Iniziative 2010 - 2000
CONFLITTO E IMMAGINE
  • Il conflitto tra narrazione e media: Dissoluzione dell'autore conflitti?

    Roma, 26-27 novembre 2003 Palazzo de Carolis, Sala Minerva - Via del Corso, 307

  • PROGRAMMA RESECONTO » Introd. Laura Paoletti » Introd. Enrico Manca

    MERCOLEDI 26


    INTERVENTO LAURA PAOLETTI


    INTERVENTO ENRICO MANCA

    PRIMA SESSIONE: Chi impagina? Meccanismi e soggetti della selezione

    Dopo le relazioni introduttive di Laura Paoletti ed Enrico Manca, MASSIMO FICHERA (vicepresidente dell’ISIMM) ha introdotto i lavori della prima sessione intrattenendosi sull’importanza dell’operazione di «impaginazione» intesa come definizione di una gerarchia tra gli eventi di cui viene data notizia; operazione tanto poco neutrale che il solo controllo di questa è sufficiente ad imprimere la linea politica di una testata, come hanno dimostrato celeberrimi direttori editoriali del passato (quali Pannunzio o Debenedetti). Fichera ha quindi proposto alla riflessione la domanda sul differente impatto dell’«impaginazione» nel caso del mezzo televisivo, che appare ancor più sensibile all’effetto di prospettiva da essa indotto di quanto già non sia la carta stampata.

    Il primo intervento della sessione è stato affidato a DENNIS REDMONT, della Associated Press, che ha tracciato un quadro dei cambiamenti intervenuti sul modo di costruire il monte notizie a livello mondiale da parte delle grande agenzie rispetto a quanto accadeva nel passato. Se prima la selezione dipendeva dalla rapidità e dalla capacità dei singoli inviati, oggi la gerarchia viene stabilita in conferenze che si tengono più volte al giorno al Rockfeller Plaza. Qui viene preparato, e continuamente riplasmato, il «menu» mondiale offerto ai mezzi di comunicazione come su un «nastro trasportatore». Redmont ha quindi messo l’accento su un fenomeno già ampiamente riscontrabile negli USA e destinato ad assumere sempre più rilevanza in tutto il mondo: quello della cosiddetta «tactical convergence», ossia l’interazione tra mezzi di comunicazione diversi, in particolare televisione e carta stampata. Entro breve non si potrà più comprendere la selezione ragionando su un solo tipo di mezzo, ma sarà necessario tener conto del fatto che inevitabilmente si creeranno sinergie di convergenza tattica, appunto, atte a razionalizzare le risorse (per esempio utilizzando un unico inviato in duplice veste) e a ottenere un effetto di reciproco rafforzamento (per esempio pubblicizzando ai telespettatori gli approfondimenti presenti sul quotidiano). Questo implicherà il possesso di competenze nuove e diverse e trasformerà in modo significativo le professioni legate all’informazione.

    NICOLA LOMBARDI, di Sky News, ha affrontato il problema dell’impaginazione dalla prospettiva di una testata giovanissima, che è al momento l’unica in Italia ad operare secondo la modalità dell’«all news». L’esigenza di approntare un unico telegiornale ininterrotto (e non 3 o 4 TG al giorno) modifica profondamente l’operazione di selezione. A volte si rende necessaria una reimpaginazione delle notizie pochi minuti prima di andare in onda, il che richiede velocità, accuratezza e capacità di immedesimarsi nello spettatore per fare in modo di rispondere il più possibile alle sue esigenze di informazione. Secondo Lombardi si può affermare che, in un certo senso, è la notizia stessa che si impagina da sé, e che il vero lavoro dell’operatore consiste nell’aiutare lo spettatore a comprenderla, adottando alcuni criteri di correttezza fondamentali come l’esplicitazione e la verifica delle fonti. La crescente importanza assunta dalle immagini, e la potenza comunicativa che è loro propria, renderebbe invece necessario una più approfondita riflessione sui criteri per vagliare l’opportunità della loro divulgazione.

    L’intervento di ENRICO MENTANA, direttore del TG5, ha inteso svolgere una riflessione sull’«immagine» come tratto unitario di ciò che si è soliti definire Occidente. In effetti è possibile accomunare sotto il titolo di «iconoclasmi» i grandi avversari che si sono frontalmente opposti alla cultura occidentale: dal nazismo al comunismo, fino al regime dei Talebani in Afghanistan. L’invisibilità del capo si pone esplicitamente fuori dal recinto della rappresentabilità, che definisce i confini stessi dell’Occidente. Mentana si è dunque soffermato sul paradosso per cui gli iconoclasti hanno attaccato nel modo più duro l’Occidente attraverso un sapiente uso proprio delle immagini, al punto che non sarebbe inappropriato definire l’11 settembre come una vera e propria deflorazione mediatica: la breve pausa dopo l’attacco alla prima torre ha consentito che tutti i media potessero registrare e trasmettere il secondo attacco. Nella situazione attuale un qualunque video di Bin Laden, a prescindere da ciò che questi eventualmente affermasse, avrebbe due significati inequivocabili trasmessi dal fatto stesso dell’immagine: che è vivo e che lancia una nuova sfida. Per questo il conflitto che stiamo attraversando si gioca innanzitutto sulla forza simbolica di immagini contrapposte. Questo predominio dell’immagine, i tempi serrati che essa impone all’informazione, rende meno netta, secondo Mentana, la distinzione tra all news e telegiornale in senso tradizionale proposta da Lombardi: basti pensare al ritorno delle edizioni straordinarie. Non è più sufficiente rispettare la scaletta prefissata: l’operatore costretto ad assumere più ruoli contemporaneamente. Tutto questo rende, conclude Mentana, affascinante e vano l’interrogativo sull’autorialità.

