Iniziative 2010 - 2000
INCONTRO-DIBATTITO 2003
  • "Conflitto e vita: Natura e contro"
  • PROGRAMMA DOC. SCIENTIFICO PRES.GENERALE INTER.FRANCESCO D'AGOSTINO INTER.EDOARDO BONCINELLI DIBATTITO

    NATURA E CONTRO
    Roma, 27 Febbraio 2003 - Hotel Nazionale – Piazza Montecitorio 131


    Giovanni Federspiel
    Grazie al prof. Boncinelli, che con questa sua relazione ci ha dato uno spaccato di come un biologo moderno può vedere il problema della natura. Il prof. Boncinelli credo che ci abbia insegnato una cosa: che non è possibile tirarsi fuori da qualche specifico punto di vista. E certamente è nel giusto quando dice che si parla spesso di natura da un particolare punto di vista. E’ impossibile non parlare da questo punto di vista. Il prof. Boncinelli è un buon esempio di questo, perché ha parlato di natura ponendosi esclusivamente dal punto di vista di un biologo; e credo anche di un biologo riduzionista, almeno così a me è parso dalle sue parole. Quindi tutto ciò che ha detto va visto attraverso queste particolari lenti, che il prof. Boncinelli, come tutti noi si è inforcato, per la verità senza cercare, (mi è parso), punti di contatto o di argomentazione rispetto a punti diversi. La sua natura è il mondo che ci circonda, il mondo naturale; ma è evidente che di natura si potrebbe parlare in molti altri sensi diversi, con significati diversi alle parole.
    Chiudo questo brevissimo commento alla relazione del prof. Boncinelli e introduco la relazione successiva, che prevede l’intervento del prof. Donatelli. Chiedo al prof. Donatelli il quale ha la sventura di occuparsi e di essere un bioetico: cosa probabilmente molto cattiva.

    Pierluigi Donatelli
    Oggi si è visto molto. Io credo che questo desiderio di fondare diverse forme di argomentazione sulla natura sia piuttosto ricorrente, e proverò a dirne qualcosa. Qualche cosa emersa dai diversi interventi, cioè dal tentativo di rifondare le nostre distinzioni morali. Provo a mostrare un certo scetticismo verso la possibilità, che invece è stata da alcuni suggerita, di fondare le nostre distinzioni morali sulla nozione di natura; e credo che ci siano molti diversi argomenti per fare questo. C’è un argomento abbastanza ricorrente, un argomento antico, che tende a sostenere questo: fondamentalmente, ogni organismo vivente ha una sua funzione, ha un filo intriseco. Anzi, conoscere che cosa è un certo organismo non significa nient’altro che conoscere il fine, la funzione che lo caratterizza. Però - prosegue questo argomento - una volta che conosciamo il fine e la funzione conosciamo anche il bene di quell’organismo. Se noi conosciamo il fine di quell’organismo, la capacità, da parte di quell’organismo, di esercitare nel modo più efficiente e migliore quel fine, sarà il bene di quell’organismo. Se, poi, prendiamo organismi vegetali o animali - escludendo gli animali superiori, i mammiferi, gli esseri umani in generale - la funzione si potrebbe pensare che sia quella del mantenimento in vita e della procreazione. O, nel caso delle piante, potremmo pensare che sia la fotosintesi. Quindi noi sappiamo che cosa è il bene della pianta, una volta che pensiamo che la pianta possa realizzare nella maniera migliore la fotosintesi. Il bene è la realizzazione migliore, il fine della funzione di un certo organismo. Naturalmente, chi ha studiato filosofia sa che questo è un argomento antico: lo trovate in Platone in Aristotele; e credo che ricorra continuamente, a partire da una certa fascinazione verso l’idea della natura, che ha un aspetto appunto di perfezione di compiutezza di armonia. E’ un argomento che tenderei a pensare che non funzioni, ma è applicato spesso, in bioetica spessissimo. Molto sovente, in bioetica ad esempio, si tende a sostenere che, ad esempio nella questione della procreazione, ci sono attività che sono conformi o non conformi alla natura; usi conformi o non conformi alla natura degli organi sessuali, oppure, nel caso dei trattamenti