Iniziative 2010 - 2000
CONFLITTO E IMMAGINE
  • Il conflitto tra narrazione e media: Dissoluzione dell'autore conflitti?

    Roma, 26-27 novembre 2003 Palazzo de Carolis, Sala Minerva - Via del Corso, 307

  • PROGRAMMA ATTI » Introd. Laura Paoletti » Introd. Enrico Manca

    Il ruolo di convegni, come quello che Nova Spes ed Isimm hanno promosso, è sempre stato quello di sviluppare una riflessione, a bocce ferme: obiettivo analizzare fenomeni complessi come quelli di cui stamane ci occupiamo. Ma questo approccio è oggi divenuto praticamente impossibile. Le bocce sono in continuo movimento! E’uno degli effetti della globalizzazione che ci portaa vivere in un presente continuo, in un “presentismo” che cancella non solo le barriere spaziali ma anche quelle temporali: un continuo presente che ci impedisce, di fatto,di avere quel distacco che l’analista dovrebbe sempre avere nei confronti degli eventi. Io penso che si debba acquisire piena consapevolezza di questo rischio; un rischio ormai inevitabile. Un filosofo francese Pierre André Taguieff ha ben descritto questo stato di cose in un saggio intitolato “La cancellazione dell’Avvenire”. In realtà anche il nostro passato, o meglio la lettura che ne facciamo oggi, rischia di essere cancellato o meglio di rimanere imbrigliato come prigioniero di questo continuo presente. Rischiamo di vivere sempre a “caldo” il susseguirsi degli eventi e degli episodi di un conflitto permanente, di una guerra che è al contempo uno snodarsi di atti bellici o di atti definiti terroristici ed una guerra virtuale; una guerra guerreggiata ed una guerra di informazioni all’interno di un nuovo disordine globale. Uno degli effetti della globalizzazione fa sì che la simultaneità nell’istantaneità tenda a non distinguere l’evento dalla narrazione dell’evento: evento e narrazione si confondono all’interno di un flusso indefinito di informazioni.
    Ma prima di entrare più direttamente nel merito della nostra riflessione, vorrei esprimere la particolare soddisfazione dell’Isimm per avere promosso insieme a Nova Spes questa iniziativa.

    Credo sia davvero utile incrociare le nostre esperienze e farle dialogare, mettere in contatto i nostri riferimenti culturali ed i nostri punti di vista. Mi auguro che i risultati siano proficui.
    L’Isimm fin dalla sua nascita si è posto come punto di incontro tra imprese, Università ed Istituzioni. Il nostro ruolo è di fare ricerca; e in pari tempo essere centro di iniziativa per disseminare contenuti; il nostro ruolo è studiare l’impatto delle innovazioni tecnologiche della comunicazione, sui media, sulla qualità della vita e sul sistema sociale in generale; e in pari tempo il nostro ruolo è sviluppare iniziative per rendere ai cittadini più utili e funzionali le tecnologie della comunicazione. L’Isimm si ispira ad un principio Weberiano: studiare, esaminare, disseminare senza emettere giudizi di valore.

    Ma l’iniziativa di oggi ci pone, però, in un certo qual modo, in una situazione nuova:sappiamo che ci sono differenze tra Isimm e Nova Spes e ci auguriamo che proprio da queste derivino gli spunti più interessanti di queste giornate. Le diversità tra Isimm e Nova Spes sono riconducibili sia a radici culturali diverse, che agli scopi: prevalentemente di ricerca teorica, quelli di Nova Spes e prevalentemente, invece, di ricerca empirica e di disseminazione culturale i nostri. Tuttavia non mancano punti di interessante intersezione tra le nostre attività; e vi è, in ogni caso, da parte nostra un convinto interesse a comprendere e a condividere esperienze comuni con dei “saperi” e delle attività di ricerca di così alto valore come quelli rappresentati dalla Fondazione Nova Spes.

    Il titolo assegnato all’incontro: Il conflitto tra narrazione e media: dissoluzione dell’autore? Punto interrogativo, punto di mediazione tra i promotori, si presta a letture multiple è chiama in causa esperienze diverse e consente ad ognuno di effettuare un’analisi secondo la propria griglia di lettura, sia essa culturale, scientifica, tecnologica o politica.
    Distico – Ultima di copertina. La provocazione più forte è la domanda sulla dissoluzione dell’autore stesso come possibile “danno collaterale” del frastagliarsi dei tempi e ruoli nella filiera industriale della notizia.

