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QUELLO SCHMITTIANO DI GIULIO TREMONTI


Danilo Breschi

Quella che segue non intende essere la recensione ad un libro che ha già fatto tanto discutere e che, adesso che il suo autore è tornato alla guida della politica economica del Paese, può diventare una sorta di cartina di tornasole dell’ideologia non solo del dicastero dell’Economia ma dell’intera compagine governativa. Potrà persino fungere in un prossimo futuro da misuratore di quanto il testo contenesse solo parole di teoria, oppure, al contrario, punti di un programma che ha inteso farsi governo dell’Italia e progetto strategico per l’Unione Europea. Non mi soffermerò dunque sull’intero contenuto del breve ma densissimo pamphlet che Giulio Tremonti ha dato alle stampe nel mese di marzo, intitolandolo La paura e la speranza (Mondadori). Mi limito solo a dire, prendendo a prestito la battuta di un amico, che c’è molta più paura che speranza nelle pagine tremontiane. O almeno il lettore, finito il libro, esce agitato interiormente più dal primo sentimento che dal secondo. Soprattutto se di economia ne sa poco o nulla.

Allora, sì, che le cifre e le proiezioni statistiche, le descrizioni dei flussi finanziari contenute nel volume giganteggiano come mostruose figure da incubo e la lucidità si perde pagina dopo pagina, fino al punto che le proposte di soluzione, o comunque di lotta contro la crisi e il declino dell’Europa, contenute nell’ultima parte del libro, non rincuorano a sufficienza e non bastano a sanare la ferita aperta nella mente del lettore. Mai ferita fu però più salutare, va detto. E curioso che a metterci in guardia dall’ideologia suicida del mercato sia un politico e intellettuale da sempre presentato, da stampa e tv, come un falco del liberalismo, anzi del liberismo (horribile dictu! nel panorama culturale italiano), e per di più fedelissimo consigliere economico di Silvio Berlusconi. 
Non si intende comunque entrare nel merito dei numerosi problemi sollevati dal libro, ma soffermarsi solo su alcuni passaggi, quelli relativi alla pars construens del programma tremontiano. Ci interessa farlo perché ci è parso di rinvenire una lettura politica, genuinamente “politica”, della crisi europea, crisi di leadership nel sistema di relazioni internazionali successivo alla fine dell’Impero sovietico. E perché questa lettura sembra, in vari tratti, dare forma concreta a certe teorizzazioni di Carl Schmitt, che, peraltro, scaturivano proprio dal confronto col concreto contesto storico dell’epoca. Teorizzazioni, quelle schmittiane, che una ricaduta sul piano pratico-politico intesero averla, almeno fino al 1945; teorizzazioni che già si irrigidirono durante gli anni Trenta e che dal secondo dopoguerra si annebbiarono un poco, anche per lo scotto umano e intellettuale che il giurista tedesco dovette pagare per l’insana scelta di aderire al nazismo e di sostenerlo a lungo con la propria dottrina. 
Ma veniamo al cuore del problema sollevato dal nostro Giulio Tremonti. Per la prima volta nella storia mondiale, almeno moderna, è in atto una rivoluzione, omnipervasiva e totalizzante nei suoi effetti (economici, politici, sociali, culturali), che non nasce dentro l’Europa e non si compie nemmeno al suo interno, «perché si fa fuori e viene da fuori»: la globalizzazione. Il continente europeo, perché da vecchio non si faccia decrepito e sprofondi nella sua crisi senza ritorno, deve adottare un nuovo codice, un combinato di idee e principi, o meglio di identità e valori. Perché Tremonti evoca questi due termini-concetti?