degli embrioni, di nuovo credo che ci sia una notevole tendenza a pensare che, se noi riusciamo semplicemente a leggere quello che è scritto dentro la natura di questi organismi, riusciamo anche a ricavarne delle prescrizioni etiche su come trattarli: indipendentemente da qualsiasi altra considerazione. Ma anche nelle questioni di fine vita di nuovo emerge sempre questa prospettiva. Se noi prendiamo tutte le questioni dell’eutanasia, spesso chi si oppone all’eutanasia tende a sostenere che c’è una qualche finalità intrinseca dell’organismo umano, probabilmente volta alla sopravvivenza, finchè non cede, naturalmente, e rispetto alla quale altri tipi di considerazione non andrebbero prese assolutamente in considerazione. Ora, credo, questo tipo di argomento ha una finalità. Un primo tipo di difficoltà lo accenno solo, perché è stato uno dei temi della relazione del prof. Boncinelli, e cioè ho l’impressione che la descrizione della natura in termini di fini di intenzioni di scopi sia una descrizione che la scienza moderna ha fondamentalmente e spunto da tutti i settori, a partire dalla scienza galileiana giù fino all’evoluzionismo e al neo darwinismo. Ne ho l’impressione, però non sono uno scienziato. Sto dicendo cose di cui non so nulla. Ho l’impressione che la scienza abbia espunto completamente il linguaggio intenzionale: non ci sono fini, c’è il caso. Però ho l’impressione che uno potrebbe dire effettivamente: tu puoi usare questo tipo di linguaggio, per il bene dell’argomentazione. Anche se noi pensassimo che la natura è un regno di fini e di scopi, e quindi non stessimo a sentire gli scienzaiti che ci dicono di no, non ci sono né fini né scopi, di nuovo tenderei a pensare che questo tipo di argomento non vada bene. E’ piuttosto bizzarro, e non mi sembra praticabile, perché ho l’impressione che l’idea di ricavare da una descrizione di tipo finalistico e considerazioni etiche – o, meglio, le considerazioni valutative – non funzionano. Farò un esempio, un tipo di paragone molto buffo: funziona con i manufatti. Se voi prendete un coltello ecco, per i coltelli funziona. Uno si chiede “che cosa” è un coltello, e credo che sia ragionevole pensare che la descrizione di un coltello includa la nozione di fine. Il coltello è un oggetto con la lama, che serve per tagliare: quindi c’è un bene intrinseco alla descrizione di coltello, perché un buon coltello sarà un coltello che taglia bene. Quindi la funzione, che appartiene alla nostra descrizione dell’oggetto, ci illumina sul bene di quell’oggetto. Ma possiamo pensare che gli esseri umani sono dei coltelli? Veramente è un paragone buffo. Credo che sia buffo per questo motivo, perché per gli esseri umani sarebbe curioso pensare che sia valida solo una descrizione dall’esterno agli esseri umani, come noi guardiamo i coltelli da fuori, completamente da fuori, e dall’alto. La prima cosa che verrebbe da pensare è che gli esseri umani hanno un loro punto di vista, che i coltelli non hanno; e che, forse, gli organismi molto primitivi, come accennava il prof. Boncinelli, non hanno. Gli esseri umani hanno un loro punto di vista sulle cose, quindi sarebbe curioso sapere che noi ci occupiamo dei modi in una vita che può essere resa peggiore o migliore, dignitosa, nobile, oppure squallida, brutta; preziosa, ricca, felice o infelice, in una maniera che è completamente indipendente dal punto di vista degli esseri umani. Se noi teniamo presente il punto di vista degli esseri umani, probabilmente finiremo con il menzionare una serie di valori. E qui, in maniera dogmatica, potremmo citarne alcuni, che saranno: felicità o infelicità, una qualche nozione di dignità, un’importanza delle relazioni affettive, una serie di valori legati alla possibilità di coltivarseli: l’immaginazione, l’inventiva, la ricerca di verità. Tutte cose che noi riteniamo preziose, e che forse molti riterrebbero preziose in diverse prospettive teoriche. Riusciamo a giustificarle a partire