    In effetti una delle possibili interpretazioni del titolo può condurre ad accusare radicalmente i media, annebbiandone se non negandone, la funzione sociale e culturale. I media finora sono stati tra i depositari della narrazione attraverso il ruolo dell’autore. Ma secondo alcune interpretazioni, lo sviluppo pervasivo dei media audiovisivi, la cosiddetta “onda elettronica”, avrebbe introdotto elementi di dissoluzione dell’autore e della narrazione

    Di fronte ad un ipotetico J’accuse! così forte le radici della mia cultura politica e la mia esperienza professionale mi suggeriscono di leggere la vicenda in modo molto diverso. A mio giudizio Internet e le reti digitali chiudono un ciclo iniziato non nel secondo Novecento, come qualcuno afferma, ma forse, addirittura 35 – 40 mila anni fa, nell’epoca dell’uomo di Cro-Magnon (il luogo in cui sono stati ritrovati gli scheletri di questa specie). All’epoca cioè a cui si fa risalire la scoperta della parola e contemporaneamente al momento in cui, non a caso gli esseri umani iniziarono a inventare e mettere in opera le prime tecniche di raffigurazione delle immagini. Le invenzioni della parola, delle immagini e – più in generale – di ogni forma di comunicazione, servono a soddisfare i bisogni umani di adattamento all’ambiente e comprensione della propria identità. E fin dal principio la possibilità di distorsione della realtà è immanente ai mezzi di espressione
    Qualsiasi mezzo può essere sempre utilizzato bene o male, per la verità o per la mistificazione
    Del resto ancora oggi archeologi e storici dell’arte non riescono a stabilire fino a che punto le rappresentazioni disegnate dai nostri antenati nelle grotte o nelle piramidi fossero realistiche o immaginarie. Si discute molto dell’esistenza dell’obiettività. Una obiettività asettica non penso che esista. Deve esistere certo una deontologia professionale; ed esiste un processo forte di avvicinamento alla verità attraverso una polifonia di mezzi di comunicazione in grado di formare un caleidoscopio di segmenti di verità, secondo una linea che in un seminario organizzato subito dopo il crollo delle Torri Gemelle l’11 settembre ebbi modo di riassumere in questa formula che vorrei ribadire: informazione tutta, spettacolarizzazione poca; contestualizzazione sempre. I media ontologicamente agiscono nella zona liminare tra il reale e l’immaginario. Ma proprio per la caratteristica, di metterci di fronte a ciò che viviamo e a ciò che vorremmo vivere, a ciò che siamo e a ciò che vorremmo essere, i media possono essere portatori di una realtà a volte “più reale del reale”.

    La storia della civilizzazione umana è stata per secoli contraddistinta da alcune peculiarità: la divisione tra chi narra e chi è narrato, tra il principe e il suddito, tra lo scrittore e il lettore. Il potere e la comunicazione tradizionali riconoscono il proprio statuto in tali scissioni o meglio in tali fratture: da una parte i depositari della legge, i custodi dell’ordine costituito, i dispensatori del “verbo” e i detentori e manipolatori dei simboli; dall’altra la gente comune, il volgo, una folla di soggetti senza possibilità di azione comunicativa e di interazione con gli autori, senza diritti alla comunicazione e all’espressione. Da una parte i produttori di simboli e dall’altra i recettori tendenzialmente passivi.

    La modernità occidentale imprime alla storia una svolta significativa, apre i sistemi socio-culturali alle spinte che emergono dal basso del corpo sociale e le immagini costituiscono i dispositivi simbolici che rendono possibile un passaggio di scena così significativo. Sottolineare il ruolo svolto dalle “immagini” nell’accelerare il processo di democratizzazione della società occidentale, serve a mettere in discussione alcune letture catastrofiche e apocalittiche sul ruolo e la funzione dei media nell’ambito delle nostre società.

    La liberalizzazione dei processi di diffusione, proliferazione e creazione di immagini e di comunicazioni è uno dei fondamenti dei processi di modernizzazione, secolarizzazione e democratizzazione delle nostre società. Processi va subito precisato che affondano le loro radici in epoca assolutamente pre-televisiva. Il conflitto medievale tra iconofili e iconoclasti si era già risolto a favore dei primi; ma è con l’Umanesimo e il Rinascimento italiano che inizia il processo di “mondanizzazione” dell’immagine. Emblema della nuova concezione dell’immagine è la Trinità del Masaccio, ove sono rappresentati tre piani visivi: vicino all’osservatore il gruppo dei mortali, in uno spazio intermedio i santi e sullo sfondo il Cristo e Dio Padre. La composizione appare davvero rivoluzionaria se si pensa che per la prima volta uomini contemporanei erano raffigurati, nella stessa cornice e per giunta in primo piano, accanto ai soggetti sacri. Inizia quindi il lungo processo che ci porterà alla fotografia, al cinema, alla televisione: l’invasione dello “schermo” da parte del volgo.