    ANTONIO DI BELLA, direttore del TG3, si è soffermato sulla pluralità che caratterizza l’informazione relativa all’attuale conflitto iracheno e che differenzia profondamente la situazione attuale rispetto a quella della prima guerra del Golfo. Oltre alla CNN oggi sono presenti Fox News, El Arabya, Al Jazeera; non solo: l’uso dei videotelefoni ha enormemente semplificato la trasmissione di notizie da parte dell’inviato (come dimostra il caso esemplare dello scoop realizzato da Giovanna Botteri). Queste novità mettono nuovamente in gioco la figura dell’autore, perché consentono nuovamente all’inviato di raccontare qualcosa senza dover passare per i complicati meccanismi di trasmissione del passato e di scompaginare in tal modo le iterazioni. Ciò non toglie nulla, secondo Di Bella, all’importanza delle scelte editoriali di impaginazione. Queste creano un effetto di prospettiva simile a quello utilizzato da Masacccio, per articolare su livelli diversi la narrazione pittorica e per mettere in primo piano la gente comune relegando sullo sfondo i potenti. Gli effetti sono evidentemente di portata notevole: basti guardare alla differenza tra Italia e USA rispetto alla copertura mediatica del lutto. A fronte dello spazio che i media italiani hanno riservato ai funerali dei militari impegnati a Nassirya, la scelta di Bush, che non si è mai mostrato in compagnia dei familiari delle vittime, è stata quella di evitare che le ferite inferte fossero percepite nella loro gravità.

    A quest’ultima affermazione di Di Bella ha replicato PIERLUIGI MAGNASCHI, direttore dell’ANSA, secondo il quale la differenza tra Italia e USA da questo punto di vista è puramente quantitativa: sarebbe impossibile offrire una copertura mediatica al lutto come quella italiana in un Paese che sconta nel conflitto iracheno circa 7 morti al giorno. Magnaschi ha inoltre sollevato perplessità, riferendosi all’intervento di Enrico Manca, circa la possibilità che Internet rappresenti un incremento di democrazia, stante lo strapotere di fatto dei mezzi di informazione americani. Per quanto riguarda lo specifico del proprio intervento, Magnaschi ha illustrato le modalità di impaginazione generalmente seguite dall’ANSA. Anche un’agenzia di informazione costruisce una «prima pagina» in vista di potenziali clienti: da questo punto di vista fa poca differenza il fatto che i richiami siano circa il doppio di quelli di un quotidiano. Ciò che conta è che l’ANSA si trova ad operare su una prima pagina già ampiamente costruita a Washington, dove la presunta pluralizzazione data dalla presenza di altre emittenti oltre alla CNN, non cambia nella sostanza la situazione di monopolio di fatto dei media americani. Una volta che si siano messe da parte le convinzioni fondamentalmente errate per cui esiste un controllo dell’informazione operato da qualche potere occulto, e per cui esiste la possibilità di un’assoluta oggettività, ne deriva, secondo Magnaschi, l’esigenza impellente di una reale pluralizzazione dei mezzi, di un reale aumento della possibilità di scelta da parte dell’utente. Sarebbe inoltre saggio evitare di incappare nella trappola di operare la selezione delle notizie in funzione di un presunto gradimento da parte dei lettori: i media hanno dato spazio quasi nullo all’appello dei mullah di Nassirya agli italiani perché continuino nell’opera di peace-keeping che stanno realizzando in Iraq e hanno, viceversa, insistito oltremisura sulle polemiche innescate da Adel Smith o dal mullah di Carmagnola, personaggi di cui, per altro, è dubbia la rappresentatività rispetto al mondo musulmano. Magnaschi ha concluso il suo intervento stigmatizzando la tendenza dei media a dare copertura esclusivamente alle notizie relative a conflitti a fuoco, come si vede dall’interesse praticamente nullo che, cessate le ostilità, sembra rivestire la penisola balcanica per i mezzi di informazione.

    Dopo aver sottolineato come la moltiplicazione dei media non significhi necessariamente articolazione, e possa anzi diventare un fattore di omogeneizzazione, Massimo Fichera ha dato la partola a PEPPINO ORTOLEVA, docente di Comunicazioni di massa all’Università di Torino. Ortoleva ha esordito affermando che nel caso in cui fosse realmente in atto uno scontro di civiltà, lo avremmo già perso. Citando Todorov, il quale sosteneva che gli occidentali sono riusciti a sopraffare gli Indios americani perché capaci di comprenderne a fondo il punto di vista, Ortoleva ha rimarcato l’enorme svantaggio che rappresenta per l’Occidente la profonda e diffusa ignoranza della cultura musulmana: al punto che si confondono concetti del tutto diversi come quello di «imam» e quello di «mullah» e si parla del cosiddetto «imam di Carmagnola»; al punto che sembra che siano stati infiltrati in Iraq agenti della CIA incapaci di comprendere e parlare l’arabo. Di questa sconfitta che, insiste Ortoleva, è già in atto, i mezzi di informazione sono massimamente responsabili. Lo strapotere americano nell’informazione sottolineato da Magnaschi non deriva soltanto da supremazia economica, ma dall’aver compreso la superiorità dei processi sui prodotti. Gli americani non dettano tanto i contenuti, quanto piuttosto i meccanismi, le regole all’interno delle quali tali contenuti vengono trasmessi: il problema è dunque di metalivello. Nel caso di un conflitto militare è illusorio pensare che siano i media a fissare le notizie: è l’apparato militare. Dopo l’esperienza del Vietnam gli USA hanno compreso tutta l’importanza del controllo dei mezzi di informazione: un controllo che non viene esercitato con la censura, ma con mezzi di «pressione amichevole» particolarmente efficaci, come, per esempio, quello di offrire in esclusiva notizie a giornalisti che non divulgano informazioni sfavorevoli. Venendo al tema specifico del convegno, Ortoleva ha sottolineato come la modernità si caratterizzi per una strutturale inenarrabilità della guerra, che invece di per sé sarebbe l’evento narrativo per eccellenza. Ignorando tutto della realtà tecnica della guerra si utilizzano meccanismi narrativi che funzionano in tempi di pace e che, in qualche modo, la rendono accettabile: per questo si parla di human interest o di peace-keeping.