da un’idea, che questi tipi di valori siano inseriti nella natura, questo,di nuovo ripeto, è molto dubbio, perché ho l’impressione che sono tutti valori che hanno due forme, diciamo, di localismo: sono legati al punto di vista degli esseri umani almeno in due modi, uno schiettamente soggettivo: se parliamo di felicità, c’è una sorta di autorità della prima persona, cioè la persona che sta sperimentando certe cose, che vive certe cose, ha un suo punto di vista sulla sua felicità. Sarebbe curioso pensare che tu sai se lei è felice o infelice senza andarglielo a chiedere senza andare a chiedere a quella persona come sta, come si sente. Quindi pensiamo alle questioni dell’eutanasia etc. etc. pensare di non interrogarle in prima persona. E questa, direi, è la prima forma di articolare questa distinzione: che gli esseri umani hanno un punto di vista e i coltelli non ce l’hanno. Ammesso che sia possibile una descrizione finalistica degli organismi più semplici viventi, anche loro probabilmente non l’avrebbero. Gli esseri umani ce l’hanno un primo modo di articolare questo è soggettivo. Se tu parli di felicità, insomma, la felicità ha qualche cosa a che vedere con gli stati mentali, con gli stati dell’esperienza, della coscienza. Un secondo punto di vista, e con questo veramente chiudo, è culturale, storico. E’ evidente che noi facciamo riferimento alla nozione di ideali, di sensi, di pienezza della vita che è difficile pensare che siano iscritti da sempre nella nozione di organismo umano. Chiaramente sono frutto dei processi di civilizzazione. Sono il risultato dell’accumularsi di esperienze, e, quindi, è la nostra lezione di dignità sul posto di lavoro, per esempio, oppure di pienezza della vita affettiva, di ciò che è dignitoso, di ciò che è una vita dignitosa nelle varie sfere della vita: è evidente che ciò che ora noi troviamo dignitoso è il risultato di esperienze storiche e sociali contingenti, che ci consentono e ci hanno consentito di arrivare a ritenere “piena di significato” una certa vita ricca, e invece povera e priva di elementi fondamentali un’altra vita. E, di nuovo, sarebbe difficile pensare di trovarla inscritta nella nozione di natura. Quindi chiudo dicendo che c’è chiaramente un grande fascino verso l’idea di natura, rispetto alla contingenza, alla varietà di criteri umani di scelta, al fatto che vanno spesso contro l’insuccesso, guerre, conflitti distrutttivi. C’è un fascino che la natura già sappia che cosa sia il bene. Credo che sia solo un fascino; e temo che dovremmo liberarci di questo tipo di fascinazione.

    Giovanni Federspiel
    Grazie, un solo commento. Io vorrei sfatare una nozione che è corrente, vale a dire che dalla scienza moderna sia stato espunto il concetto di fine. Questo semplicemente non è vero non corrisponde al modo in cui stanno le cose. Naturalmente, l’idea di fine va cercata dove si parla di oggetti complessi, non dove si parla di particelle elementari, questo è ovvio. E allora, se si consultano i manuali e le riviste di fisiologia e di medicina, poi potremmo discutere se i medici sono rigorosi o non sono rigorosi, ma certo hanno problemi diversi da quelli di chi si occupa di oggetti estremamente semplici. Troviamo ripetutamente l’idea di fine e di scopo: questa è una descrizione oggettiva di quella che Popper chiamerebbe “il mondo tre”: il mondo delle idee oggettive. Se si consultano quei trattati, se si osservano quelle riviste, si trova che l’idea di fine permane. Poi ci sono dei biologi e medici che contrastano l’idea di fine. Il punto è che biologi e medici fanno pure i filosofi: e allora questa è una interpretazione filosofica della biologia e della medicina, che va argomentata, come tutte le considerazioni di carattere filosofico. Ma se uno guarda alla scienza, così come dato di fatto, nego categoricamente che l’idea di fine non faccia più parte del discorso scientifico. Questo era solo un appunto, sul quale Lei stesso aveva mostrato dei dubbi.