Perché si tratterebbe, a suo avviso, delle due facce di una stessa medaglia: l’identità è fatta di valori, i valori fanno l’identità. Siccome Tremonti parla a più riprese di comunità, di ciò che sta prima e dopo le società civili e gli Stati, evidentemente il connubio identità-valori ha senso perché è ciò che definisce un’appartenenza storicamente determinata, imperniata su una tradizione consolidata, comunitaria appunto. È dunque un’opera di recupero e ripristino quella evocata dall’attuale ministro dell’Economia, il quale però ritiene improponibile e inefficace ogni tentativo di “restaurazione”. In effetti, il discorso sulle “radici cristiane” dell’Europa, al contrario di quel che a prima vista apparirebbe di solare evidenza, non è affatto un discorso passatista. Il passato, anche remoto, del continente europeo non parla di una unificazione avvenuta sotto il segno del cristianesimo, almeno che non si proceda davvero a ritroso e ci si limiti a pochissimi secoli nell’Alto Medioevo, e sempre, ovviamente, facendo riferimento alle sole élites culturali e alle comunità religiose (ma soprassedendo sulle loro enormi rivalità e dissidenze interne, talora sull’orlo dell’eresia e quindi della persecuzione fino alla morte da parte della Chiesa di Roma).
Quel che ha costruito l’Europa moderna, gli Stati-nazione e tutto ciò da cui ha ripreso faticosamente avvio il progetto dell’integrazione europea dopo il 1945, è stato piuttosto accompagnato dalla secolarizzazione che prese le mosse anche, forse soprattutto, dalla scissione traumatica prodottasi in seno al cristianesimo d’occidente a partire dalla Riforma di Lutero. Le guerre civili di religione del XVI secolo, la Guerra dei trent’anni della prima metà del XVII, hanno posto le premesse per quel jus publicum europaeum di cui Carl Schmitt segnalava con preoccupazione il crollo all’indomani della prima guerra mondiale.
E appunto dicevamo del lato schmittiano di certe pagine di Giulio Tremonti. La parola dunque al testo che, un po’ lungo, vale però come prova provata, più di mille argomentazioni in astratto:
Una comunità può e deve definire la sua identità solo per mezzo dei suoi valori storicamente consolidati; rispetto a questi, le altre comunità sono “altre”. Perché è proprio e solo nella “differenza”, nella comparazione differenziale, che si forma il carattere unitario di una comunità. Identità non è infatti solo ciò che siamo, ma anche differenza da ciò che non siamo. Tutto è chiuso nella coppia dialettica “noi-altri”. Se il “noi” non viene marcato, ma all’opposto viene obliterato e censurato, finisce che tutto è “altro” e niente è “noi”; all’inverso, perché esista un “altro” deve esistere un “noi”. Non vale qui la logica “sia l’uno che l’altro” (p. 77).
Ma se un brano di tal fatta appare molto netto, ma ancora un po’ generico e astratto, ogni incertezza sul significato preciso di questa dialettica “noi-altri” è fugata dal brano che segue:
più ci universalizziamo e più rischiamo. Deve essere in specie chiaro che il discorso sull’“identità” ci impone un’intensa revisione, una forte e chiara riforma delle nostre regole politiche.
L’inclusione degli “altri” in Europa può proseguire, però solo se gli “altri” cessano di essere “altri” e diventano “noi”. Quindi. O sono gli “altri” che rinunciano alla loro identità, venendo in Europa, o è l’Europa stessa che perde la sua identità e va così a porte aperte incontro alla sua disintegrazione (p. 78).
E un’ultima citazione spiega l’impostazione geopolitica di fondo del neoministro dell’Economia, persino la sua antropologia filosofica, potremmo dire:
Il mondo non è neutrale, non è omogeneo, non è fatto da un’armonia universale; i grandi spazi del mondo non sono indifferenti, muti e inerti, ma caricati di energia come campi di forza. Se non fosse così, avrebbe senso universalizzarsi e continuare a universalizzarsi. Ma è così, e noi non possiamo rassegnarci a ignorare il problema, nell’illusione di restare per sempre in un cantuccio felice. […]
Dio, il bene, il male, l’onore, la gerarchia, il significato della vita, la modestia e l’orgoglio non possono scomparire. Per questo dobbiamo reintrodurli nel nostro codice identitario (pp. 78-79).