    Qui risiedono anche i prodromi della “mediatizzazione” del territorio. Qui si innesca un processo virtuoso e progressivo nel quale cittadinanza e tecnologie entrano in contatto e in rapporto dialettico. La cittadinanza esprime bisogni sociali che le tecnologie soddisfano. La tecnologia non è esterna alla società ma interna ad essa.
    I media sono investiti da subito del compito di mediare i conflitti, trasmettere i codici culturali, porre in luce dinnanzi a tutti lo scorrere degli avvenimenti e il fluire della vita contemporanea: in una parola di veicolare lo “spirito del tempo”. Via via succede qualcosa di straordinario, il territorio fisico si trasferisce in quello mediale: i media divengono il mondo, quello reale e ancor più quello immaginario. I media ci restituiscono una realtà “più reale del reale”; ci portano oltre l’hic et nunc del nostro vissuto personale, abbattono le distanze spazio-temporali e ci liberano dai limiti della nostra esperienza fondata su dove siamo e su ciò che vediamo. Questo processo raggiunge il pieno compimento con la televisione, che ci porta il mondo in casa e consente di rendere visibile la nostra casa al mondo.

    In Italia gli studi di Eco e De Mauro confermano che la televisione ha unito linguisticamente e culturalmente la penisola. Lo ha fatto nel bene e nel male. Sicuramente non ha unificato con il linguaggio di Dante, ma con quello di Mike Bongiorno e Pippo Baudo, del Festival di Sanremo, del telegiornale e delle cronache sportive. Ma resta un dato: la TV è diventata il più consono “contenitore” della società italiana tardo-moderna, il più in linea con le esigenze, i desideri, i sogni e persino gli incubi dell’immaginario collettivo.

    Le immagini e i contenuti veicolati dai media hanno “fatto cultura” più di ogni opera letteraria. Può non piacerci, ma è così. I media non costituiscono di per sé il principio della dissoluzione dell’autore bensì restituiscono la realtà sociale nella sua complessità. Certo, la figura dell’Autore può corrompersi nel momento in cui entra a far parte di un sistema di mercato, nel momento in cui il senso di un’opera d’arte non risponde tanto al suo valore estetico o alla sua funzione socio-culturale, ma alla sua capacità di piacere ad un pubblico di consumatori. Ma è tutto il sistema che si fa più complesso e con esso la figura dell’autore e quella dell’utente, del lettore o del consumatore. L’autore in molti casi cessa di essere una persona singola e diviene un soggetto collettivo, una somma di istanze. E’ raro rintracciare prodotti culturali, ed in particolare mediali, frutto di un solo autore. Anche il più tradizionale dei prodotti culturali, il libro deriva nella maggior parte dei casi da un rapporto in cui entrano in gioco quantomeno un editore e uno scrittore. Nel cinema il soggetto-autore è ancor più collettivo: un film – lo teorizza un Autore come John Ford - è un prodotto collettivo plasmato da sceneggiatore, regista, musicista e anche dai tecnici, per non parlare del ruolo dei produttori e distributori. Più che alla dissoluzione dell’autore assistiamo quindi alla complessificazione del suo ruolo, alla moltiplicazione dei soggetti necessari a dar vita a un autore.
    Il passaggio dal “villaggio globale” alla “babele elettronica” (titolo di un recente libro di Bino Olivi e Bruno Somalvico, uno dei più intelligenti e attivi collaboratori dell’Isimm) aiuta a capire il perché del minor spazio disponibile oggi per un autore in senso classico. Il monopolio della CNN ai tempi della prima guerra del Golfo, consentiva ad un giornalista come Peter Arnett di giocare un ruolo autoriale. Oggi il “policentrismo informativo” indotto dall’irrompere sia di nuovi emittenti a diffusione transnazionale sia dei nuovi media, obbliga a misurarsi con le risorse e i rischi dell’intero sistema mediatico. E’ ancora una volta utile richiamarci all’esperienza televisiva. La Tv ha funzionato come “mezzo” perché ha dimostrato di essere duttile, di sapersi adattare alle domande espresse o latenti del pubblico. Ben presto autori e programmisti hanno dovuto prendere atto che avrebbero potuto “veicolare” ciò che desideravano, solo se il loro lavoro creativo si fosse confrontato quotidianamente con gli spettatori.
    Il ruolo dell’Autore perde la sua “sacralità” originaria e si piega alle domande del mercato. D’altra parte, anche in questo caso, il processo affonda le sue radici nel tempo. In particolare, come ha notato Walter Benjamin, nel momento in cui con la fotografia l’opera d’arte diviene tecnicamente riproducibile, a tutti accessibile e da tutti manipolabile.