    SECONDA SESSIONE: Chi e come legge? Problemi di fruizione, vecchie e nuove medialità

    L’interrogativo guida della seconda sessione è stato introdotto dal moderatore, ALBERTO GASTON, docente di Clinica Psichiatrica presso la «Sapienza» di Roma, mediante un esame della figura del «lettore» a partire da una nozione che ha sempre affascinato la psicologia e che risulta difficilissima da definire: quella di «suggestione». Si tratta, secondo Gaston, di una qualità mentale tipica dell’essere umano che ama giocare, di una caratteristica della mente per cui questa tende a far sua qualunque idea gli venga proposta: è in virtù della consapevolezza di questa caratteristica che Freud elabora un concetto di terapia come fondamentalmente «parlata». Per quanto riguarda la seconda parte dell’interrogativo posto dal titolo della sessione, relativo al modo in cui il lettore legge, Gaston ritiene sia necessario affrontarlo in termini di «traduzione» tra due linguaggi essenzialmente diversi; una traduzione che quindi spesso risulta impossibile se non per mezzo di un processo mai concluso di approssimazione.

    ALBERTO ABRUZZESE, docente di Sociologia della comunicazione di massa presso la «Sapienza» di Roma, esordisce puntualizzando la necessità di comprendere in senso ampio il concetto di «lettore» e quello sottinteso di «scrittura» cui il titolo della sessione fa riferimento: si tratta in entrambi di casi di un lettore e di una scrittura che vanno compresi in senso ampio, ossia come «audio-visivi». A partire da una concezione non soggettivistica dell’autore, che intende la funzione di quest’ultimo come strategia di costruzione di un principio di identità, di una legge, il cui legame con la scrittura è ben presente al pensiero occidentale, Abruzzese ha sviluppato una riflessione sull’immagine come unico linguaggio possibile in una società complessa, come fondamento di simulacri attraverso i quali si raggiungono le dimensioni di una società di massa. In realtà ciò che dà rilevanza all’«autore» è una cultura della produzione e del consumo, cui il cosiddetto «soggetto» è assoggettato, secondo un significato del termine che si è perso in italiano e che è rimasto ben presente nel corrispettivo francese sujet. Se questo è vero, lo sfaldamento della struttura piramidale, tipica di tale cultura della produzione, cui allude l’interrogativo relativo alla dissoluzione dell’autore è una possibilità da auspicare più che da temere.

    L’intervento di SEBASTIANO BAGNARA, docente di Ergonomia cognitiva al Politecnico di Milano, si è incentrato sulla funzione dell’«autore», e su quella complementare del «lettore», nell’ambito della scienza, in cui il problema appare più complesso che altrove. Se è vero che lo sviluppo della scienza si nutre di idee, è anche vero che tali idee necessitano di infrastrutture per poter essere compiutamente realizzate, in mancanza delle quali nessun potenziale «autore» riesce a diventare effettivamente tale. Ma vi sono altri elementi che sembrano implicare un indebolimento o una vera e propria cancellazione della figura dell’«autore» nell’ambito della produzione scientifica: spesso gli articoli scientifici si presentano come lavori collettivi, quasi a sottolineare l’inadeguatezza di un lavoro di singoli. Viene inoltre considerato un elemento di merito il poter prescindere dal passato e dall’autorevolezza di questo; di poter prescindere cioè dalle idee elaborate da autori precedenti che diventano irrilevanti alla luce di quelle nuove. Il problema dell’autore (e dell’autorevolezza) si ripresenta tuttavia con forza nel momento della divulgazione, nel momento cioè in cui si deve tradurre la scoperta scientifica in un linguaggio accessibile al senso comune. Ma dunque – si chiede Bagnara – autore in campo scientifico è chi produce o chi divulga? La tesi di Bagnara è che l’apparente assenza di un autore nel momento dell’elaborazione è il frutto di un’incapacità di uscire dai confini del paradigma di riferimento scelto e di cogliere i conflitti tra paradigmi alternativi. Conflitti che sono intra-scientifici ma che possono essere anche extra-scientifici, ossia capaci di opporre frontalmente la scienza al senso comune dell’opinione pubblica, come attesta il caso del nucleare o quello delle biotecnologie. Da questo punto di vista il problema non sono i media, ma l’esser dentro il proprio paradigma e l’incapacità di uscirne. Il problema vero è dunque la traduzione tra linguaggi di paradigmi diversi e tra linguaggio della scienza e linguaggio del senso comune.

    EDOARDO FLEISCHNER, progettista della Lumiq, ha esplicitamente assunto il punto di vista dell’autore e ha raccontato in prima persona i processi secondo cui un autore opera sfruttando il meccanismo della «suggestione» menzionato da Gaston e tenendo presente l’obiettivo ultimo della fruizione e dei fruitori. Stante il fatto che un autore non è un innovatore, ma un bravo «copiatore», ciò che fa la vera differenza tra un autore e un altro è la capacità di narrare. Non c’è alcun conflitto tra narrazione e media: il punto è che le innovazioni tecnologiche trasformano profondamente i modi del racconto, così che l’autore non può non tenerne conto: il che, però, non comporta affatto una dissoluzione di quest’ultimo, ma, semmai, ad una sua «disseminazione». Anzi, si potrebbe persino affermare che siamo in un’epoca di «panautorismo», in cui appare necessario rispondere in modo adeguato alle esigenze sempre più pressanti di una fruizione multimediale sempre più complessa. Si pensi all’impatto innovativo sulle tradizionali modalità di narrazione rappresentato, per esempio, dal cosiddetto «dual screen», per cui l’utente interagisce con due schermi contemporaneamente; o dalla fruizione mobile (UMTS), ossia dall’utilizzo di telefoni cellulari dotati di uno spettro sempre più ampio di funzioni e possibilità di interazione; o, infine, dalla fruizione multimediale vera e propria, per cui oggi un utente si serve generalmente di più media contemporaneamente.

