Iniziative 2010 - 2000
INCONTRO-DIBATTITO 2003
  • "Conflitto e vita: Natura e contro"
  • PROGRAMMA DOC. SCIENTIFICO PRES.GENERALE INTER.FRANCESCO D'AGOSTINO INTER.EDOARDO BONCINELLI DIBATTITO

    NATURA E CONTRO
    di Edoardo Boncinelli

    Va detto innanzitutto che il termine natura non è molto usato dagli scienziati, se non come sinonimo di complesso delle leggi naturali per i fisici o di selezione naturale per i biologi. Io ho riflettuto invece spesso sul termine natura e mi interrogo sul suo significato, per vari motivi. In primo luogo sono un biologo di seconda battuta, poiché provengo dalla fisica. In quest’ottica mi sono chiesto spesso quali sono le vere differenze tra il vivente e il non vivente. Che cos’è la vita pensiamo di saperlo da quando siamo nati, lo diamo quasi per scontato. Tuttavia non è facile cogliere la vera differenza tra vivente e non vivente. Trascuriamo poi spesso il fatto che il vivente occupa una piccolissima parte dell’universo conosciuto. Non voglio dire che siamo l’unica forma di vita dell’universo, perché non ho nessun elemento per dirlo. Però certamente per una larga fetta dell’universo conosciuto siamo gli unici viventi. Domandarsi perché la vita c’è dove c’è, e perché non c’è dove non c’è, è perfettamente lecito e molto istruttivo. Ho dato, tra l’altro. la mia definizione di vita in un certo numero di miei libri, tra i quali ad esempio Prima lezione di biologia (Laterza 2001).
    Occupandomi di esseri viventi, ho riflettuto anche molto sul significato dell’evoluzione. I biologi credono nel processo dell’evoluzione biologica e credono che la migliore spiegazione esistente al momento sia il neo-darwinismo, cioè la versione riveduta e corretta della teoria che Darwin ha esposto nientemeno che centocinquanta anni fa. L’intellettuale medio italiano, al contrario, ha una visione molto distorta dell’evoluzione biologica.
    Il culmine dell’evoluzione biologica è, secondo noi, l’essere umano. Che cosa è successo 5 o 6 milioni di anni fa, quando si è affacciato sulla scena questo stranissimo animale, pieno di imperfezioni dal punto di vista degli altri esseri viventi, che però sta mettendo a soqquadro, nel bene e nel male, il pianeta sul quale si è affacciato? Che cosa è l’uomo, anche soltanto dal punto di vista biologico? E come è arrivato a essere quello che è? Anche senza arrivare alla dimensione metafisica della natura, qui invocata, già mi accontenterei di vederne esplorata la dimensione scientifica; non fosse altro che perché è l’unica di cui si possa dire qualcosa di concreto.
    Più recentemente mi sono dovuto occupare anche dell’uso, o dell’abuso, del termine natura per tutte le dispute relative alla bioetica. Mi domando da anni perché non c’è una fisicoetica o una chimicoetica. Che abbiamo fatto di male, noi biologi, per esserci meritati la coniazione di un simile termine e il moltiplicarsi delle cattedre di bioetica, che sono ancor peggio del termine stesso, considerando soprattutto che con la stessa dinamica dissennata sono proliferati i Corsi di laurea in biotecnologie. Oggi non se ne può purtroppo più fare a meno: il seme della discordia, altro che pace!, è stato gettato.