    Oggi i migliori autori risultano essere coloro i quali saldano maggiormente le proprie opere all’immaginario e alle aspettative degli spettatori e dei consumatori. Il pubblico desidera sempre più divenire protagonista; non più assistere ma interagire; non più rimanere legato solo al rigido e tendenzialmente passivo ruolo di spettatore ma essere anche in attore. Il successo di programmi quali i reality show è espressione di questa tendenza.

    Il processo è lungi dall’essere concluso e sta conducendo la nostra società, e con essa il sistema dei media come sua diretta espressione ed emanazione, a servirsi di tecnologie culturali e di piattaforme espressive che privilegiano l’azione alla visione, il protagonismo alla passività, la creazione alla semplice fruizione. La televisione digitale terrestre e ancora oggi soprattutto Internet sono dispositivi tecno-comunicativi che liberano e lasciano agire le soggettività e le pulsioni che premono dal basso del corpo sociale. Il passaggio dalla TV generalista ai linguaggi digitali, alle reti e all’interattività va essere interpretato come una risposta che il mondo dell’industria, della cultura e della comunicazione fornisce alla domanda sociale. Nessun fenomeno sociale e culturale è oggi pienamente comprensibile al di fuori della cornice dei media. Ciò vale anche per la rappresentazione dei conflitti. Se aggiorniamo la “cornice dei media” con le tendenze in corso, ci accorgiamo che saranno sempre più i cyber-cittadini a dire la parola decisiva, a emettere la sentenza. I sistemi politici e comunicativi tradizionali si sono fondamentalmente basati sul monopolio della scelta e della selezione dei soggetti della comunicazione e delle comunicazioni da veicolare. La post-modernità ci trasferisce in una dimensione diversa, ove proliferano e si moltiplicano a dismisura i comunicatori e le comunicazioni, in cui ad avere la meglio non è più necessariamente chi detiene il potere tout court ma chi appare e sa essere più credibile e convincente. Anche da ciò nasce l’ esigenza di assicurare che la rete rispetti la polifonia del sociale senza privilegi per nessuno, e che le tecnologie della comunicazione siano mezzi a disposizione di tutti, in cui tutti possano scambiare conoscenze e comunicazioni nel rispetto delle diversità.
    E’ questo il modo per attenuare il più possibile lo scarto esistente tra narrazione e media. Più i media sono “voci” in sintonia con la policromia del sociale, con la complessità del reale, e più ci si difende dalla trasmissione di una realtà distorta o falsificata. La guerra e il drammatico dopo-guerra in Iraq deve a questo proposito metterci in guardia. Il legame culturale, operativo e produttivo del sistema mediale americano con gli apparati e con le logiche che hanno scelto come opzione la guerra, fa sì che la guerra e il dopoguerra segnato da “seguito di sangue” siano stati e siano ancora oggi raccontati in maniera non sempre corrispondente alla realtà dei fatti. Anche le nuove emittenti arabe non si sottraggono al rischio di manipolazione delle informazioni sulla guerra e sul terrorismo come ha documentato pochi giorni fa sul Corriere della Sera di venerdì 21 novembre il giornalista Magdi Allam. In questi mesi scrive Allam i media riflettono la disomogeneità dell'opinione pubblica ed anche la lassitudine venutasi a creare in questi giorni dopo l'ennesimo attentato di sangue. Il caos globale viene riportato in quanto tale e genera audience, ovvero nuovi introiti per le emittenti di informazione continua, siano esse occidentali o arabe -. Le une e le altre vedono crescere i propri utenti e quindi i fatturati proprio nei momenti di tensione e pertanto “sono disposte a pagare qualsiasi prezzo per poter diffondere in esclusiva i discorsi di Bin Laden o di Saddam. Non gliene importa niente dei contenuti. E’ una competizione esclusivamente commerciale”. Fine della citazione.
    Riflettendo su questa situazione si può forse dire che la TV rischia di perdere la sua sfida e conferma di essere – così come si propone oggi – un medium troppo legato alla cultura di appartenenza, troppo legato ad una cultura di comunicazione unidirezionale con un’informazione che rimane troppo spesso “sotto sorveglianza”. Si può riflettere come al contrario contrario lo sviluppo di nuove forme di comunicazione personalizzate e interattive rese possibili attraverso le nuove reti telematiche può offrire l’accesso a forti ed innovative possibilità informative.