    GIUSEPPE RICHERI, docente di Strategie dei media all’Università di Lugano, ha insistito sul carattere «inquietante» che riveste oggi, a tutti i livelli, la questione della fruizione. Le conseguenze della trasformazione della TV in digitale sono di portata tale da richiedere un intervento a livello europeo. L’obiettivo è quello di rendere la TV digitale un servizio universale in grado di erogare tutti i servizi della pubblica amministrazione. Questo rilancia il problema dell’autore come figura in grado di redigere testi che siano fruibili da tutti e soprattutto a distanza, ossia che siano a tal punto autoesplicativi da non rendere necessario il ricorso a tutte le possibilità di correzione proprie dello scambio diretto di informazioni. Basti pensare all’impegno che richiederà la riconversione di testi della pubblica amministrazione per questo tipo di fruizione, che deve, tra l’altro, presupporre un utente medio con competenze relativamente basse, lettori che trovano grandi difficoltà nel leggere. Il fallimento di questo tentativo significherebbe un fallimento tanto dal punto di vista economico, quanto dal punto di vista della democrazia: nonostante questo in tutti i Paesi europei sembra prevalere un’impostazione determinista, per cui è sufficiente lanciare il progetto perché questo funzioni. Senza rendersi conto che l’ostacolo principale è rappresentato dalla legge del minimo sforzo che domina a tutti i livelli la fruizione televisiva.

    L’intervento di LUCA TOSCHI, docente di Teoria della comunicazione all’Università di Firenze, si è incentrato sugli ostacoli che si incontrano nel tentativo di coadiuvare aziende pubbliche e private nel rinnovare la comunicazione: primo fra tutti il fatto che tali aziende non appaiono disposte ad accompagnare tale rinnovamento con la messa in atto di processi innovativi che coinvolgono la loro stessa mission. Non ci si rende conto, prosegue Toschi, che la nuova comunicazione riscrive gli spazi fisici e le competenze, che si continuano a far artificiosamente coincidere con le competenze territoriali senza comprendere la differenza che intercorre tra lo spazio fisico e quello virtuale: l’impressione è che si proceda per accumulo e senza un progetto complessivo. Sicuramente ciò che rende difficile orchestrare la transizione ad un nuovo tipo di comunicazione è la mancanza di figure e competenze adeguate; ma il mancato rinnovamento va attribuito, paradossalmente, anche alla velocità, che impone un primato del fare sul progettare. La mancanza di tempi lunghi fa sì che la tecnologia, nonostante quello che sembra, fatica ad essere davvero nuova, perché è troppo presente. Tutto questo, ovviamente, si riflette sugli «autori» che spesso sono esperti di contenuti ma si esprimono con linguaggi e parametri che non appartengono alla rete e ignorano il tipo di testualità che si trovano di fronte.

    TERZA SESSIONE: Chi scrive? La narrazione del conflitto

    Il moderatore della terza sessione, VITTORIO MATHIEU, Accademico dei Lincei, ha subito dato la parola a DUILIO GIANMARIA (TG1 RAI), presente in videoconferenza da Baghdad, al quale chiede una riflessione sulla «durezza» o «malleabilità» dei fatti che è chiamato a raccontare in quanto testimone. Gianmaria si dichiara per una assoluta malleabilità degli eventi, stante l’estrema difficoltà di accesso alle fonti e a punti di vista diversi da quelli delle fonti ufficiali. Nella caso specifico del conflitto iracheno tutto quello di cui si riesce a venire a conoscenza è ciò che filtra dalle fonti americane. Un esempio fra tanti: i morti americani non si vedono. C’è una censura mediatica da parte dei militari, che rende l’esperienza di chi deve raccontare quello che accade un’esperienza frustrante. Vi sono obblighi e non detti che rendono estremamente difficile il lavoro dell’inviato.

    La parola è passata dunque a ANTONIO SCURATI, docente di Sociologia della comunicazione presso l’Università di Bergamo, che propone una riflessione su due figure cardine della guerra così come è rappresentata in Occidente. La prima è quella del terzo canto dell’Iliade, nel quale l’autore mette in opera la cosiddetta «teicoscopia»: dall’alto delle mura troiane Elena, su sollecitazione di Priamo, passa in rassegna le truppe achee e racconta ciò che sa di ciascuno degli eroi greci. Lo sguardo di Elena, che è poi quello di Omero, è panoramico e totalizzante. Prima di questo sguardo non vi è stata alcuna battaglia e a questo sguardo corrisponde un modo ben preciso di combattere: la cosiddetta monomachia. Gli eroi si affrontano a coppie e nello scontro acquisiscono visibilità, si staccano dallo sfondo. La piena visibilità, l’acquisizione di gloria è il criterio in funzione del quale si giudica la battaglia: è la motivazione politica e la legittimazione ideologica della guerra. L’Occidente pensa la battaglia come momento della verità, come un evento umano che però si consegna ad una narrazione memorabile. Il secondo estremo è rappresentato dalla guerra del Golfo: Peter Arnett racconta per 17 ore quello che dal proprio albergo non vede. Offre un’informazione autoreferenziale consapevole dei propri limiti e oscilla tra l’euforia dovuta al fatto di trovarsi al centro di una storia e la disforia che gli provoca il non poterla raccontare. Non si tratta più di una narrazione della guerra, ma dell’incapacità strutturale di narrarla. Non è solo perduto lo sguardo autorale: lo sguardo del telereporter è già lo sguardo completamente passivo del telespettatore. La presunta oggettività non è altro che povertà cognitiva e indifferenza etica, non è altro che l’inerzia dello spettatore presa a modello. Scurati conclude constatando il declino del paradigma della visibilità, per millenni associato alla guerra, e la mancanza di autorialità come incapacità di far presa sul mondo.

