della sinistra, i quali, pure, vengono riveriti come maestri della comunicazione e sostengono di esserlo.

La polemica su salotti e salottieri suggerisce anche che molti nella sinistra ritengono che i messaggi politici (e, forse, anche di stili di vita) debbono essere trasmessi in modo diverso che dagli schermi televisivi o in occasioni conviviali. Eppure, in molte autorappresentazioni di sinistra al centro della politica sta, per l’appunto, il militante, colui che è totus politicus, che non dimentica la politica neppure per un momento, che alla politica è anche disposto a sacrificare, poiché lo affaticano e lo distolgono, come confessò Lenin, sia il pattinaggio sul ghiaccio sia l’ascolto delle sinfonie di Beethoven, entrambe, a vario titolo, attività troppo assorbenti. Dunque, “partecipare” è di sinistra. Anzi, è nel DNA della sinistra poiché soltanto con la partecipazione intensa e frequente diventa possibile colmare il divario con la destra che può, invece, fare ricorso ad una grande quantità di risorse d’altro genere a cominciare dal denaro. Nel corso del tempo la comprensione di che cosa sia, possa e debba essere la partecipazione politica si é arricchita e articolata. La persona di sinistra partecipa sia quando fa parte di una riunione, di un corteo, di una manifestazione, sia quando prende parte alle decisioni, alla loro formulazione e alla loro approvazione. Nella visione di sinistra, nella destra non si incoraggia nessuna partecipazione e si delegano decisori, la partecipazione è fondamentale fino alla celebrazione di una non meglio precisata “democrazia partecipativa” nella quale tutti avrebbero abbastanza tempo per svolgere funzioni politiche in prima persona, di frequente, continuativamente. Partecipazione (di sinistra) contro decisionismo (di destra): è una classica contrapposizione italiana di “valori”.
Soltanto di recente, dopo avere esaltato la figura di Enrico Berlinguer che ha letteralmente dedicato alla politica tutta la sua vita fino alla tragica morte, qualcuno nella sinistra ha scoperto il valore, ma anche il dolore, della distinzione fra sfera pubblica e sfera privata, nonché delle difficoltà di transizione dall’una all’altra sfera, così intelligentemente analizzate da quel grande “socialdemocratico” che è Albert O. Hirschman (Felicità privata e felicità pubblica, Bologna, Il Mulino, 1984). Nel passato, la partecipazione di sinistra era abitualmente rivolta alla costruzione delle possibilità di una grande trasformazione, eufemismo per rivoluzione. Oggi, sembra essere indirizzata verso due obiettivi abbastanza differenti fra loro: la pace e la giustizia sociale. Non c’è dubbio che gli uomini e le donne di sinistra si sentono, si dichiarano, sono pacifisti. La grande maggioranza di loro lo sono “senza se e senza ma”. Per carità di patria, non necessariamente un valore per la sinistra che, da Marx in poi, è internazionalista, ma curiosamente appare terribilmente ambivalente rispetto alla globalizzazione, non interrogherò la sinistra sulle compatibilità fra la pace ad ogni costo e la giustizia sociale, fra la carta bianca che viene regalata ai dittatori che opprimono e reprimono i loro cittadini e gli imperativi dell’internazionalismo. Ma il problema esiste e, fortunatamente, anche in Italia esistono uomini di sinistra che se lo sono posto e lo hanno risolto accettando che, in alcune situazioni, la cosiddetta pace non assurge a valore assoluto. Non può essere preferito e anteposto, ad esempio, alla libertà.