    Alberto Gaston
    Avevo cominciato a prendere appuntini, ma poi non li ho finiti, per cui me ne resta uno solo. Dunque, provo un po’ d’imbarazzo ad intervenire: diciamo che l’andamento dei lavori mi ha un po’ confuso. Faccio prima un intervento un pochino più breve: (parlerò solo due o tre minuti) mi è stato stimolato dall’intervento del prof. Federspiel. Mi ha molto colpito la riproposizione in termini moderni di questo problema della salute in termini di natura e contro natura. Ecco, io vorrei sottolineare che è una cosa attualissima, riproposta in termini scientifici moderni. Però vorrei sottolineare che questa nuclearità, sia medicosanitaria che epistemologica, è antica: è nuclearità addirittura del medio evo, ed è molto, molto interessante. Lo dico per arrivare poi ad una conclusione molto più generica. All’interno di quella struttura, diciamo vitale, in cui salute e malattia erano considerate, all’interno di un campo, che i medievali chiamavano neutralitas cioè un “neutro” non c’è malattia e non c’è salute. La vita è una neutralitas, nel senso che malattia e salute sono contemplate in percentuali le più varie: nel momento della nascita che avviene piangendo; nelle mani del medico al momento della morte che avviene ancora una volta piangendo. Il medico è soltanto una specie di interlocutore traslitteratore tra il mondo sublunare e Dio. E’, in qualche modo, dispensatore di una serie di mezzi, che si trovano nel grande libro. Il prof. Boncinelli dice che non esiste, ma metaforicamente c’è. In quello che loro chiamavano il grande libro della natura. Il grande libro della natura esiste, se uno sa leggere. Se uno non sa leggere il libro non può esistere. E, essendo un problema di un prodotto culturale, noi dobbiamo decidere una volta per tutte se vogliamo leggere dei libri, non solo scriverli. Professore, io la apprezzo molto, non pensi che il mio atteggiamento sia denigratorio. Oppure, se i libri noi li scriviamo, e nessuno li legge, a me colpisce profondamente. Io ho seguito molte volte il prof. Boincinelli, e so della sua fama di mangiapsicanalisti. Una volta Foucault disse che i vecchi preti dell’Ottocento sono stati sostituiti oggi dai medici e dagli psicanalisti; quindi non si può dire più mangiapreti, ma mangiapsicanalisti. Allora il problema è un pochino, anzi, estremamente complesso: perché da questo punto di vista, ecco, i medievali non avevano mezzi per curare; e quindi, in qualche modo, filosofavano praticamente sulla malattia. Questa distinzione tra res naturales e res praeter naturales, oppure contra naturam, e res non naturales, facevano parte della grande teoretica della medicina medievale, accanto alla quale c’era la mediciana pratica, che era composta dalla chirurgia: i clisteri, non le iniezioni, certamente, ma i salassi. Hanno ammazzato molto più i salassi che le iniezioni. Le iniezioni hanno ammazzato poca gente, con i salassi abbiamo decimato centinaia di diciottenni clorotiche, pavide e pallide. Perché questa è un po’ la storia. Ecco allora: questa noi la possiamo chiamare in molti modi; ha certamente molti elementi metaforici e simbolici, che non possiamo liquidare soltanto perché sono antichi, perché il pregiudizio comunque sia respinto persiste nella mente delle persone, persiste nel modo di pensare. Quello che volevo sottolineare è che tutta questa teoresi è una teoresi molto particolare, perché l’abbiamo inserita in un mondo di religiosità. Il naturale, il praeternaturale, si è sempre inserito in un mondo di religiosità, perché? Perché l’elemento del miscuglio - natura nella natura di malattia e salute - è un miscuglio che nasce dopo la cacciata dall’Eden. E lì che è tutto a portata di mano: è li che non c’è bene o male; è lì che non bisogna lottare per; è lì che non esiste conflitto. Il conflitto nasce per il desiderio dell’ingurgitare una mela che, secondo gli ultimi studi, non è più neanche una mela, e che è rimasta - diciamo per usare un linguaggio forte - nel gargarozzo, come dicono a Roma, ad un signore di sesso maschile; la cui identità di genere è assolutamente definita. Dopo la quale l’uomo è diventato homo destitutus soltanto attraverso l’opera di qualcuno che era portatore di un tipo di sapere condiviso. E quello medico è un sapere condiviso, che si costruisce per accomulazione, per esperienza. Soltanto attraverso l’opera di un uomo che porta un sapere di questo tipo l’uomo può cercare di recuperare qualche cosa di questa destituzione, per andare verso una restitutio. Ma non recupererà mai la constitutio, cioè la sua originaria costituzione. Io credo che nel concetto umano di natura c’è tutta questa roba qua, e non la possiamo liquidare molto semplicisticamente. Per quanto riguarda il conflitto, abbiamo visto da una parte la dolce, anolstalgica visitersione del prof. D’Agostino; d’altra parte l’altrettanto bella, non nostalgica, assertiva, forte, dura affermazione del prof. Boncinelli. Qui è il conflitto. Come si può uscire? perché esce il conflitto? perché loro due pensano: non è che il conflitto nasce così; ma se loro due pensano, professore, la natura esiste in qualche modo. Non solo, ma esiste anche qualche cosa che va un pochino più al di sopra della natura.