    GIAN PIERO JACOBELLI, di Technology Review, ha esordito plaudendo all’avvenuta dissoluzione dell’autore espressa in forma di domanda dal titolo del convegno, perché tale dissoluzione non significa altro che la spontaneità della comunicazione. Jacobelli ha quindi esaminato l’implicazione sostanziale tra conflitto e racconto, utilizzando gli studi di Todorov, che definisce il racconto come infrazione all’ordine e rottura degli equilibri; di Greimas, che considera il racconto come un abbattimento in orizzontale della dimensione paradigmatica; e di Barthes che rilevava la ripugnanza per i codici della società borghese. Facendo riferimento all’VIII canto dell’Odissea, Jacobelli rileva il paradosso per cui il racconto «ben formato» di Ulisse ad Alcinoo, fa sì che questi creda proprio a colui che è il mentitore per eccellenza, colui al quale il Filottete della tragedia sofoclea si rivolge con parole di profondo disprezzo. Se un buon racconto riesce a riabilitare persino una figura poco raccomandabile come quella di Ulisse, ciò significa, secondo Jacobelli, che c’è molto da temere dal racconto quale strumento promozionale. E tuttavia, se oggi sono accessibili i segmenti di verità cui alludeva Manca nel discorso introduttivo, questi non si trovano senz’altro tutti sulla medesima linea, ma sono con-fusi, ossia fusi insieme in una mescolanza strutturale di contenuti che fa assumere a ciascuno di essi una forma diversa secondo il fruitore.

    La riflessione di MIMMO CANDITO (La Stampa), in diretta in teleconferenza dall’Afghanistan, ha inteso mostrare l’importanza della funzione del ruolo dell’inviato nei casi di conflitto bellico. Candito ha innanzitutto ricordato che la prima volta che il racconto di guerra non fu affidato agli ufficiali stessi che l’avevano combattuta fu nel 1854, quando cioè il Times inviò un corrispondente direttamente sul luogo degli scontri (nel caso specifico la si trattava della Crimea). Per la prima volta non prevalsero l’etica e la retorica, ma fu riportata la guerra nella sua crudezza: la narrazione di nuovo tipo ebbe un’efficacia tale da provocare la caduta del governo inglese. Candito ha dunque affermato l’esigenza di distinguere chiaramente la narrazione mitologica da quella reale. Quest’ultima deve esser guidata dalla costante consapevolezza da parte del narratore che vi è un referente esterno del racconto che rappresenta un criterio di correttezza. La realtà rappresenta l’obiettivo cui la narrazione – almeno ottativamente – tende. Il giornalista assume questo come suo dovere perché la società gli affida un compito di straordinaria importanza: quello di contribuire alla formazione di un’opinione pubblica critica. Nonostante tutto questo la condizione attuale è tale, secondo Candito, che il discrimine tra vero e presumibile appare sempre meno importante, come anche perde di importanza il messaggio. Se il 90% della conoscenza disponibile è filtrata dai mezzi di informazione, ciò significa che sarebbe indispensabile regolare questi sulla realtà invece di adeguarli alle esigenze della TV, ossia dell’apparenza che si consuma nell’attimo del consumo. Candito ha concluso il suo intervento affermando che è solo per un residuo di illuminismo che si continua a parlare di «opinione pubblica» laddove ci si trova in presenza di quella che in realtà è una «massa indistinta».

    La possibilità di una dissoluzione dell’autore, riguarda, secondo IGOR MAN (La Stampa), soltanto gli autori mediocri, che inevitabilmente scompaiono trascinati da meccanismi che non governano. Ma la figura del giornalista-autore è ben lungi dal dissolversi: pur senza spingersi a riproporre l’idea della stampa come «quarto potere» va tuttavia riconosciuto che nelle mani dei giornalisti è il potere di fare del bene e di fare del male, ossia di raccontare la realtà reale o torturare i fatti per estrarne la realtà voluta. Igor Man ha quindi rievocato la propria esperienza della guerra del Vietnam, durante la quale agli operatori dell’informazione era consentito raccontare senza censura alcuna gli avvenimenti di cui erano stati testimoni, e ha elaborato un paragone con la realtà attuale che apparei profondamente diversa: oggi nulla è visibile e, per consentire il racconto di questo nulla, si è trovata la formula dell’embeddement. Man ha concluso il suo intervento sottolineando l’importanza di riconoscere e tener ben ferma la distinzione tra comunicazione e informazione, intendendo con quest’ultimo termine un messaggio che sia passato responsabilmente per il filtro dei fatti.

    GIOVANNA BOTTERI (TG3 RAI) ha proposto una riflessione sulla propria esperienza di inviata sul territorio iracheno in occasione dell’ultimo conflitto, raccontando come anche questa guerra sia stata preparata in modo tale da che non fosse possibile vedere nulla. I giornalisti presenti sono stati sottoposti a pressioni fortissime perché abbandonassero l’Iraq: sia da parte delle autorità militari americane, preoccupate di impedire la divulgazione dell’aspetto miserrimo della guerra, sia da parte degli stessi iracheni, interessati a lasciare ad Al-Jazeera il monopolio dell’informazione sul conflitto. Circa trecento giornalisti hanno lasciato il teatro degli scontri e ne sono rimasti circa 100 con l’obiettivo – che si è poi rivelato difficilissimo da perseguire – di raccontare gli effetti della guerra sulla popolazione irachena.