Altro che Huntington e “scontro di civiltà”! Per chi ha letto il libro, o lo leggerà, risulterà chiaro che gli “altri” cui Tremonti si riferisce non sono solo gli immigrati, regolari e irregolari, che in massa si riversano sulle coste e sui confini dell’Italia e degli altri Paesi d’Europa. Si tratta anche di loro, ma in primo luogo, in termini di geopolitica, ci sono i nuovi competitori statuali extra-europei, Cina su tutti. Competitori agguerriti, e non solo sul piano commerciale e finanziario. Anzi. La preoccupazione, la vera e propria paura di cui Tremonti ci narra, proviene dalla scoperta che dietro all’avanzata sui mercati si protende l’ombra vieppiù minacciosa di un espansionismo politico che si fa sempre più chiaro nella mente dei nuovi “nemici” dell’Europa. Da notare, en passant, che Tremonti non confida tanto in nuove alleanze euro-atlantiche. Gli Usa fanno il loro gioco, consapevoli di un declino che sta prendendo forma nel decrescente controllo dei flussi finanziari mondiali; i Paesi emergenti dell’Asia fanno il loro gioco, che risulta, al presente e in prospettiva, quello vincente; l’Europa sta a guardare il gioco altrui. Almeno per il momento. A distanza di tre anni dal suo precedente saggio mondadoriano (Rischi fatali, 2005), Tremonti ribadisce il concetto secondo cui chi continua a star fermo e non muover pedina nel grande scacchiere mondiale contemporaneo si prepara al suicidio, e ritiene così doveroso tentare una seconda volta di dare la sveglia alla dormiente Europa.
L’inclusione di cui parla il neoministro riguarda, così, non solo le frontiere politiche delle nostre società europee ma anche i confini economici dei nostri mercati, anzi di quello che continuiamo a pensare come “mercato unico” continentale. Anche Tremonti non intende rinunciarvi, ma precisa che siamo ben lungi da una situazione di concorrenza perfetta o comunque tendenzialmente simmetrica o scarsamente asimmetrica. Lo squilibrio in termini di risorse energetiche e materie prime tra Europa e resto del mondo è tale da allarmare nel momento in cui si riconfigurano a livello geopolitico nuove linee di frattura e nuovi “grandi spazi” geoeconomici in aspra e proto-bellicosa competizione.  
Abbiamo così precisato un poco l’identità di questi “altri”, che in ogni caso sono sempre e comunque soggetti antagonisti, in funzione dei quali occorre decidersi alla definizione della propria identità politica e culturale. Qui però interessa evidenziare un altro punto. Cos’è tutto quel ragionamento svolto da Tremonti, e appena sopra ampiamente citato, se non la spiegazione chiara e lineare di ciò che Carl Schmitt intendeva per “politico” ed essenza della sua dimensione?
Così come l’estetica ruota attorno ai concetti polari di bello e brutto, la morale di bene e male, il diritto di giusto e ingiusto, così la politica ha quale criterio di riconoscimento e di definizione la fondamentale (proprio perché a fondamento) distinzione di amico e nemico. E il nemico non è l’inimicus, avversario privato e personale «che ci odia in base a sentimenti di antipatia», scrive lo stesso Schmitt nel 1932, ma l’hostis, il nemico pubblico, «un insieme di uomini che combatte almeno virtualmente, cioè in base ad una possibilità reale, e che si contrappone ad un altro raggruppamento umano dello stesso genere»[1].