    Ma mi sono occupato anche del significato di natura, avendo indagato nell’ultimo libro pubblicato, Io sono, tu sei (Mondatori 2002), l’origine dell’individualità. Per noi esseri umani l’individualità è un dato di fatto fondamentale: riconosciamo Tommaso da Guglielmo, riconosciamo nostro figlio dal figlio del vicino, la nostra amata (o amato) da tutti gli altri abitanti del pianeta. Eppure, nell’universo l’individualità non è così diffusa. Certo i cani hanno abbastanza chiaramente un comportamento che rispetta l’individualità e per questo ci hanno sempre colpito, ma scendendo la scala evolutiva è dubbio che la salamandra riconosca un’altra salamandra come diversa da una terza. Se scendo ancora più giù, alle molecole e agli atomi fino alle particelle elementari, devo notare che queste ultime non hanno e non possono avere un’individualità nemmeno potenziale. Non posso trattenermi su questo argomento, quindi mi dovete credere. Certo, se le particelle elementari di cui siamo fatti avessero una individualità, noi non ci saremmo e non ci sarebbe il mondo. Quello che i greci chiamavano atomi non sono i nostri atomi, ma le nostre particelle elementari. In primo luogo, queste sono veramente “atomoi”, cioè indivisibili. In secondo luogo, hanno veramente proprietà diverse da quelle delle sedie e dei tavoli. Sarebbe impossibile che noi fossimo fatti di cose piccole, che sono fatte di cose più piccole, che sono fatte di cose ancora più piccole, ma tutte avessero le stesse proprietà. Ad un certo momento il piccolo diventa anche portatore di proprietà profondamente diverse da quelle della vita quotidiana. Prima che questo concetto arrivi ai cosiddetti pensatori ci vorranno non so quante generazioni.
    Infine mi sono occupato, anzi mi occuperò, della natura perché il prossimo mio libro si chiamerà Il male. Mi occuperò del male e dei suoi addentellati, ovviamente dal mio punto di vista, che non può essere che quello del biologo che pensa, senza pretendere, per carità! di essere un pensatore. Il biologo non vede il male: il male è una delle categorie dell’uomo, che l’uomo ha introdotto per emettere giudizi, per darsi dei valori, per prendere delle decisioni. Ma non appelliamoci al bene e al male al di fuori dell’uomo, perché non riesco a vederne il senso, anche se può darsi che sia cieco.
    Quello che mi da un po’ fastidio a dire la verità, che però non riguarda assolutamente quello che ha detto qui D’Agostino, è che spesso parlano di natura persone che non hanno la più pallida idea di che cosa sia la natura. Persone che non hanno mai nemmeno versato una stilla di sudore per studiarla, che non ne sanno niente e che spesso se le inventano. Non sapere una cosa non è una colpa; non si può sapere tutto. Il problema è che queste persone spesso parlano in nome di una natura che non esiste e ne parlano strumentalmente. Dicono: la natura ha queste proprietà, la natura si comporta così. Ma chi l’ha detto? Di quale natura stanno parlando? A me sembrerebbe una questione di serietà: prima di parlare di una cosa, occorrerebbe studiarla. Oppure no?
    In realtà il tema di oggi, se ho capito bene, è proprio il discorso su contronatura; discorso che ha tanti aspetti “alti”, come dite voi, ma anche tanti aspetti di contingenza e di litigiosità, tanti aspetti di quelle che io chiamo gazzarre, tanti aspetti di tifo calcistico che onestamente sono riesco a comprendere anche se in questo Paese i giornali sportivi sono di gran lunga i più venduti.
    Innanzitutto, quando si dice contronatura si deve chiarire di quale natura si parla. Si potrebbe intendere una natura puramente biologica, senza nessuna presenza dell’uomo. Questo non può essere fatto che attraverso un certo numero di illazioni su cosa era il nostro pianeta più o meno dieci milioni di anni fa. In realtà, quando uno parla di “natura” intende una sua particolare scelta di che cosa sia la natura. Come dice il Manzoni quando parla degli uomini del ne quid nimis che pongono il limite del nimis dove fa loro comodo.