    Lo scrittore e sceneggiatore VINCENZO CERAMI ha preso le mosse dall’analisi della differenza tra lo scrittore e il narratore, classificandosi decisamente nella seconda categoria. Mentre lo scrittore è tale in quanto sviluppa una lingua propria, il narratore si ispira alla realtà, appropriandosi dei diversi linguaggi che essa offre e quasi nascondendosi dietro di essi. La riflessione di Cerami si è quindi concentrata sul legame tra conflitto e narrazione, stretto al punto tale che non si dà narrazione se non del conflitto. È impossibile, secondo Cerami, raccontare una storia felice, perché solo il dolore si presta ad essere raccontato: questo implica che tutte le storie in fondo sono uguali. In tutte è necessaria la presenza di un protagonista e di un antagonista, ossia di un conflitto tra due sistemi di valori, che nello scontrarsi creano un trauma profondo. Lo scontro crea una dinamica, uno sviluppo in cui agiscono i meccanismi che conducono alla soluzione. Questa morfologia elementare vale per ogni tipo di storia e somiglia alla vita stessa dell’essere umano. Nel bambino prevale il principio di piacere: in seguito alla sottrazione di questo bene prezioso si innesca una crisi che dà luogo al viaggio mediante il quale l’adulto tenta di superare il dramma di questa perdita originaria. Questo significa che la narrazione non può che accadere retrospettivamente, mediante la figura dell’analessi, perché è necessario trovare un punto a partire dal quale il succedersi delle diverse tappe rivela il suo senso. La fabula non procede secondo una cronologia reale, perché, appunto, la realtà come tale non può essere raccontata: ma la realtà raccontata è forse più vera di quella reale.

    GIANNI RIOTTA, del Corriere della Sera, in teleconferenza da New-York ha raccontato il conflitto attuale nei termini di ciò che si può definire la «prima guerra globale»: una guerra in cui tutto e tutti sono coinvolti. Stanti queste modalità di conflitto il controllo dei media diventa fondamentale, come hanno ben compreso tanto le forze occidentali quanto il terrorismo internazionale, e questo provoca il naufragio della speranza che l’avvento di Internet possa limitare il controllo della censura sull’informazione: appare vero esattamente il contrario. Secondo Riotta non c’è da stupirsene: non si tratta infatti che dell’ennesima verifica della legge per cui ogni innovazione tecnica comporta, accanto al progresso, una forma di inquinamento. Inquinamento che, nel caso di Internet, consiste nel fatto che le fonti autorevoli sono messe sullo stesso piano di un qualunque privato cittadino che voglia commentare i fatti dal proprio sito. Tutto è rimesso ad un utente che deve essere in grado di operare da solo il vaglio di ciò che legge, con la consapevolezza però che più che aspirare ad un’oggettività in linea di principio irraggiungibile sarebbe più opportuno puntare all’equanimità, ossia al porsi con un animo equo e privo di pregiudizi di fronte alla sovrabbondanza di informazioni offerteci dalla nuova tecnologia.

    L’importanza della dimensione autorale nella professione giornalistica è stata con decisione affermata da WLODEK GOLDKORN (L’Espresso), il quale ha sottolineato come sempre più al giornalista è richiesto di ricoprire il ruolo di vero e proprio narratore, di porsi cioè come qualcuno capace di offrire un senso alle storie che racconta. Questo è tanto più vero per chi lavora per un settimanale (piuttosto che per un quotidiano): la consapevolezza di scrivere quando tutti gli altri avranno già scritto, e già si saranno espressi, sul medesimo argomento costringe ad immaginare il proprio pezzo secondo canoni e strutture di un racconto vero e proprio. Gli elementi costitutivi della soggettività di chi scrive, la sua biografia personale, la sua cultura, il patrimonio di letture fatte diventano fondamentali nel tipo di interpretazione della realtà – e in particolare del conflitto – che questi offre. Secondo Goldkorn è strana una società che si preoccupa del cosiddetto embeddement dei giornalisti, come se fosse una condizione in qualche modo evitabile e non un portato strutturale di ogni racconto in quanto tale. In un certo senso era ben più che embedded chi ha narrato il racconto biblico di Davide e Golia e non sarebbe difficile immaginare, e ri-raccontare, la medesima sequenza di eventi dal punto di vista di Golia, trasformandone completamente il senso con un semplice cambio di prospeettiva. Goldkorn ha concluso con un’esemplificazione delle considerazioni svolte e del proprio metodo di lavoro illustrando il modo in cui in alcuni suoi articoli la descrizione di conflitti «oggettivi» (Intifada, 11 settembre) era stata consapevolmente filtrata dalla propria biografia personale.

    Il tema in discussione implica, secondo MARIO PERNIOLA, docente di Estetica all’Università Tor Vergata di Roma, due poste in gioco. La prima verte sulla questione conflitto/comunicazione; la seconda concerne il problema del racconto e quello connesso della sparizione dell’autore. Sul primo punto, riprendendo l’opposizione tra comunicazione e informazione elaborata da Fitoussi, Perniola ha inteso mostrare la tesi per cui nella comunicazione mediatica va perduta la percezione degli opposti e la possibilità di una logica che mostri la contraddizione tra gli stessi. Mentre la pubblicità commerciale è un’informazione che il consumatore può smentire constatando di persona l’inefficacia del prodotto acquistato, la comunicazione massmediatica rende impossibile per principio qualsiasi forma di verifica, destabilizzando in tal modo la stessa distinguibilità logica del vero e del falso. Le parole vengono progressivamente svuotate di significato: il bellicismo svuota di significato la parola «guerra», come il pacifismo fa col termine «pace». L’epoca della comunicazione – la nostra – è, da questo punto di vista, una malattia contro cui stiamo sviluppando gli anticorpi. Per quanto riguarda il secondo punto, la dissoluzione dell’autore, Perniola ha dichiarato ingiustificato, dal suo punto di vista, un eccessivo pessimismo. Una volta accettato che non v’è più spazio per le grandi narrazioni, o per una storia universale, il collegamento tra comunicazione e new-economy, che supera l’autore in direzione di think tanks, estende all’economia il sapere e la cultura valorizzando così enormemente il ruolo degli intangibles. Stante il rapporto sapere-potere questo apre straordinarie possibilità: gli autori superano le barriere e le nuove conoscenze ed esperienze hanno un potenziale che non passa più per le ideologie.