Molti altri passaggi potrebbero essere citati. Mi limito a riportarne solo un altro, breve:
tutti i concetti, le espressioni e i termini politici hanno un senso polemico; essi hanno presente una cooflittualità concreta, sono legati ad una situazione concreta, la cui conseguenza estrema è il raggruppamento in amico-nemico (che si manifesta nella guerra e nella rivoluzione), e diventano astrazioni vuote e spente se questa situazione viene meno. Termini come Stato, repubblica, società, classe, e inoltre: sovranità, Stato di diritto, assolutismo, dittatura, piano, Stato neutrale o totale e così via sono incomprensibili se non si sa chi in concreto deve venir colpito, negato e contrastato attraverso quei termini stessi[2].
Non c’è qui lo spazio sufficiente per istituire un confronto testuale e una comparazione filologica fra i due autori che abbiamo azzardato ad accostare. Chiedo lumi ai cultori di cose schmittiane, e rimando ad eventuali miei contro-commenti gli ulteriori approfondimenti e i necessari ripensamenti. Ma mi pare di capire che l’impostazione del discorso di Schmitt sia questa: ciò che è politicamente significativo e decisivo è la capacità di determinare raggruppamenti amico-nemico.
Tremonti chiede un’alternativa al mercatismo, cioè a quell’ideologia che ha eretto il mercato a nuovo feticcio, meccanismo impersonale e superno, quasi divino, che regola e risolve ogni contraddizione, sostituendosi così alla politica. almeno questa è la pretesa di fondo. Dunque, continua il ministro dell’Economia, non si tratta semplicemente di aggiungere una politica che non c’è o c’è poco, ma di produrre una politica «alternativa» al mercatismo, «e per farlo serve una “filosofia” politica diversa, una filosofia che ci sposti dal primato dell’economia al primato della politica» (p. 62). Nel ricercare una “filosofia” che ristabilisca il primato del politico sull’economico, come dimensioni dell’agire e inter-agire umano, mi è parso che Tremonti rispolveri – quanto consapevole o meno, non saprei – categorie e modalità tipicamente schmittiane.   
A ulteriore conferma del tratto schmittiano dell’attuale impostazione teorica generale di Giulio Tremonti, risultano eloquenti le seguenti considerazioni, sempre tratte da La paura e la speranza:
I valori non si raccolgono come fiori in un prato. […] e non devono e non possono essere necessariamente valori universali. Basta che sul piano dell’organizzazione sociale, e cioè sul piano della politica, bene e male siano definiti come tali da “noi” e per “noi” e per gli “altri” che vogliono venire da “noi”.
L’individuazione di valori identitari passa necessariamente attraverso una “rivendicazione di potere” e questa può anche portare a confronti con altri sistemi di valori. È una responsabilità non declinabile, se è assunta – come dobbiamo assumerla – solo dentro un programma di pura difesa. […] tornare a essere protagonisti della storia, protagonisti di una storia che può anche includere confronti e conflitti con altri sistemi. E non illudiamoci di evitarli, i confronti e i conflitti, chiudendoci nella passiva accettazione del buonismo imperante. Solo agendo dall’inizio e in radice, […] sotto la pressione della crisi e dei conflitti che dall’esterno si delineano sul nostro orizzonte, avremo davvero la possibilità di evitarli (p. 80; corsivo mio). 
A voler essere rigorosi, sul piano della teoria politica e delle tradizioni intellettuali qui di “liberale” c’è ben poco, per non dire nulla. Semmai è forte e consapevole il richiamo agli insegnamenti di una scuola del realismo politico che ha in Schmitt uno dei riferimenti classici del Novecento. Non si vuole, con questo, attribuire facili paternità e, viceversa, togliere d’ufficio patenti di liberalismo (che già a definire quest’ultimo si aprirebbe una controversia ideologica senza fine). Non è questa l’operazione intellettuale che qui interessa fare, e di certo non spetterebbe, ammessane l’eventuale liceità, a chi scrive. Senza alcun infingimento: ci mancano conoscenze e strumenti di analisi per verificare la portata di quanto il ministro dell’Economia scrive nella prima parte del suo pamphlet, dedicato appunto alla paura che attanaglia i popoli europei e che ancora non ha svegliato le coscienze dei loro governanti. Una paura che ha basi a dir poco oggettive e suscita inquietudini quasi paralizzanti in chi legge. Basti un dato: la Cina possiede già ora quasi la metà del debito pubblico degli Stati Uniti d’America collocato sul mercato finanziario. La Cina è così, in assoluto, il più grande creditore nei confronti degli Usa. Se così stanno le cose, non ci si può certo meravigliare che Bush jr. faccia marcia indietro e decida di non attuare nemmeno il boicottaggio minimo, rinunciando a quanto aveva in un primo momento annunciato, ossia l’assenza alla cerimonia di inaugurazione delle imminenti Olimpiadi di Pechino (a seguito della violentissima repressione cinese in Tibet).
