Iniziative 2010 - 2000
CONVEGNO 2002
  • "Dal bisogno alla domanda - Volontariato e economia sociale tra gratuità e interesse"
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    Roma, 20 giugno 2002

    Atti del convegno
    La prof. Laura PAOLETTI, (storia della filosofia, Univ. Roma Tre, Segretario generale della Fondazione), ha aperto i lavori illustrando le ragioni profonde dell’interesse di Nova Spes nei confronti del tema dell’economia sociale. Nell’ottica propria della Fondazione, che è quella della centralità della persona umana intesa nella globalità delle sue dimensioni, rappresenta un grave errore il voler considerare l’attività economica come un ambito a sé stante e completamente separato da altri ambiti dell’agire umano. Tale visione costringe infatti a porre un’alternativa tra gratuità e interesse, tra finalità economica ed extraeconomica, che, a ben guardare, si rivela insostenibile. In una prospettiva più ampia, invece, in funzione della quale è stata pensata l’agenda di un incontro attento tanto agli aspetti giuridici più tecnici quanto ai fondamenti filosofici del problema del cosiddetto terzo settore, prende corpo e si giustifica la proposta di riflettere sull’impresa civile; un’impresa che, certo, si propone esplicitamente una finalità sociale, ma che d’altra parte agisce con mezzi e criteri inequivocabilmente economici. Si tratta dunque – ha spiegato Paoletti – di agire sul piano legislativo in modo tale da render giustizia alla costante espansione e alla creatività di un settore fondamentale della vita socio-economica del Paese, senza volerlo costringere in prescrizioni e regole di respiro contingente. Con questo spirito la Fondazione ha elaborato un disegno di legge, proposto alle istituzioni competenti come contributo alla discussione, che si caratterizza per l’ambizioso obiettivo di inserire l’“impresa sociale” alle radici del diritto. Come il Segretario ha illustrato in conclusione, utilizzando l’immagine-guida del cosiddetto “caffè pagato” in uso a Napoli, nessuna risposta sul perché di un gesto gratuito è illuminante e soddisfacente: quello che conta è l’etica condivisa che è alla base e che è efficace al di là di motivazioni disparate, non sempre facilmente esplicitabili, e comunque non necessariamente essenziali.