Lontanissimi da Bobbio e largamente incompatibili con il suo pensiero erano gli assolutismi pacifisti tanto è vero che i suoi non migliori allievi ingaggiarono una furibonda critica della sua posizione favorevole all’intervento del 1991 contro Saddam Hussein colpevole, sicuramente, “senza se e senza ma”, di avere invaso e occupato uno stato indipendente, il Kuwait. Quanto (non) fossero di sinistra, ma “sinistre”, le posizioni contrarie a quella guerra lo si può valutare ricordando la parata di esponenti cattolici che andarono addirittura a Baghdad a solidarizzare con il dittatore irakeno. Dovendo scegliere fra un dittatore e la sua popolazione, la posizione di sinistra non può che propendere per le “masse” e la loro liberazione, e questa preferenza non sarebbe affatto da considerare ingenuità politica e neppure un, peraltro apprezzabile, prodotto dell’utilitarismo benthamiano (maggior benessere per una maggior numero di persone). Al contrario, siamo entrati in questo modo nel cuore del tema della giustizia sociale. È vero uomini e donne di sinistra sono stati ingenuamente terzomondisti, come autocritica delle responsabilità colonialistiche dei loro governanti del passato, ma anche, per dirlo con un po’ di brutalità, perché sedotti dal mito del buon selvaggio (senza per questo pregiudicare la collocazione politica di Jean Jacques Rousseau). Sul punto, però, da una decina d’anni almeno, le persone di sinistra appaiono alquanto confuse. Il terzomondismo recede, ma sono avanzati i no-global, magari con qualche violenza di troppo che sa di bullismo, di teppismo, di luddismo, e ai quali bisognerebbe impedire che si approprino di una qualche etichetta di sinistra. Ma è vero che la sinistra radicale, antagonista, alternativa non sa dare risposte a questi fenomeni, peraltro, di recente entrati in una fase di declino. Qualche volta li coopta a fini elettoralistici, ma con limitato vantaggio.
Probabilmente, il fenomeno più originale e più interessante che si sta manifestando nell’ambito della sinistra, ma non solo, è quello che il sociologo Luigi Ceccarini ha intelligentemente definito «consumare con impegno» (è il titolo del libro recentemente pubblicato da Laterza 2008). Uomini e donne di sinistra amano dichiararsi solidali, vogliono essere generosi, hanno anche sensi di colpa di fronte alla povertà nel mondo. Il loro modo di raddrizzare gli squilibri fra il Primo Mondo e gli altri consiste anche nel fare del turismo rispettoso dell’ambiente, nel boicottare le multinazionali che sfruttano il lavoro femminile e dei minori, nel procedere a forme di consumo equo e solidale privilegiando le botteghe che offrano quei prodotti a scapito dei supermercati e che consentano di stabilire relazioni sociali. Di converso, la destra non sembra porsi questi problemi, probabilmente esagerando nell’attribuire tutte o quasi le responsabilità agli stessi paesi sotto – e male – sviluppati e ai loro poveri (e sfruttati) abitanti, mentre parte delle responsabilità dovrebbero ricadere sulle elites di quei paesi e su chi, nell’Occidente, le ha aiutate a giungere al potere e consente loro di rimanervi. In un certo senso, dalla visione delle ingiustizie economiche e sociali deriva un altro tratto, spesso esagerato e altrettanto compiaciuto che autodefinisce le persone di sinistra: l’indignazione. A fronte dei molti mali del mondo e dei propri paesi, le persone di destra sembrano accettarli con fatalismo e rassegnazione, mentre le loro controparti di sinistra si indignano e, quando possono, ovvero fin troppo spesso, lo scrivono sui giornali.
Laddove la destra è spesso ordine, la sinistra è conseguentemente movimento. Di recente, questa dicotomia si è, almeno parzialmente, ridefinita come “giustizialismo” verso “permissivismo”. In verità, la sinistra non si definisce permissiva, ma intende semmai sottolineare la sua caratteristica di non essere repressiva. I critici hanno parlato al proposito di “buonismo” come caratteristica di una parte almeno della sinistra. In materia, per sfuggire alla dannosissima assimilazione con il permissivismo, Blair ha pronunciato una delle migliori revisioni del pensiero e delle pratiche della sinistra tradizionale, affermando che il New Labour si riprometteva di essere «duro con il crimine, duro con le cause del crimine». Se la destra intende proteggere la tradizione, la sinistra si identifica con la modernità. Il rispetto delle gerarchie, in modo speciale quelle che vengono da lontano e sono sanzionate dal tempo, è un valore di destra, mentre la sinistra si impegna, qualche volta andando fuori misura, a sovvertirle, “sparando”, come invitava a fare il compagno Presidente Mao tse-tung, indiscriminatamente “sul quartier generale”. Più di recente, in questa inevitabilmente rapida carrellata, ha fatto la sua comparsa la distinzione fra valori “materialisti” e valori “post-materialisti”, fra coloro che desiderano e preferiscono l’ordine rispetto alla libertà di parola e la stabilità dei prezzi rispetto all’influenza sui governanti (questi aspetti sono elaborati più ampiamente nella ricerca di Ronald Inglehart, Valori e cultura politica nella società industriale avanzata, Padova, Liviana, 1993). Tuttavia, la linea distintiva fra questi valori non corre senza inconvenienti e senza commistioni fra destra e sinistra, ma è “inquinata” da fattori generazionali, di reddito, di istruzione. Semmai, il problema è che la frattura “materialisti/postmaterialisti” attraversa la sinistra e spacca i suoi partiti, in particolare quelli socialisti e socialdemocratici, producendo anche notevoli difficoltà di identificazione, e mette in discussione i rapporti con i sindacati, inevitabilmente rappresentanti e difensori dei valori materialisti. 