Come scrive Tremonti, «essere creditore è, infatti, avere potere ed è un tipo di potere che cresce esponenzialmente se il creditore ha – e può prospettare al debitore di avere – reali possibilità “alternative” di impiego del suo capitale» (p. 42). Ad esempio, impiego nei debiti pubblici degli Stati europei.
Di fronte allo scenario che ci viene prospettato, la risposta di Tremonti è forse tra le più ovvie. Una sorta di connubio fra neoprotezionismo e nazionalismo continentale, condensato nella formula dell’“Europa-fortezza”, pare infatti la proposta più logica di fronte alla minaccia crescente di un “neocolonialismo” di ritorno, proveniente dall’Asia, e più specificamente guidato dalla Cina, sospinto tanto dalla volontà strategica dell’élite cinese quanto dalla “forza delle cose”, come la demografia e la collocazione geografica delle risorse energetiche cruciali. La sfida intellettuale che Tremonti pone a tutti e, in primis, a coloro a cui sta davvero a cuore la tradizione politica e filosofica liberale è proprio quella di misurarsi sul livello di “paura” al quale dobbiamo assestarci noi popoli europei. E siccome il liberale, che non sia né liberal né clericale, non confonde l’universalità dei diritti individuali da sempre preziosi e fondamentali, assolutamente inalienabili (vita, libertà e proprietà) con la contingenza dei mezzi atti a tutelarli, il confronto con approcci realistici è non solo necessario, ma persino salutare.

Comunque, e qui per il momento chiudo, rivolgo un invito a tutti gli attuali esegeti italiani del pensiero di Carl Schmitt, e sono moltissimi: date una scorsa al libro del ministro Tremonti, in particolare da pagina 77 in poi, e troverete messa nero su bianco la spiegazione pratica di cosa sia l’essenza del “politico” secondo l’idea schmittiana. Quale ne fosse il più corretto significato mi pareva già evidente dalla lettura del saggio Begriff des Politischen (prima edizione tedesca nel 1927, ma divenuto celebse nella versione del 1932), che in Italia circola dal 1972 all’interno di quella benemerita antologia con traduzione di Pierangelo Schiera e cura di Gianfranco Miglio, altro originale maestro del realismo politico novecentesco. Dopo la consultazione di molta letteratura recente sul pensiero e l’opera del giurista di Plettenberg mi pareva però di averne perso il senso. La lettura dell’agile pamphlet di Tremonti me ne ha utilmente restituito carne e sangue (e fuoco), riconsegnandomi inconsapevolmente il pensiero di Schmitt in tutta la sua incandescenza. Come tutto ciò che brucia, anch’esso ti affascina se è tenuto a distanza, ti impaurisce – o addirittura ferisce – se è troppo vicino e lo puoi persino toccare.


Danilo Breschi ricercatore di Storia delle istituzioni politiche presso la Libera Università degli Studi San Pio V di Roma e collaboratore della Fondazione Ugo Spirito



[1] C. Schmitt, Il concetto di ‘politico’, trad. it. in Id., Le categorie del ‘politico’, Bologna, il Mulino, 1972, p. 111. Il corsivo è nel testo.
[2] Ivi, p. 113. Il corsivo è mio.
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