    Paolo BLASI, (fisica sperimentale, Univ. di Firenze, Membro Consiglio Direttivo CNR), moderatore della prima sessione, L’ambiguità del dono, ha quindi passato la parola a Marco OLIVETTI, (filosofia della religione, Preside della Fac. di Filosofia, Univ. La Sapienza, Roma) il quale ha aperto il proprio intervento presentando la questione – centrale nel dibattito filosofico contemporaneo, in particolare nel pensiero di Derrida – della “sospettabilità” del dono quale gesto che pretenderebbe di essere gratuito e che tuttavia appare costantemente attraversato da elementi di interesse che ne inquinano la purezza. Secondo Olivetti è insufficiente impostare la questione in questi termini: certamente, sul piano che potrebbe essere definito “di superficie”, che è il piano di soggetti autonomamente esistenti e già costituiti, i quali si scambiano reciprocamente doni, i termini contraddittori dell’interesse e della gratuità appaiono costantemente e inevitabilmente intrecciati (nel senso della symploké platonica); ma ciò non cancella affatto la specificità del dono come tale. Vi è infatti una dimensione più radicale del dono e della gratuità, che si presenta come quella dimensione di profondità rispetto al piano superficiale, nella quale non vi sono soggetti già definiti nei loro bisogni e nei loro interessi: è la dimensione di una relazione originariamente etica e radicalmente “inter-personale”, tale per cui una “persona” viene costituita e, in senso non soltanto metaforico, messa al mondo, solo se e quando un’altra persona ne riconosce e ne soddisfa i bisogni. Qui la gratuità eccede il gioco di interesse e disinteresse interno alla soggettività, per il semplice fatto che non vi è ancora soggettività, per il fatto cioè che non vi è relazione simmetrica tra soggetti che possono scegliere tra la gratuità e l’interesse. Olivetti ha illustrato questo concetto utilizzando come relazione esemplare quella parentale, nella quale l’infante ignora i propri bisogni che vengono costituiti solo dalla risposta dei genitori che tentano di interpretarli e di anticiparli. Una simile prospettiva teorica si pone in alternativa rispetto al pensiero occidentale moderno, che fonda la conoscenza e l’etica sulla soggettività, come è chiaramente percepibile dalla riformulazione dell’imperativo categorico kantiano proposta da Olivetti. Secondo Kant, l’uomo deve agire considerando gli altri e se stesso, in quanto persone, “sempre come fine e mai come mezzo”. Ma questa reciprocità e questa simmetria è il segnale che Kant si muove ancora sul piano “di superficie”, incapace, in ultima analisi, di render ragione di una radicale gratuità che richiederebbe, secondo Olivetti, di agire considerando – del tutto asimmetricamente – gli altri come fine e sé come mezzo.
    Stefano ZAMAGNI, (economia politica, Univ. di Bologna, Johns Hopkins University) nel suo intervento, ha tracciato tre possibili modelli teorici interpretativi della cosiddetta economia sociale. Il primo è quello del cosiddetto “conservatorismo compassionevole”, che poggia sostanzialmente sulla filantropia, da una parte, e sull’intervento dello Stato, dall’altra, i quali operano con un forte selettivismo, realizzando, cioè, strutture esplicitamente pensate e realizzate in funzione degli indigenti. Il secondo modello, che può essere definito “neostatalista”, attribuisce allo Stato il monopolio della committenza, lasciando al privato esclusivamente la gestione degli interventi socialmente utili. In questo tipo di comprensione dello stato sociale, che può anche esser definita come “welfare mix”, lo Stato si avvale del terzo settore nell’effettiva erogazione dei servizi, ma è poi l’unico soggetto, per esempio, con il diritto di stabilire criteri di qualità. Il terzo modello, in favore del quale Zamagni ha preso posizione, è il cosiddetto modello civile – o “welfare plurale” – e si caratterizza per il fatto di riconoscere ai soggetti “civili” una personalità non soltanto giuridica ma anche economica, in modo tale che questi siano in grado di esprimere anche sul fronte economico la specificità che deriva loro dalla differente matrice culturale. Sebbene vi siano ragioni storiche che rendono particolarmente indicato l’aggettivo “civile” non si tratta evidentemente di una questione terminologica, ma di raggiungere un accordo sulla natura e sul tipo di impresa che si intende definire. Il problema non è soltanto quello di garantire la libertà di scelta tra beni, ma anche la libertà di scelta della identità, la quale è definita, appunto, dalla specifica matrice culturale di riferimento. Sulla base di queste considerazioni Zamagni ha espresso alcune riserve rispetto al testo di legge governativo, il quale: a) non dichiara esplicitamente il modello di stato sociale cui fa riferimento; b) non definisce in modo univoco l’impresa sociale