Infine, uomini e donne di sinistra non hanno pregiudizi, soprattutto sono egalitari. Hanno il dovere morale e l’impegno politico di riconoscere la pari dignità sociale e l’eguaglianza davanti alla legge «senza distinzioni di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali» (ho citato il primo comma dell’art. 3 della Costituzione italiana). Qui si colloca tutta la tematica dei diritti ai quali le persone di sinistra sono particolarmente sensibili, con due note di cautela. La prima è che, qualche volta, la protezione e la promozione dei diritti sembrano trasformarsi piuttosto in accettazione e sostegno delle rivendicazioni “senza se e senza ma” alle quali non viene fatto seguire che molto raramente l’adempimento dei doveri. I diritti vengono “strappati” allo Stato, al quale, però, spesso si negano adempimenti importanti (penso all’imperdonabile lassismo dei dipendenti pubblici, a cominciare dai dirigenti). La seconda nota di cautela è che, talvolta, emerge un doppio standard. I diritti che si esigono sul piano nazionale non vengono richiesti testardamente anche sul piano internazionale, nei rapporti con i molti regimi autoritari. Tornando alle “distinzioni”, quella rispetto alla quale la destra si è dimostrata largamente meno sensibile della sinistra è basata sul sesso ovvero sul “genere”. Soprattutto, in politica, le donne di sinistra hanno rivendicato e sostanzialmente ottenuto, a prescindere dai numeri, pari dignità e quasi pari reclutamento. Non è forse casuale se sono propri i sistemi politici nei quali, come in Scandinavia, la sinistra ha occupato posizioni di governo per periodi di tempo più lunghi e spesso ininterrotti, che le donne hanno, non soltanto in politica, acquisito una sostanziale parità di trattamento e di potere (utile riferimento è il libro di Ronald Inglehart e Pippa Norris, Rising Tide. Gender Equality and Cultural Change Around the World, Cambridge, Cambridge University Press, 2003).
A causa della necessità di darsi organizzazione per superare gli squilibri sociali, economici, e culturali iniziali, la sinistra ha posto l’accento sul collettivo, sul “noi”. Donne e uomini di sinistra hanno abitualmente ragionato in termini di azioni collettive (partecipare insieme/crescere, politicamente e culturalmente, insieme) e di ridistribuzioni universalistiche cosicché hanno, da un lato, sottovalutato il conformismo che discende dal collettivismo, dall’altro, non hanno percepito in tempo l’emergere di fenomeni di individualismo, non soltanto nella chiave di “fare da sé”, ma anche nell’inclinazione ad accettare responsabilità e a rivendicare meriti dipendenti dalle capacità, dall’impegno, dai meriti personali, di ciascuno. Paradossalmente, oggi, la vera contraddizione che può attraversare la cultura politica delle donne e degli uomini di sinistra si trova proprio nei loro atteggiamenti a fronte dell’individualismo, dei suoi contenuti e dei suoi limiti, e della globalizzazione, dei suoi percorsi, dei suoi vantaggi e dei suoi costi.