     

    MERCOLEDI 26

    QUARTA SESSIONE: Chi garantisce? Aspetti normativi in un sistema a responsabilità diffusa

    GIUSEPPE DE VERGOTTINI, docente di Diritto costituzionale presso l’Università di Bologna, ha introdotto i lavori sottolineando come il collegamento tra la tematica del conflitto (nella gamma possibile di significati del termine) e il tema dell’informazione (della libertà d’informazione e della ripercussione della realtà del conflitto esterno sul mondo dell’informazione) pone problemi di ordine giuridico oltre che deontologico. La premessa dalla quale, secondo De Vergottini, è necessario prendere le mosse è che l’informazione è coessenziale ai principi della democrazia, perché tutto quello che riguarda il modo di produrre e ricevere informazione riguarda una questione di libertà. È indispensabile che abbia luogo una dialettica vera tra chi fa informazione, e deve disporre di un suo spazio di libertà, e chi la riceve. Il costituirsi di una libera opinione è coessenziale alla politica e marca una differenza essenziali con sistemi politici che riconoscono formalmente questo quadro giuridico, ma poi impediscono di fatto la libertà dell’informazione. A questo si aggiunge, sostiene De Vergottini, un secondo problema riguardante la necessità o meno di regole codificate ed esterne al mondo dell’informazione. Il problema è capire quando si possa parlare di informazione libera in un sistema politico simile al nostro, e quando invece si debba considerare l’informazione condizionata. Discorso, questo, che ovviamente non vale solo per il mezzo televisivo e che investe il problema del rapporto tra libertà di informazione e rapporti politici: non è un caso, secondo De Vergottini, che in questo momento l’Italia sia sotto osservazione del Parlamento Europeo.

    L’intervento di VINCENZO ZENO ZENCOVICH, docente di Diritto costituzionale all’Università di Bologna, si è incentrato sul rapporto tra informazione e interventi armati. Dal momento che questi ultimi richiedono un sostegno non soltanto politico-istituzionale, ma anche da parte dell’opinione pubblica, è chiaro che la questione dell’informazione diventa essenziale. Si innesta un circuito complicato tra i militari, che, pur avendo bisogno di legittimarsi presso l’opinione pubblica, tentano di rendersi impermeabili al flusso di informazioni in uscita, e i giornalisti che sono liberi per definizione. Questa situazione di fatto sta dando luogo ad una regolamentazione minuziosa relativa al tipo di informazioni che possono essere erogate, nonché al ben noto fenomeno dell’embeddement. Fenomeno che, per un verso, non è affatto nuovo (si pensi al documentario di Frank Capra sullo sbarco in Normandia) e che ora però, per altro verso, è stato oggetto di un’enunciazione di principio. I media devono assicurare una copertura attraverso la partecipazione di alcuni componenti alle operazioni: questa è la policy attuale degli USA (e non soltanto loro). Il problema consiste, secondo Zeno Zencovich, nel capire fino a che punto questo contratto sia accettabile e giuridicamente valido; e – cosa ancor più importante – se la soluzione delle difficoltà che ne conseguono sia da cercarsi in un incremento di regolamentazione o in una valorizzazione della deontologia professionale, ovvero in una rinnovata riflessione sulla professionalità del giornalista.

    Dopo aver rilanciato la domanda di Zeno Zencovich, chiedendo se sia preferibile poca o nessuna informazione, il moderatore della sessione dà la parola a MAURO MICCIO, docente di Teoria e tecniche della comunicazione all’Università di Catania, che si è dedicato innanzitutto ad un chiarimento dei termini in questione, in particolare: pluralismo e obiettività. Per quanto riguarda il primo, Miccio ha rilevato che esso implica l’idea di qualcosa che si viene ad aggiungere a qualcos’altro, così da costituire l’origine di una prima forma di conflitto. Per dimostrare come non basti la pluralità di opinioni, se non è accompagnata dalla pluralità delle fonti, Miccio ha ricordato che nel 1938 il numero delle testate giornalistiche non era inferiore a quello di oggi. Quanto al secondo termine in gioco, obiettività, esso non implica altro che quella certa esteriorità che caratterizza i «racconti» non influenzati da preconcetti e interessi. Emblematico il caso di Indro Montanelli, che non ha mai seguito la regola prima del giornalismo anglosassone di separare il fatto dal commento, o quello di Hemingway che può essere a buon diritto definito il primo giornalista embedded della storia. Se ne conclude, secondo Miccio, che l’informazione veritiera si ottiene soltanto dichiarando l’identità dei soggetti emittenti. Nella seconda parte del suo intervento Miccio si è intrattenuto sul problema del fruitore come soggetto da garantire e su tutto ciò che questo implica in termini di regolamentazione internazionale, che appare ancora largamente deficitaria.