    Allora il problema quale è? Io chiudo con Hannah Arendt, una donna che amo moltissimo. Bisogna fare come ha cercato di fare Archimede. Archimede cercava un punto in cui piazzare la leva. Dice la Arendt ad un certo punto (nell’ultimo capitolo o nel penultimo non mi ricordo in quale della Vita activa), che uno, per disegnare bene la terra, deve alzarsi al di sopra della terra: con un aereo, un dirigibile, con le ali di Icaro, non è importante; perché dall’alto vedi i confini e li puoi disegnare. Cioè si può alienare dal mondo. Allora, per vedere queste cose – per, diciamo, in qualche modo mettere insieme i magnifici pensieri, e adesso io lo dico anche simbolicamente di D’Agostino e di Boncinelli - bisogna uscire dal basso. Il prof. Boncinelli ha detto spesso “questo è basso”. Questo è basso, ma non è che importa che sia basso. Diceva qualcuno degli antichi greci (non ha nessuna importanza chi) il problema non è alto-basso, destra-sinistra, avanti e dietro; il problema è orientarsi nel punto in cui noi siamo, e riconoscere questi punti. E, se li riconosciamo, dobbiamo pensare; e se pensiamo entriamo in conflitto: è inevitabile. Si può uscire da questo conflitto? Forse bisogna alienarsi dal mondo, come dice la Arendt; bisogna in qualche modo entrare in una situazione altra, che non è l’alienazione dell’uomo. (Stiamo attenti, sto parlando di alienazione dal mondo) e trovare insieme ad Archimede un punto nuovo in cui posare finalmente una nuova leva. Altrimenti non entriamo in questo tipo di ottica, e i conflitti non si saneranno mai, neanche in una sintesi, ma neanche in una complementarietà positiva, in cui il giorno e la notte possano in qualche modo abitare (come diceva qualcuno nell’antica Grecia) nella stessa casa.

    Gianluca Sadun Bordoni
    Ho due velocissime considerazioni sulle due relazioni. Anche qui certamente è apparsa in modo evidente la distanza intellettuale delle due relazioni, che non credo sia riassorbibile in modo radicale. Però vorrei anche cercare di capire se è possibile raggiungere almeno una conclusione che, in qualche modo, le accomuni. Io personalmente sono in sintonia pressocché totale con quanto detto dal prof. D’Agostino, sulla sua relazione e sul modello che ha riproposto, cioè il modello teolologico di ispirazione aristotelica. Volevo solo fare un’osservazione che in qualche modo potrebbe rendercelo in modo meno remoto, visto che oggi è un modello che certamente non gode di grande credito, e che appare radicalmente alternativo a quello che pure è stato elencato dal prof. D’Agostino e che è il modello olistico. Ora, credo che proprio in Aristotele sia contenuta la possibilità di interpretare questa visione teleologica in termini che comprendano comunque una apertura di tipo pluralistico. C’è un passo splendido del settimo libro della Politica, in cui Aristotele, pur indicando quella che è così bene chiamata dal prof. D’Agostino “natura tensionale dell’uomo verso il pieno raggiungimento della sua natura”, tuttavia dice anche, e si mostra consapevole del fatto, che questa tensione non è perseguita, né è perseguibile da tutti esattamente allo stesso modo: onde, dice Aristotele in un passo detto banalmente “molto moderno”, gli uomini e i popoli vanno a caccia della felicità in modi diversi; e da ciò sorgono costituzioni diverse e forme di vita diverse. Quindi c’è già in Aristotele la consapevolezza che questo modello teleologico e normativistico non implica una forzata reductio ad unum, ma è un’apertura di stampo pluralistico che, se non è evidentemente il politeismo etico di stampo relativistico, tuttavia acconsente di comprendere al suo interno quello che chiamerei un pluralismo ragionevole. Per quanto riguarda invece la relazione del prof. Boncinelli, innanzi tutto una brevissima osservazione. Anch’io, come diceva il prof. Federspiel, non sono per nulla convinto - pur non essendo un biologo, ma avendo leggiucchiato da filosofo, e anche i filosofi ogni tanto cercano in qualche modo di leggere i biologi - non sono convinto che il concetto di teleologia o di scopo sia stato espunto dalle scienze biologiche, perché molto spesso viene semplicemente cambiata la terminologia. Per esempio Mono parlava di teleonomia anziché di teolologia, ma poi, ritorna lì.