    Proprio la ragnatela dei siti web fruibili su Internet, ed in particolare il mondo dei blogger, ci ha messo di fronte alle realtà che si producevano sul campo, ci ha messo in contatto con i protagonisti, ha fornito ai cyber-cittadini la possibilità di esprimere le proprie opinioni e le proprie versioni dei fatti. Non penso si possa etichettare il fenomeno come semplice “controinformazione”. Il fenomeno dei blogger ha prodotto informazione, filmati, voci vive. Dissensi ed assensi. Naturalmente sarebbe un errore considerare i Web blog dotati di credibilità indiscussa . Il problema è altro: l’importante è che chi giudica oggi il sistema mediale capisca che la TV (almeno nella sua forma classica lineare e unidirezionale) non è più la parte del tutto, ma una delle parti. Per aderire ed essere in sintonia con i modi di vita e di senso che proliferano nel vissuto quotidiano bisogna esplorare tutto il panorama mediale. Le tecnologie della comunicazione trasformano le nostre abitazioni in cyber-dimore; ci proiettano nella ricchezza e nella complessità del circuito globale. In questa grande sfera diviene difficile se non impossibile imporre una “verità” e una lettura dei fatti. Tutte le diversità si incontrano e si scontrano nel nuovo quadro fluido e sincretico. In rete diviene più semplice percepire il proprio punto di vista come parziale e contaminarsi con chi ha una posizione diversa, contaminarsi con lo “straniero”. D’altra parte è questo il significato etimologico di comunicazione: “mettere in comune”. La TV digitale terrestre, Internet e gli altri media costituiscono gli strumenti più adatti a integrarci nello stesso mondo, a ricordarci che facciamo tutti parte dello stesso pianeta.

    Il conflitto è lo stato permanente del nostro modo di essere. Sappiamo che i conflitti hanno due possibilità di sbocco, una positiva, l’innovazione e il mutamento; l’altra negativa, lo scontro, la guerra. Il conflitto è dialettica e possibilità di mettere in discussione uno status quo. La società non può fare a meno di conflitti, di discussioni, di contrapposizioni di interessi. Questi costituiscono il motore del mutamento. Il sistema mediale deve operare al fine di fornire una piattaforma comunicativa nella quale dibattere civilmente e democraticamente per poter scegliere. I media attenuano i conflitti quando fungono da collettori, da strumenti di confronto, da arene pubbliche intelligenti. I media alimentano i conflitti allorché si schierano pregiudizialmente, o si muovono nell’interesse di pochi. I media di per sé non creano né spengono i conflitti, ma possono contribuire a far prevalere il confronto sullo scontro, le argomentazioni agli insulti, le informazioni alle mistificazioni di ogni propaganda.

    Concludo con una annotazione ed una citazione: una cultura che ammette il conflitto e le differenze non solo tra i contendenti riconosciuti, ma all’interno di ciascuno di essi, favorisce a diffondere e a fruire comprensione,contaminazione, dialogo. La citazione con cui concludo la ricavo da un introduzione di un recente libro di Stefano Levi Della Torre, pittore e saggista che si intitola “Zone di turbolenza: intrecci, somiglianze, conflitti”. Scrive Stefano Levi Della Torre: “…L’idea che l’ “Occidente” sia una cosa sola, abbia un’unica anima e possa riassumersi in un pensiero coerente e unificato; l’idea che le “società islamiche” siano una cosa sola; l’idea che i palestinesi siano tutt’uno col terrorismo o, sull’altro versante, che gli ebrei e Israele siano tutt’uno con l’imperialismo sono idee false per il semplice fatto che ogni civiltà o popolo o gruppo umano (o anche persona) sono costellazioni che in quanto viventi (in passato o nel presente) sono contraddittorie, attraversate da conflitti e da antagonismi.

    Dire che l’”Occidente” si riassume nella razionalità strumentale, nega quanto meno la storia formidabile del pensiero critico o dell’arte in Occidente; dire che l’Islam si riassume nel fanatismo religioso nega non solo la sua antica saggezza a cui dobbiamo anche tanta scienza e filosofia, ma i conflitti in atto all’interno delle società di tradizione islamica. È la definizione stessa di civiltà a non ammettere una riduzione all’uno, all’omogeneità priva dei contrasti che ne animano la dinamica…”.

    Mi sembra una citazione riassuntiva dell’essenza di ciò che ho cercato di trasmettere con questa mia introduzione. In essa riscontro quella “laicità critica” che mi sembra essere la chiave con cui poter guardare e cercare ciò che avviene in questo nostro tempo certo non usuale.

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