Una volta fissati, inevitabilmente, con qualche approssimazione, ma dribblando semplificazioni e esaltazioni, gli insiemi di valori che le donne e gli uomini di sinistra ritengono caratterizzanti della loro cultura e impegnativi per i loro comportamenti, l’attenzione deve spostarsi sui luoghi e sui modi dell’apprendimento e della trasmissione di quei valori. Non si nasce di sinistra, ma si può nascere in famiglie di sinistra dove quei valori vengono non soltanto intrattenuti, ma discussi e trasmessi. È il fenomeno della subcultura rossa, più comunista che socialista, che tanto ha contribuito alla continuità e alla crescita del consenso elettorale del partito comunista nelle zone rosse, non soltanto fra Emilia-Romagna, Toscana, Umbria e Marche, ma anche in alcune aree-simbolo: Mirafiori e Sesto San Giovanni. Questa trasmissione veniva ulteriormente facilitata dall’appartenenza ad associazioni, sociali e culturali, di sinistra e al sindacato CGIL. Era potenziata dalle reti amicali e di colleghi di lavoro. Per alcuni, non così inseriti in reti di sinistra, poteva essere la scuola, in particolare i licei e gli istituti superiori, a farsi “cinghia di trasmissione” di principi e di valori di sinistra. Qualche volta l’incontro con un grande professore, laico, di sinistra, antifascista risultava decisivo anche per una intera classe di studenti. Tutto questo sembra cambiato.
Dopo la caduta del muro di Berlino, la trasmissione di valori di sinistra è diventata molto più difficile e molto più improbabile. Sappiamo che alcuni momenti epocali possono incidere sulla socializzazione di generazioni di persone. Probabilmente, il Sessantotto ha esercitato questa influenza su un’intera generazione o quasi, spingendola a sinistra (con non pochi riflussi successivi). Altrettanto probabilmente, vent’anni dopo, la caduta del muro di Berlino ha esercitato un’opera di smobilitazione su parte della sinistra. A recuperare non sono sufficienti le buone letture e gli amici che si interessano di politica. Sembrerebbero indispensabili, alla sinistra molto più che alla destra, uomini e donne che sappiano intraprendere una faticosa opera di pedagogia politica, culturale, etica. Laddove non esiste l’offerta fatta da un partito di sinistra è difficile diffondere valori di sinistra. Può esserci disponibilità nella cittadinanza, ma se manca una proposta credibile di dirigenti di partito convincenti e responsabili, le persone potenzialmente di sinistra rimarranno disperse, deluse, frustrate. Transitati i Democratici di Sinistra ad un vago, leggero e insapore Partito Democratico, non esiste oggi in Italia nessuna “offerta di sinistra”. Se, neppure D’Alema, ripetutamente sollecitato da Nanni Moretti nel film Aprile, decide di dire finalmente “qualcosa di sinistra”, essere/diventare/rimanere di sinistra è complicatissimo. Diventa un atto di eroismo individuale, quanto gratificante è difficile valutare.
Concludendo questo excursus inevitabilmente condito da umori e malumori, di sinistra, credo che, in definitiva, il grappolo di valori delle persone di sinistra debba essere completato da due elementi. Il primo, a mio modo di vedere, decisamente il più importante, è la convinzione che cambiamenti e miglioramenti sono da ricercare nella politica e da conquistare attraverso e grazie alla politica. Il mercato è luogo di produzione di beni e risorse, quanto risulti efficace dipende da luogo a luogo e da merce a merce, ma anche il più efficiente dei mercati produce e riproduce diseguaglianze alle quali soltanto la politica (quella democratica che ottiene il mandato dai rispettivi elettorati) può porre rimedio. Il secondo elemento è che, non soltanto, forse, la sinistra italiana, crede nella sua superiorità, soprattutto etica, sulla destra – anche se questa superiorità non si manifesta prontamente e totalmente nel momento in cui vengono toccati i privilegi della sua parte di “casta” politica. Grande quindi è la delusione delle persone di sinistra quando il “paese” non la segue e non la vota, dimostrando di non riconoscerla “eticamente superiore”. Spesso quando la sinistra perde le elezioni, ne attribuisce la colpa ad un paese di m… come in una famigerata copertina del settimanale «L’Espresso» negli anni Settanta. No, la riflessione critica, severa e dura, che, magari, talvolta conduca alle dimissioni irrevocabili dei responsabili delle sconfitte, non sembra essere un valore caratterizzante le donne e gli uomini di sinistra in politica, almeno non di quelli che tali si dichiarano in Italia. È un problema serio.
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