rispetto al volontariato e rispetto alla cosiddetta “impresa civile”; c) non si propone di intervenire sul Codice Civile, come sarebbe indispensabile per non riproporre un’ulteriore riforma tributaria che però non incide in profondità sul piano giuridico. Nell’ultima parte del suo intervento Zamagni si è dedicato ad un’analisi della differenza tra impresa sociale e civile, individuando la specificità di quest’ultima nel fatto che i portatori di interessi si collocano sia sul versante dell’offerta, sia su quello della domanda: soltanto questa formula consente di realizzare l’esigenza di una maggiore giustizia, che è alla base di un’impresa che si proponga come alternativa rispetto a quella tradizionalmente capitalistica, e si presenta pertanto come la più indicata per una riforma radicale di settori come quello della scuola, dell’università, degli ospedali.
    L’intervento di Vittorio MATHIEU, (filosofia morale, Univ. di Torino, accademico dei Lincei), ha preso le mosse da un’analisi del modo in cui si utilizza l’opposizione interesse/disinteresse nell’ambito del linguaggio ordinario. Ha sottolineato come propriamente il “disinteresse” sia l’atteggiamento non tanto di colui che agisce senza essere guidato da interesse alcuno, ma di colui il quale non mira ad un guadagno pecuniario, pur nutrendo altri “interessi” che evidentemente non sono ritenuti tali da inquinare l’esser disinteressato del suo agire. D’altra parte, chi sia del tutto privo di interessi è a giusto titolo considerato un “fallito”. Si potrebbe paradossalmente sostenere che l’intento di una Fondazione culturale come Nova Spes sia quello di suscitare ed incrementare “interessi”. A partire da queste considerazioni Mathieu ha argomentato l’inadeguatezza di ogni definizione che pretenda di definire il cosiddetto non profit in negativo e per opposizione rispetto alle attività propriamente “economiche” perché, appunto, “interessate”. Una legge che pretenda, sulla base di questi presupposti, di discriminare a priori quali imprese siano non profit e quali no è strutturalmente incapace di render giustizia ad una realtà che si caratterizza per innovatività e creatività; di una realtà, che dunque, per definizione non può essere prevista e regolamentata in anticipo. Per questo motivo, secondo Mathieu, qualunque legge in proposito nasce con questo vizio di forma: meglio sarebbe dunque che un Authority valutasse a posteriori l’operato delle diverse iniziative che si collocano sul terreno dell’economia sociale.
    Massimiliano BRUGNOLETTI, (studio legale Brugnoletti e associati) ha presentato la proposta di legge elaborata da Nova Spes nei suoi aspetti qualificanti, illustrandone qualche dettaglio tecnico particolarmente significativo. Dopo aver ricordato come il concetto chiave di “impresa sociale”, sul quale l’articolato di legge si impernia, trovi piena legittimazione nell’art. 2 della Costituzione, Brugnoletti ha dichiarato che uno dei principi che ispirano la proposta consiste nella convinzione della necessità di passare “dalla stagione delle regole a quella di una legge”, che non sia però una legge ordinaria, ma si inserisca direttamente nel libro quinto del codice civile. Il primo passo consiste nella revisione della nozione di contratto di società integrando l’art. 2247 c.c., che prevede esclusivamente lo “scopo di dividerne gli utili”, con le parole “o per il perseguimento di fini di utilità sociale”, in modo tale che l’imprenditore sociale, come quello commerciale, possa perseguire le proprie legittime aspirazioni con lo strumento del contratto di società. I 18 nuovi articoli, che, secondo la proposta di Nova Spes, andrebbero inseriti nel titolo V del libro V del Codice, definiscono le caratteristiche strutturali dell’“impresa sociale a responsabilità limitata”, i cui limiti sono: indistribuibilità degli utili e possibilità di operare solo nei settori previsti dal legislatore perché si configuri la finalità dell’utilità sociale. Si è previsto un numero minimo di soci (10), che garantisca dall’uso strumentale dell’impresa sociale, e un capitale minimo (10.000 euro). Altri elementi caratteristici sono: il combinato disposto della norma che prevede il principio della variabilità della quota con quella che stabilisce che i soci non possono possedere più di una quota, in modo tale da scongiurare ipotesi di controllo; l’imposizione di redigere un bilancio sociale che metta a confronto le attività intraprese nell’anno sociale con gli obiettivi prefissati e la vocazione particolare dell’impresa. Brugnoletti ha dunque concluso il proprio intervento illustrando il ruolo del Ministero, che non si esplica in una funzione di tutorato o di controllo, ma nel compito di creare i presupposti per una rete di opportunità all’interno della quale ciascuna impresa potrà svolgere le proprie attività.