    Tuttavia dalla relazione del prof. Boncinelli emerge una visione della natura che sembra assolutamente refrattaria a qualsiasi approccio di stampo teleologico. Proviamo allora a cambiare modello. Un modello, in qualche modo, serve per vedere se, in un modello nel quale anche il prof. Boncinelli possa riconoscersi, sia raggiungibile una conclusione. Il modello alternativo a quello teleologico è quello nel quale si può pensare la teoria evolutiva. E’ il modello che viene in genere chiamato dell’ordine spontaneo, e non riguarda tanto la distinzione tra naturale e artificiale, perché naturalmente anche ordini artificiali, come per esempio il mercato, di cui pure si è parlato stamattina, sono pensati normalmente come ordini spontanei, cioè ordini che si sono prodotti senza che ci fosse una pianificazione, quindi sono il risultato di una interazione molteplice e protratta nel tempo di azioni e di scambi. Nel caso del mercato, tra uomini; nel caso della natura, di relazioni tra uomo e natura. E, quindi, il modello comprende al suo interno il fatto che ci sia una interazione degli interventi regolatori come nel caso del mercato. E, tuttavia, proprio il caso del mercato suggerisce subito una considerazione: noi, nel ventesimo secolo, abbiamo assistito ad un colossale e tragico fallimento, quello di sostituire all’ordine spontaneo del mercato un ordine pianificato. Ci si può chiedere (qui appunto è il problema) se è possibile trovare una conclusione in qualche misura comune; cioè vedere se oggi non si stia assistendo ad un paradossale tentativo di “pianificare la natura”. E’ vero che l’ordine naturale risulta da un complesso di interazioni, ma è anche vero che quest’ordine si produce spontaneamente, attraverso un lunghissimo arco di tempo, che consente processi di assestamento; e che, forse, oggi si sta assistendo ad un progetto fortemente invasivo, che mira in qualche modo a sostituirsi a tale produzione spontanea dell’ordine. Anche se la vogliamo assumere in questi termini, al di fuori di qualsiasi tipo di visione teleologica, - questa visione spontanea dell’ordine attraverso una manipolazione violenta dell’ordine pur assunto come spontaneo della natura - se questo lo si accetta, allora quella visione viene comunque recuperata. E questa sarebbe la pur minima convergenza. Un’idea di natura come misura, la si assuma come ordine teleologico o come ordine spontaneo, comunque noi assegneremmo alla natura un carattere di misura, di vincolo, che l’azione umana deve considerare, e che non può pretendere di manipolare in modo totalmente arbitraria. Questa è credo la considerazione che induce in un certo qual modo, sul piano pratico, ad una cautela di fondo circa la sua possibilità. Pensiamo al mondo della riproduzione della vita: un meccanismo che si è prodotto ed evoluto attraverso milioni e centinaia di milioni di anni; pensiamo che possa essere modificato attraverso una pianificazione dell’attività naturale, prodotta secondo un piano intenzionale dell’uomo. Ecco, questa era l’ipotesi.

    Edoardo Boncinelli
    Rimarrete delusi perché io voglio dire solo che tutta questa differenza tra la mia posizione e quella di D’Agostino non l’ho trovata. Forse perché non capisco. La caratteristica degli scienziati è di non capire. Io, poi, sono un tipo di cretino ancora più grave, perché riempio la casa di libri sperando (chi lo sa?) che la saggezza entri dentro a distanza. Non solo non capisco nulla, ma continuo a comprare libri. Ecco, io non l’ho vista questa differenza. Certo abbiamo parlato di cose diverse, ma, in fondo, è quello che fanno tutti gli esseri umani, anche quelli che parlano di Roma e Lazio. Il fatto che continuano a litigare, è perché parlano di due cose diverse perché, se parlassero della stessa cosa, si metterebbero d’accordo. Ecco, io ho solo da dire questa cosa. Per il resto mi rimetto come dicevano gli avvocati, alla clemenza della corte.