    Secondo CLAUDIO PETRUCCIOLI, presidente della Commissione Parlamentare «Indirizzo e vigilanza dei servizi radiotelevisivi», è necessario riflettere sul potere dell’«immagine» nell’ambito del mezzo televisivo, la quale sembra poter essere esibita come certificato di autenticità. A dispetto del fatto che spesso si tratta di immagini di repertorio, che non hanno nulla a che fare con la notizia che viene comunicata, la loro presenza sembra comunque sufficiente ad accreditare l’informazione data. Un confronto con il passato mostra chiaramente come nei telegiornali sia enormemente cresciuto il peso dell’immagine rispetto al volto di chi parla. A differenza di quanto accadeva prima oggi sono le immagini, e non i conduttori, a trasmettere i contenuti importanti. Lo strapotere dell’immagine attesta un cambiamento nel modo di fare informazione che, secondo Petruccioli, è da collegarsi ad altri fenomeni come la scomparsa pressoché totale del genere dell’inchiesta giornalistica. Questo apre una serie di questioni che debbono essere affrontate sul terreno proprio dell’informazione, senza mutuare, come si è soliti fare, linguaggi e categorie della sfera politica. Prima fra tutte quella di «pluralismo», con la quale si discute del potere politico sull’informazione e non dell’informazione come tale. Il problema del controllo pubblico sull’informazione è però un problema grave e diverso da quello dell’immagine. La legge Gasparri aumenta il controllo pubblico in un modo che è tanto più grave quanto più la situazione è profondamente diversa rispetto al passato. In un quadro di alternanza (che non c’era nel periodo dei governi democristiani che potrebbe essere definito di «democrazia organicistica») il servizio pubblico, esposto alla parte politica che risulta di volta in volta vincente, rischia di perdere la propria identità. La continuità delle cariche diventa impossibile se muta con il mutare dei governi; così come diventa impossibile qualunque progetto a lungo termine. Con questa legge, secondo Petruccioli, sono stati fatti passi indietro enormi, come l’istituzione di una commissione per la qualità del servizio pubblico dalla quale dovrebbe dipendere l’aumento o la diminuzione del prezzo del canone: si tratterebbe, per contro, di pervenire a precise attribuzioni di responsabilità all’interno dell’azienda, come, ipotizza Petruccioli, la creazione di una sorta di «direttorio» elettivo, ma indipendente (sul modello di quanto accade nella Banca d’Italia).
    Nel passare la parola a ACHILLE CHIAPPETTI, docente di Istituzioni di Diritto Pubblico presso l’Università «La Sapienza» di Roma, DE VERGOTTINI fa notare come non sempre il legame al governo implichi un servizio pubblico scadente e cita il caso dell’Inghilterra, dove prevale comunque la professionalità. Chiappetti ricava dal titolo della sessione la questione: perché si garantisce? In particolare si interroga sulla necessità delle norme che definiscono positivamente quei i limiti della libertà d’espressione che a livello costituzionale sono espressi in modo puramente negativo. Secondo Chiappetti è tutt’altro che sicuro che l’assenza di regole provocherebbe il caos, così come è dimostrato dalla situazione della stampa, che conosce meno vincoli del sistema televisivo, e che è ampiamente uniformizzata dalle esigenze del mercato. l’unica possibilità per lo Stato di intervenire positivamente sul mezzo stampa è quella di sostenerlo non di irreggimentarne l’operato. Il caso della televisione è diverso: qui l’unico limite è dettato dalla scarsità delle frequenze, anche se, osserva Chiappetti, non tutte sono state distribuite: e non v’è motivo apparente di questa limitazione. Il punto è che le garanzie non sono viste in funzione di qualche esigenza altra, ma come fine in sé. Sarebbe invece opportuno tenere nel giusto conto il fatto che la Costituzione non pone vincoli espliciti e positivi in proposito.
    ANTONIO PILATI, commissario AGCOM, ha preso le mosse da alcune considerazioni sulle scorrettezze della BBC durante la guerra in Iraq e, in particolare, sul fatto che un simile infortunio sia capitato al più quotato dei servizi pubblici. Il caso fa riflettere, in modo particolare, su quanto sia sfuggente un obiettivo come quello della garanzia e su come questo sia una conseguenza inevitabile, connaturata alla scelta che abbiamo operato circa il sistema radiotelevisivo, che è stato organizzato secondo un modello antitetico a quello della stampa. Mentre per questa si è ridotto al minimo il numero dei controlli esterni, il modello elettronico è stato da subito monopolistico, il che ha dato luogo ad una preponderanza della politica e alle feroci polemiche fino alla legge del 1975. All’origine di questa scelta vi era una ragione: la scarsità delle frequenze; ragione che oggi le trasformazioni tecnologiche hanno reso insussistente. E infatti per la radio il modello monopolistico non sussiste, di fatto, più. Per quanto riguarda la televisione, allora, non si tratta di una questione di tecnologie insufficienti, ma della riluttanza ad abbandonare il modello culturale scelto. Passare all’altro modello comporta una vera e propria rivoluzione culturale che appare, secondo Pilati, di difficile realizzazione.
    EMILIO ROSSI, Presidente del Comitato di applicazione del codice TV e minori, ha ripreso la questione della mediatezza di una realtà che si dispiega sempre tra un narrante e un narratario: situazione che ovviamente si complica notevolmente nel caso in cui si tratti di una realtà conflittuale. La comunicazione di tale realtà ricorre inevitabilmente ad una molteplicità di strumenti tra i quali appare di particolare rilevanza la retorica, che interviene già al livello della titolazione. È interessante il caso della pagina economica del Corriere della Sera che si presenta come un concentrato di astuzie grafiche. Di fronte a questa situazione in cui la realtà si indebolisce e di fronte all’esigenza irrinunciabile di formare un’opinione pubblica critica, il compito è, secondo Rossi, quello di trovare un nuovo nomos. L’opposizione tra nomos della terra e del mare, su cui rifletteva Schmitt, non vale evidentemente più. Come attesta però una lettera a Jünger, nel quale il giurista fa riferimento alla figura cabbalistica del mostro alato Ziz, lo stesso Schmitt aveva intravisto la necessità di pensare un nomos dell’aria, del medium cioè degli aerei e delle onde radio, per regolamentare il quale ci vogliono leggi nuove e diverse, che non possono prescindere da un forte richiamo alla responsabilità individuale.


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