    I lavori del pomeriggio sono stati aperti dalla sessione su I principi e le testimonianze, con gli interventi di Luigi Cappugi (politica economica - Università della Tuscia, Viterbo) e con le testimonianze di due operatori sul campo, Maura Viezzoli (Segretario generale CISP) e Loris De Filippi (responsabile reclutamento sanitario Medici senza Frontiere - sezione italiana).

    Luigi Cappugi, (politica economica - Università della Tuscia, Viterbo), nel suo intervento ha fornito, in una prima parte, una serie di dati sulla consistenza, le fonti di approvvigionamento, gli ambiti di attività del non profit in Italia, legando alla crescita significativa del raggio di attività la necessità della fissazione di regole attente soprattutto alla trasparenza come garanzia dell’uso delle risorse. Lo sviluppo del cosiddetto terzo settore va in parallelo alla riduzione del ruolo di altri due soggetti portanti per l’assistenza e i servizi: la famiglia e lo Stato. I dati sulla crescita del settore fanno prevedere lo sviluppo del mercato dei servizi.

    Le esigenze di trasparenza e di controllo sulla destinazione dei finanziamenti privati e pubblici ad enti e associazioni indica la necessità di alcune forme di controllo e di valutazione da parte di enti e associazioni stesse sulle proprie finalità e sull’efficacia nel perseguirle: come già avviene anche per diverse imprese profit la presentazione del bilancio sociale è un momento indispensabile di verifica, e come strumento da far approvare agli stakeholders si configura come requisito fondamentale per il funzionamento dell’impresa sociale.

    Le relazioni di Maura Viezzoli, del CISP, e di Loris De Filippi, di Medici senza frontiere, hanno presentato testimonianze degli operatori, evidenziando anche i problemi che le ONG si trovano a dover affrontare quando operano in realtà diverse da quella nazionale. In entrambe le relazioni è stata fatta una cronistoria dell’attività delle organizzazioni di appartenenza, un quadro della composizione dei finanziamenti, delle attività svolte e della loro ampiezza, e sono poi stati forniti dei ragguagli sui problemi di organizzazione e gestionali incontrati, spesso legati al crescere dell’attività, agli standard professionali da garantire a fronte di una sostanziale esiguità di risorse. Nel caso del CISP la crisi di crescenza è stata affrontata attraverso il ricorso ad una valutazione esterna sul perseguimento della “mission” sociale e sulle strategie più opportune da seguire.

    L’ultima sessione, una tavola rotonda su L’impresa sociale e i suoi mercati ha visto intorno ad un tavolo esponenti di diverse realtà associative e studiosi del settore, con un intervento conclusivo del Sottosegretario al Welfare on. Grazia Sestini.

    Il moderatore della tavola rotonda, il direttore del settimanale “Vita” Riccardo Bonacina ha posto il problema dell’impresa sociale rispetto alla questione guida del convegno, quella della risposta ai bisogni.

    Nel suo intervento Maurizio Giordano (Fondazione Zancan) ha portato alcuni dati sul censimento delle associazioni di volontariato, rilevando come ci sia stata nell’ultimo censimento una più massiccia risposta da parte delle varie organizzazioni e risulti anche una crescita delle iscrizioni nel registro del volontariato. Rispetto a questi dati Giordano ha posto il problema del mantenimento della specificità del volontariato, in quanto la crescita di un’associazione vede come conseguenza la tendenza a perdere la propria vocazione originaria. L’impresa sociale si presenta come una possibile risposta, anche come una forma organizzativa che si può pensare affiancata a quella originaria per lo svolgimento e la gestione di determinati servizi.

    Giorgio Fiorentini (economia delle aziende e delle amministrazioni pubbliche – Università Bocconi, Milano) ha toccato il tema dell’impresa sociale nella welfare society. I mercati d’elezione per questa tipologia di impresa appaiono per Fiorentini quelli del turismo, dell’intrattenimento, della tutela dei consumatori, da non intendersi, nel rapporto domanda-offerta, come campi marginali, bensì costitutivi, sul piano economico, del sistema-paese. In altri termini l’impresa sociale concorre in maniera decisiva alla competitività territoriale. Si tratta allora, sul piano dell’efficienza di questo rapporto, di realizzare le opportune simmetrie, nella valorizzazione della domanda di forme particolari di mercato e nell’assumere i soggetti di questa domanda, i fruitori, come clienti, attraverso standard qualitativi di risposta. Fiorentini ha caratterizzato la sua risposta a questi problemi in tre punti: 1) necessità di professionalità del personale operante nel settore mantenendo però al contempo una forte motivazione; 2) inclusione in cicli economici positivi di soggetti altrimenti marginali nella società; 3) concorrenzialità dell’impresa sociale, che comporta una valutazione rigorosa dei rapporti costi-benefici nell’esercizio dell’attività di tale impresa. Si tratta in definitiva di guardare al terzo settore con una prospettiva più ampia, che consideri una quantità di fattori finora tenuti fuori.

