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IPPOCRATE E IL MESTIERE DELLA SALUTE  (Editoriale Paradoxa 4/2008)


Francesco D'Agostino

Come diversi dei contributi di questo numero di Paradoxa suggeriscono, affannarsi in favore della salute, considerata come orizzonte ultimo di senso e di valore, non è necessariamente indice di un atteggiamento sano. Si tratta di una rischiosa distorsione, dalla quale purtroppo non sono immuni quei medici che tendono a dimenticare il giuramento di Ippocrate e a trasformare, di conseguenza, in mestiere la loro professione.
Che molti medici d’oggi non abbiano un’acuta sensibilità deontologica non dovrebbe stupire: la deontologia è una dimensione dell’etica e sono poche oggi le persone che possiedono un’acuta sensibilità etica. Ma che grandi medici, titolari di cattedra, dotati di fama a volte internazionale si mettano a lanciar sassi contro il giuramento di Ippocrate, cioè contro il fondamento primo e insuperato dell’etica e della deontologia mediche, come oggi avviene sempre più spesso, questo sì che lascia stupefatti. Per un medico, rinnegare Ippocrate è infatti un po’ come segare il ramo dell’albero sul quale si sta seduti: è mera insipienza.
Sono almeno tre infatti le ragioni che dovrebbero indurre i medici non solo a custodire lo spirito ippocratico, ma a riverire la memoria del fondatore della loro disciplina. In primo luogo, si ricordi che è attraverso il giuramento ippocratico che la medicina, sin dal quinto secolo a.C., si è affermata non come un “mestiere”, ma come una “professione”. Non si chiede alcun giuramento ad un artigiano, perché la prestazione che da lui ci si attende è essenzialmente tecnica e chiede di essere valutata in primo luogo in base alla correttezza dell’esecuzione. Ma quella che si chiede al medico è molto più di una competenza tecnica: almeno nei casi più complessi (ma in medicina anche casi estremamente semplici dal punto di vista epistemologico possono nascondere complessità umane imprevedibili) il medico è chiamato a operare valutazioni globali, che incidono non solo sulla dimensione fisica, ma anche su quella psichica, economica, sociale e relazionale del malato e che possono a volte sconvolgergli la vita. Giurare di operare, in simili situazioni, in spirito di libertà e indipendenza, mossi dall’unico intento di tutelare il bene del paziente è un impegno, cioè una “professione”, etica, prima ancora che scientifica.
In secondo luogo il giuramento ippocratico prova che il medico sente le necessità di riconoscere la misura ultima della sua azione non nel danaro (nella pur legittima forma dell’onorario) che la sua azione professionale può procurargli, ma nella sua coscienza deontologica. Se la prestazione che gli venisse richiesta dal paziente o dalle autorità politiche andasse contro l’etica, il medico – questa è la sostanza del suo giuramento – dovrebbe rifiutarla, anche se fosse formalmente e giuridicamente lecita.
In terzo luogo, si consideri infine che solo attraverso il giuramento l’identità del medico si libera da ogni pastoia nazionalistica, particolaristica, ordinamentale: non si è medici in quanto laureati in un certo paese, o iscritti a particolari registri o in quanto vincolati a determinate scuole; lo si è perché, partendo da un comune sapere scientifico (anch’esso da tutelare nella sua essenziale dimensione sovra-nazionale) col giuramento ci si è vincolati e per sempre a promuovere il bene dei pazienti.
Si dirà: ma chi ha antipatia per Ippocrate ha le sue ragioni, perché avverte il testo del giuramento come linguisticamente obsoleto. L’obiezione è inconsistente e vale quanto quella di coloro che ogni tanto tornano a proporre agli editori di ripubblicare Dante o Boccaccio (autori linguisticamente “anacronistici”) in italiano corrente. Comunque se questa fosse davvero la difficoltà, va ricordato che ad essa hanno abbondantemente rimediato – e da tempo anche se non sempre in modo brillante – gli ordini dei medici, proponendo versioni del giuramento professionale non solo linguisticamente aggiornate, ma anche significativamente adattate ai nuovi problemi della biomedicina.
È per questo che temo che le ragioni dell’accanimento anti-ippocratico siano altre. Al di là infatti dei suoi obiettivi e limitati anacronismi (riconosciuti da tutti, ma anche da tutti facilmente percepibili), il giuramento di Ippocrate veicola due fondamentali principi bioetici di perdurante attualità: il primo è l’impegno del medico ad autolimitare i propri poteri (poteri in qualche modo assoluti, dato che concernono né più né meno che la vita e la morte), il secondo (indubbiamente connesso, anzi derivabile dal primo) è l’impegno del medico per la difesa della vita (esplicitato nel modo più evidente nel no alla cooperazione a pratiche abortive). È per questo che si deve rinnegare Ippocrate? Proviamo a chiedere a un paziente, a un qualunque paziente, se preferisce affidarsi – ovviamente a parità di perizia professionale – a un medico sinceramente e “anacronisticamente” ippocratico o a uno spregiudicato che ritenga i principi ippocratici “fuori tempo” o “poco chiari”. Non c’è alcun dubbio sulle risposte che otterremo.
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Sezione Paradoxa