    Francesco D'Agostino
    Vorrei portare la riflessione su uno dei tanti temi che sono emersi in questa mattinata, e in particolare dal discorso di Boncinelli, il tema del male. Anche perché mi pare che Boncinelli da questo tema sia particolarmente attratto. Se non ho capito male, Boncinelli ha ribadito quella che è una linea alla quale avevo fatto accenno anch’io, citando Goethe: anche ciò che è innanturale è naturale. Quando lui ha detto che in realtà il male non esiste per gli scienziati e che probabilmente, se si vuole pensare il male, bisogna pensarlo attraverso categorie che non sono quelle che usano gli scienziati, di questo, fino in fondo, non ne sono convinto. Faccio un discorso veramente molto elementare. Sicuramente noi percepiamo qualcosa che chiamiamo male; sicuramente, se mi danno una martellata, dico che ho male; ma qualcuno potrebbe dirmi: questa è un’esperienza soggettiva, un’esperienza rispettabile, probabilmente universalizzabile, ma che di per sé non ci consente di fare il salto epistemologico e di dire che in natura il male esiste. Però su questa esperienza soggettiva del male, su questa pretesa esperienza soggettiva del male, gli uomini hanno costruito dimensioni epistemologicamente rigorose. La medicina nasce e si afferma come orizzonte epistemologico dotato di un suo rigore, come lotta come contro quella forma di male che chiamiamo malattia. Ma la cosa non finisce qui. Coloro che studiano scienza dell’alimentazione partono dall’idea che bisogna potenziare quella particolare forma di bene che è rappresentata dalle piante vegetali commestibili e difenderle contro quella particolare forma di male che è rappresentata da altre forme di vita vegetali infestanti. Oppure, l’ecologista parte dell’idea che, se una petroliera scarica nell’oceano il petrolio, si realizza quella particolare forma di male che è il disastro ecologico. Ecco, questo è il mio problema: o noi neghiamo che queste particolari dimensioni conoscitive meritino il nome di scienza - e mi pare molto forte, mi sembra assurdo negare statuto scientifico all’ecologia almeno a quell’ecologia che studia come si può combattere l’inquinamento da petrolio o negare dimensioni di scienza alle scienze dell’alimentazione o negare dimensioni di scienza alla gestione del territorio quando si tratta, che so io, di prosciugare una zona paludosa; o anche negare la dimensione di scienza (qui arrischio troppo) per esempio alla logica, nel momento in cui la logica individua nell’errore logico una particolare forma di male contro cui combattere perché il primo presupposto di chi studia logica è imparare a far funzionare bene le nostre capacità cognitive di ragionamento; o il primo compito di chi studia matematica è indurre il bambino che impara le quattro operazioni a non cadere negli errori di calcolo – allora: o noi neghiamo che queste dimensioni conoscitive siano autenticamente scienze, e allora si aprono problemi che, per me, non possono essere gestiti. Ma se noi riconosciamo che queste dimensioni di sapere meritano il nome di scienza e sono forme di sapere rigoroso, ci troviamo di fronte ad un paradosso: l’uomo, essere naturale (perché sicuramanete l’uomo non sta fuori della natura ma ci sta dentro fino al collo), in virtù delle sue capacità naturali elabora dimensioni cognitive rigorose, per le quali è strutturale ipotizzare tra virgolette il concetto di “male”: e allora quel male che si voleva tirare fuori dalla natura viene reintrodotto nella natura dalla presenza dell’uomo che è soggetto naturale (perché, comunque vogliamo autointerpretare noi stessi, nessuno può pensare come pensano gli iraniani, che noi siamo arrivati in questo mondo partendo da altri mondi astrali). Ecco, in questo senso io credo che anche gli scienziati potrebbero riconciliarsi con l’idea del male, o della natura. Naturalmente, non con l’idea banale semplice, immediata, autoevidente, ma come un concetto in qualche modo di secondo grado. Ci vogliono degli occhiali particolari per percepire il male della natura. A livello di prima esperienza, sono gli occhiali che ciascuno di noi ha quando si ammala. A un livello di esperienza più raffinata, è l’esperienza del logico, quando sa appunrare un errore che l’uomo non saprebbe percepire; o l’esperienza dello studioso di ecologia che sa individuare in certi squilibri naturali un male obiettivo per l’umanità e per l’ambiente. Credo che in questa direzione la prospettiva filosofica e la prospettiva scientifica potrebbero trovare una convergenza, che poi si manifesterebbe come un obiettivo arricchimento di pensiero assolutamente per tutti.

    Giovanni Federspiel
    Siamo arrivati alla fine di questa mattinata intensa e credo certamente proficua per tutti noi io non voglio commentare ulteriormente i commenti e le risposte, voglio solo concludere questa mattinata dicendo che era dedicata al conflitto e vita ed abbiamo avuto modo di vedere una mattinata densa di conflitti e densa di vita.
    Vi ringrazio per la vostra pazienza.

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