    Gianmaria Galimberti (Credieuronord) ha puntato l’attenzione sul problema fiscale, che deve tenere presenti molteplici situazioni. A suo avviso l’impresa sociale nel vendere servizi deve produrre reddito, però questo è possibile attraverso una politica di detassazione dei finanziamenti che consenta lo sviluppo del settore. Finora invece si è guardato al settore con sospetto, più temendo forme di evasione che non guardando alle occasioni di crescita.

    Nel suo intervento Emanuele Alecci (Movi) ha sottolineato la reciproca utilità per l’ambito del volontariato e per l’impresa sociale di una definizione dei rispettivi ambiti, che è poi lo scopo della legge in discussione. Per Alecci questa definizione del volontariato è importante come risposta ad una crisi d’identità che si avverte nel settore. A suo giudizio il momento educativo è un aspetto importante sul quale il volontariato deve puntare. L’impresa sociale dal canto suo deve potersi emancipare sempre più dal sostegno pubblico ed essere economicamente autonoma e redditizia. Per questo, anche per Alecci, è opportuno intervenire sulla leva fiscale per favorire il sostegno economico alle attività di volontariato. La conferenza nazionale della metà di ottobre sarà un momento importante per fare il punto sullo sviluppo possibile del settore.

    Alla domanda su quale sia la destinazione, in termini di mercato, dell’impresa sociale, Franco Marzocchi (Federsolidarietà) ha inteso rispondere anzitutto sottolineando come la domanda sia la giusta prospettiva da cui muovere per definire le possibilità dell’impresa sociale. L’impresa sociale deve operare in un mercato sociale regolato, mercato vero e proprio nel quale si incontrano domanda e offerta. Ciò comporta un cambiamento qualitativo dei bisogni sociali che è in atto, legato ai mutamenti demografici, ma anche alla diversa percezione dei bisogni sociali. Come si è detto nel corso del convegno, occorre passare da un modello nel quale l’offerta regola la domanda ad uno nel quale è la domanda che regola l’offerta. Per questo però occorre una politica di sostegno alla domanda, per Marzocchi decisamente più importante della leva fiscale: la deducibilità fiscale per le donazioni non va trascurata, ma non può essere l’unica forma di alimento del settore. La proposta di riforma del codice civile presentata da Nova Spes può, ad avviso di Marzocchi, avviare una svolta culturale, che deve arrivare fino all’impresa civile di cui parla Zamagni.

    Livia Consolo (CGM Gino Mattarelli) è partita dall’esperienza della cooperazione sociale e dai suoi molteplici risvolti positivi, accettando che comunque non tutto possa essere riportato alla forma organizzativa della cooperazione. Il successo della cooperazione sociale è legato alla varietà di incentivi, dalla solidarietà agli incentivi economici. L’inclusione dei destinatari, dei portatori di bisogni, è un elemento di successo, anche se si presenta come un modello di difficile riproduzione, soprattutto su grande scala, così come lo è la struttura reticolare, in grado di intercettare nicchie di mercato e risorse di capitale sociale. La riuscita di questo modello passa per livelli di educazione e di partecipazione democratica. Livia Consolo ha concluso affermando che tanto la legge delega di prossima discussione in Parlamento, quanto la proposta di riforma del codice civile della Fondazione Nova Spes, sono passi utili verso una piena valorizzazione delle risorse già attive nel mercato dei servizi, tali da poter far crescere e consolidare questo mercato.