    Gli ambientalisti di tutte le confessioni parlano sempre di rispetto della natura: però la natura di cui parlano si identifica con lo stato del pianeta cinque minuti fa (o due anni fa, o sette anni fa, non importa). Se si parla di natura, si deve dire: sto parlando della natura più l’uomo, perché parlare di natura senza l’uomo significa fare una operazione di immaginazione, un salto indietro di milioni di anni. Questo non è un tema “alto”: questo è un tema “basso”. Però mi sono accorto tante volte che la gente non sa, per esempio, che molte cose che noi consideriamo naturali sono state fatte dall’uomo. Il cane, per esempio, il cavallo, l’alpacca, il lama, il gatto, la gallina non sono oggetti di natura. Sono il risultato di una interazione – iniziata grosso modo dodici-tredicimila anni fa – fra l’uomo, il rompiscastole per eccellenza, l’opportunista per eccellenza, e la natura. Ma di questo gli ambientalisti non tengono conto.
    Il cibo è un argomento preso molto sul serio dall’essere umano, come dimostra il fatto che ogni religione impone una quantità di prescrizioni sul cibo (e per queste gli uomini si uccidono, anche oggi). Anche molte fissazioni moderne, di natura non chiaramente religiosa ma certo non laiche, riguardano il cibo, a cominciare dai vegetariani. Ebbene, in natura il pisello non c’è, la pera non c’è, la pesca non c’è e quando era bambino non c’era ancora la noce-pesca. Per non parlare del frumento, che è nato dall’incrocio di tre graminacee diverse. Se l’uomo non lo coltivasse in aree protette e non lo difendesse con le unghie e con i denti, scomparirebbe in pochi anni sopraffatto dalle erbacce naturali. Altro che natura!
    Spesso quello che la gente chiama “natura” insomma è una particolare forma colonizzazione della natura da parte dell’uomo. Che dire poi del voto di castità, dell’idea di curarsi, di lavarsi con acqua e sapone, di farsi lo shampoo o di prendere pasticche? Pensiamo alle iniezioni, al gesto di infilarsi nel muscolo un ferro bucato che ti introduce nel corpo un determinato liquido. O agli interventi chirurgici. Che cosa c’è di naturale in tutto ciò? O si preferisce rispettare i microbi e la loro logica, questa sì veramente naturale?
    L’uomo è uno strano animale. E’ il risultato del fatto che, dico io scherzosamente, alla selezione naturale è “scappata la mano” e ci ha dato un po’ di cervello di troppo. Mentre avere un po’ di cervello poteva essere utile, averne troppo è un po’ un disastro. L’uomo ha qualche etto di cervello di troppo rispetto a quello che gli serve, e con questo fa molte frittate. Ma per tale problema non c’è niente da fare. Al momento.
    Molto interessante è interrogarsi su una natura umana rispetto alla quale nella brochure, se non erro, ci si chiede ad un certo punto se non sia un ossimoro. A parte il fatto che devo ancora conoscere qualche cosa di interessante che non sia un ossimoro, penso che il concetto di natura umana sia qualcosa sulla quale vale la pena di interrogarsi. Di recente qualcuno ha detto che c’è stato un ritorno della natura umana. Certo, c’è stato un momento in cui si pensava che l’uomo godesse di infinita libertà e che quindi potesse fare quello che voleva; mentre ora, forse, c’è stato un ritorno ad una qualche concezione di un elemento comune unificatore tra vari esseri umani. È un argomento interessante, che andrebbe investigato. Ognuno direbbe la sua, ognuno direbbe una cosa diversa. Succede così su tutto e non vedo perché non dovrebbe succedere anche su questo, se non si adotta un qualche criterio di giudizio intersoggettivo....
    Una maniera semplice di definire la natura umana sarebbe quella di identificarla con il genoma umano, che è sempre più alla nostra portata. Se c’è una cosa autenticamente umana, questa è il genoma umano. Badate bene non i geni umani. Non esistono geni umani. Negli ultimi venti anni abbiamo imparato che praticamente tutti gli animali hanno gli stessi geni, che però sono spessissimo regolati diversamente. Quindi se c’è un’entità biologica puramente umana è il suo genoma nel suo complesso. Anche questo però pone dei problemi. Ognuno di noi infatti ha il suo genoma. Quasi un millesimo del genoma è diverso da una persona all’altra. Qual è il vero genoma umano? Credo che tutti sarebbero d’accordo, ma non ne sono sicuro, perché c’è sempre qualcuno più intelligente di tutti gli altri, nell’identificare nel genoma umano la condicio sine qua non della natura umana. Però rimarremmo tutti un po’ delusi se ci fermassimo qui. In fondo l’essere umano è sempre un bambino; pensa sempre che ci sia sempre qualcos’altro, ci sia sempre un oltre... Ma da adulti le favole non ce le raccontano più le nonne.
    Non posso essere contestato sul fatto della condicio sine qua non: senza genoma umano non c’è uomo. Però probabilmente c’è qualche cosa in più. Sul piano collettivo non c’è dubbio. Noi ora stiamo qui a parlare con microfoni, amplificatori, con sedie, vestiti e pretese culturali. Tutto questo non sta scritto nel nostro genoma. Nel nostro genoma c’è scritto che possiamo parlare una lingua. Non c’è scritto quale lingua parleremo, né che organizzeremo conferenze. E’ chiaro quindi che c’è qualcosa in più a livello collettivo: l’evoluzione culturale ha cambiato enormemente l’uomo. Bisogna togliersi dalla testa però che l’individuo sia cambiato. L’individuo negli ultimi duecentomila anni non è assolutamente cambiato, come dimostra il fatto che quando è lasciato solo si comporta esattamente come un suo antenato, qualcuno dice anche peggio. E qualche volta anche in compagnia si comporta in una maniera che gli intellettuali definiscono incomprensibile. Pensiamo, tanto per restare nella moda, ai misfatti del Nazismo. Quella è la dimostrazione evidente o che c’è stata una improvvisa irruzione del demonio, ma questi non sono termini che io utilizzo, oppure che individualmente l’essere umano non è cambiato per niente.
    Ma c’è anche una natura individuale. Abbiamo sentito quella bella frase di Pindaro “divieni quello che sei”. Frase ideale in verità per un foglietto da cioccolatini o per un oroscopo, ma che cosa vuole dire? Me ne sono dovuto occupare molto quando facevo i dibattiti con psicanalisti e psicologi sul concetto del Sé e della sua ricerca, che qualcuno chiama processo di individuazione. Di fatto è una frase priva di senso, perché nessuno sa (né può sapere) chi è e quale sia il suo destino. Se io conoscessi il mio destino, lo potrei cambiare e allora che destino sarebbe?.
    La natura è buona? Chiaramente io appartengo a coloro che pensano che la natura non è né buona, né cattiva La natura si fa i fatti suoi, come tutti gli esseri viventi. Questo grande conflitto nella natura secondo me è uno dei tanti portati del fatto che l’uomo vuole vedere tutto a modo suo. C’è un biologo evoluzionista italiano che trova tragico che nell’evoluzione biologica siano morti tanti miliardi di individui e tanti milioni di specie... Ma dov’è il tragico? Bisogna mettersi d’accordo sui termini: non credo che la natura abbia una qualche possibile cognizione di questi contenuti. Certo noi non li accettiamo. A noi certe cose di natura non piacciono: il fatto che chi nasce storpio debba essere buttato via o lasciato morire, ad esempio. Questo succedeva nella natura dieci milioni di anni fa e succede ogni giorno nelle altre specie, ma a noi non piace, come non piace che feriti o vecchi vengano lasciati morire come sarebbe più che naturale. Anzi, un genitore ha un riguardo particolare per il figlio che è stato male piuttosto che per quello che sta bene.