    Nel suo intervento sempre sul ruolo possibile dell’impresa sociale, Giampaolo Gualaccini (Compagnia delle opere) è partito da un quadro dello scenario nel quale si colloca l’ultimo sforzo di riforma, uno scenario fatto di molteplici norme, dominato da una legislazione premiale e da regimi di controllo. Rispetto a questo scenario la logica dell’impresa sociale è completamente diversa: si tratta, come si è detto, di un’impresa vera e propria che però opera senza scopo di lucro in particolari campi. L’impresa sociale – e in questo senso Gualaccini ha fatto valere l’esperienza della Compagnia delle opere – non parte da un riconoscimento pubblico, ma dall’esperienza associativa dei corpi intermedi della società. Questi corpi intermedi devono essere messi in condizione di operare meglio in campi che non sono d’interesse né per le imprese profit, né dove lo Stato opererebbe meglio, e basta pensare a casi come San Patrignano o le comunità di recupero di Don Gelmini o il Cottolengo a Torino. La novità possibile è allora non nel riconoscimento pubblico di alcune realtà meritorie, ma nella creazione di un sistema misto pubblico-privato nel quale ognuno occupi i campi che più e meglio gli competono e nel quale il privato cittadino possa scegliere a chi rivolgersi – e a questo proposito Gualaccini ha evocato come diversa organizzazione del finanziamento dei servizi il sistema dei buoni dati ai cittadini da spendere dove meglio credono per avere i servizi di cui hanno bisogno. Piuttosto che iscrivere tutto questo sotto lo slogan: più società meno Stato, si potrebbe dire: più società fa bene allo Stato, consente allo Stato di assumere le funzioni, di accreditamento e controllo, che più gli sono proprie. Per Gualaccini tanto la legge delega quanto la proposta di Nova Spes sono passi nella giusta direzione, senz’altro perfettibili, ma, e così ha concluso, bisogna anche essere realisti e rendersi conto che la trasformazione culturale auspicata è ancora un traguardo difficile da conquistare; l’insensibilità della Confindustria per la rilevanza economica del non profit, confermata dall’ultimo rapporto sulle prospettive dell’industria italiana, è un segno di queste durevoli difficoltà.

    La tavola rotonda si è conclusa con gli interventi di due soggetti, economici e istituzionali, chiamati in causa dalle questioni poste: Matteo Caroli (Anima) come studioso presente anche come rappresentante di un’organizzazione di industriali e Grazia Sestini, Sottosegretario al Welfare.

    Matteo Caroli ha sottolineato nel suo intervento la tendenza all’avvicinamento di mondi diversi: l’impresa sociale e il mondo del volontariato tendono a convergere, ma anche il mondo dell’impresa cerca di mostrare la propria sostenibilità sociale. Il progetto Anima dell’associazione degli industriali del Lazio vuole per l’appunto esprimere questo tipo di sensibilità, un’esperienza parallela è quella del progetto Sodalitas a Milano. Per Caroli a partire da queste convergenze si può realizzare un incontro su diversi piani, anzitutto su progetti specifici. Concordando con le risultanze della tavola rotonda, ed anche di alcune relazioni precedenti, sull’importanza della valutazione dei risultati, Caroli ha concluso indicando in quali termini queste convergenze possono essere valutate dal punto di vista dell’impresa profit: l’impresa profit realizzando sinergie con il mondo non profit comunque si prefigge un ritorno, che può essere di immagine o anche, e in questo rientra la nuova attenzione sociale dell’impresa, più sul lungo periodo il far sviluppare un nuovo sistema di valori. In questo senso Caroli ha anche auspicato una continuazione dei contatti con la Fondazione Nova Spes.

    A chiusura del convegno il Sottosegretario Grazia Sestini ha parlato anzitutto del disegno di legge delega, appena approvato in sede di conferenza Stato-Regioni. Dopo aver espresso la preferenza personale per un disegno di legge che potesse passare per un ampio vaglio parlamentare, il Sottosegretario ha comunque assicurato che, anche nella forma della legge delega, l’iniziativa del governo prosegue nella massima apertura con le realtà della società civile che hanno contribuito alla definizione della legge stessa. L’iniziativa di Nova Spes va vista come un contributo alla continuazione di questo confronto. La Sestini ha inquadrato il processo in atto come parallelo alla riforma sul volontariato, vedendo volontariato e impresa sociale come realtà unite, ma bisognose di legislazioni differenti. Rilevato come sul piano culturale il settore non profit sia sempre più incisivo nella realtà italiana, con effetti visibili su comportamenti dell’impresa profit, il Sottosegretario ha concluso invocando un salto di qualità nel settore non profit attraverso il sostegno alla domanda usando la leva fiscale. Per la Sestini al disegno di legge delega manca il tassello della normativa fiscale con l’estensione della legislazione relativa alla piccola e media impresa. Questa normativa dovrebbe permettere alle imprese di stare sul mercato salvaguardando al tempo stesso le motivazioni ideali di intervento nel sociale.


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