    L’uomo non accetta certi criteri e va con ciò chiaramente contro natura. Abbiamo rimesso in circolazione i miopi che nello stato di natura sarebbero andati poco lontano. Abbiamo rimesso in circolazione i diabetici e gli emofiliaci e tra poco faremo così con la grande maggioranza delle patologie, ereditarie e non. Questo è un modo nostro di vedere e di interpretare la natura: ma i valori - giusto o sbagliato, bene e male - sono nostri e dobbiamo assumercene la responsabilità.
    Sempre nella brochure ci si chiede se ci sia una componente contronatura nella natura stessa. Direi di no. E qui tocca anche a me citare Nietzsche, il quale dice “E la vita stessa mi ha confidato questo segreto. "Vedi," mi ha detto "io sono il continuo, necessario superamento di me stessa.”. Perché sia così non ce lo spiegano al momento né i biologi, ne i fisici. E’ un dato di osservazione, anche se per alcuni filosofi i dati di osservazione non esistono. La natura vivente non sta mai ferma. Viene il sospetto, chi sa?, che forse “chi si ferma è perduto”, che nel momento in cui il vivente si fermasse, smettesse di cambiare e selezionarsi, crollerebbe il suo castello: Quel che è certo è che la natura della natura biologica è proprio quella di trasformarsi continuamente. La natura si poteva contentare dei batteri, che tra l’altro esistono ancora e che sono fatti particolarmente bene perché stanno lì da più di tre miliardi di anni, e state sicuri che saranno gli ultimi a essere fatti fuori da un cataclisma. Però non si è accontentata e accanto ai batteri ci sono gli organismi pluricellulari, ci sono i vertebrati, le scimmie e l’uomo.
    Quindi non ha senso parlare di un aspetto contronatura della natura, perché contronatura è una valutazione umana: la natura non ragiona con i nostri canoni e in un certo senso ringraziamo Dio, perché se lo facesse sarebbe un succedersi di stragi. Quando il leone si mangia la gazzella vuol dire che è cattivo il leone? Ma se non lo facesse come andremmo avanti? E questo si può estendere non solo al leone e alla gazzella ma anche al microbo anche al virus: ognuno dei viventi si fa i fatti suoi: il microbo fa il microbo, il virus fa il virus e il nostro sistema immunitario fa il sistema immunitario. Da questa natura che, se vogliamo, possiamo chiamare conflittuale abbiamo ereditato un certo numero di cose delle quali non ci possiamo sbarazzare. A parte le malattie, l’invecchiamento e la morte, ci sono anche alcune cause innate di conflitto: per il cibo e il territorio per esempio. Non facciamo tanti discorsi vuoti. La maggior parte delle guerre si fa per un innato senso di territorialità che tutti gli animali hanno. Chiunque abbia avuto un cane sa benissimo che il suo scopo principale, due tre volte il giorno, è quello di andare a segnare tutti i territori nella maniera che voi sapete e che è per lui una delle necessità più impellenti. Lo fa 365 giorni l’anno mentre, per esempio, si preoccupa di trovare una compagna d’avventure una o due volte l’anno.
    Se ho capito bene il tema di questi dibattiti, è quello di trovare la maniera meno cervellotica di vivere. Sono d’accordo e plaudo a iniziative di razionalizzazione della condotta umana collettiva, ma non ci facciamo illusioni. Siamo eredi di un certo numero di conflitti naturali - una volta era di moda chiamarli contraddizioni – e viviamo in pieno questi conflitti. D’altra parte senza la parte animale probabilmente non vivremmo: Non c’è nessun motivo razionale per vivere. L’uomo vive soltanto per un bestiale attaccamento alla vita. Certo siamo animali tutti particolari e abbiamo la nostra propria maniera di vivere i conflitti. Il mio consiglio? Studiamo che cosa siamo veramente invece di inventarcelo. E non è detto che non scopriamo di essere meglio di quanto vanno predicando le nostre ideologie e le nostre confessioni, religiose o laiche che siano.

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